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“Crystal Flower”: un tripudio di sincerità. Intervista a Letizia Brugnoli

“Crystal Flower”: un tripudio di sincerità. Intervista a Letizia Brugnoli

2 febbraio 2024

Intervistiamo la cantante romagnola Letizia Brugnoli, che ci racconta “Crystal Flower”, il suo ultimo lavoro discografico pubblicato nell’ottobre dello scorso anno dall’etichetta discografica Irma Records.

a cura di Andrea Parente

Buongiorno Letizia e benvenuta su Jazzit. Inizi la tua attività artistica all’età di sedici anni, entrando a far parte del gruppo polifonico vocale “Kronos Fonè” e del quintetto vocale diretto dal fisarmonicista e pianista RAI Bruno Aragosti, che è anche tuo maestro di musica. Ci racconti l’impatto che la musica ha avuto nella tua adolescenza, con particolare riferimento al jazz?
Nel mio paese ho avuto la fortuna di entrare in contatto con la grande personalità artistica di Bruno Aragosti e con lui mi sono sempre trovata bene fin da giovanissima. Chi aveva all’epoca una predilezione per il jazz si rivolgeva a lui per prendere lezioni, soprattutto di ear training, per riuscire poi a introdursi in quel mondo. Per quanto riguarda invece la mia adolescenza, mi sono approcciata alla musica fin da subito, avendo avuto in casa un papà musicista e giornalista [Franco Brugnoli]. La musica ha sempre fatto parte della mia vita e sono cresciuta ascoltando le grandi cantanti jazz, quali Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Billie Holiday e tante altre, che hanno caratterizzato il mio imprinting musicale.

Raccontaci del tuo percorso artistico. Come si è evoluto nel tempo?
Dopo la fondamentale esperienza nel quintetto vocale diretto da Bruno Aragosti, ho iniziato a formare i miei primi gruppi jazz, grazie a svariate collaborazioni, tra cui quella con l’arrangiatore e compositore del mio primo e secondo album, Roberto Sansuini, che è ancora oggi un grande amico. All’epoca facevamo parte della stessa formazione jazz e da quel momento siamo rimasti sempre in contatto, con la volontà comune di creare qualcosa di artistico insieme. E così è stato con gli album “Through Our Life” del 2014 e “Crystal Flower” del 2023.



Parliamo appunto di “Crystal Flower”. Cosa ci racconti di questo tuo ultimo lavoro discografico, pubblicato il 13 ottobre 2023 dall’etichetta discografica Irma Records?
“Crystal Flower” è un album jazz, ma non un jazz dedicato esclusivamente ai cosiddetti “puristi”. È un album che comprende tanti brani e stili diversi, volutamente eterogeneo: si passa dal latin jazz allo swing, dall’elettro-jazz alla musica brasiliana, proprio per raggiungere un pubblico più ampio e che abbia voglia, soprattutto, di ascoltare musica jazz fatta bene. In questo progetto ho cercato di rimanere me stessa e di essere quanto più raffinata e sincera possibile e credo, visto il risultato, di essere riuscita nel mio intento…





L’arrangiamento di “Crystal Flower” lascia presagire un album ricco di emozioni e di ritmi incalzanti: all’introspezione dei primi due minuti e mezzo segue un ritmo latino molto delicato e coinvolgente, arricchito da uno scat finale che danza con la melodia. Come mai hai scelto proprio questo pezzo sia come title track, che come primo brano del disco?
Ho voluto mettere Crystal Flower come primo brano del disco proprio per il suo incipit misterioso. Il fatto poi che il disco si chiuda con un brano solare e aperto, quale Walls of Stone, ne avvalora la scelta. Il testo di Crystal Flower l’ho scritto ispirandomi ai pensieri intimi che si fanno mentre si cammina o si corre al tramonto, e mi fa molto piacere che tu l’abbia colto. È un brano introspettivo e incalzante allo stesso tempo. Ho cercato di esternare quella sensazione nel modo più sincero possibile: inizialmente si hanno delle idee ben chiare, ma poi metterle in pratica non è mai semplice. Tradurre in musica ciò che si sente nel profondo rimane sempre la sfida più interessante per chi è del nostro mestiere…

C’è un brano del disco a cui sei particolarmente affezionata? E uno che ti rappresenta in toto?
Guarda… i brani del disco mi rappresentano tutti: molti sono autobiografici, altri in terza persona, così lascio un po’ il dubbio e non si capisce se sono io che parlo o lascio parlare qualcun altro. Sono molto affezionata ad Àgua de maio, in quanto è un pezzo dedicato a mio padre, scomparso nel maggio del 2021: il titolo rappresenta la “mia” acqua, ovvero la pioggia che avevo dentro di me in quel mese così triste. Inoltre rimanda ad Águas de março, del grande Antônio Carlos Jobim, ma nel mio caso non è una bossa. Verso la fine del brano però ho ripreso alcune parole di Eu sei que vou te amar, perché è una canzone che cantavo sempre con mio padre. Koka invece è un brano che fa parte dello swing tradizionale, ma con il testo in italiano; inoltre è un pezzo autobiografico… in verità, Koka sono io! [ride n.d.r]. Da anni io e Roberto Sansuini ci chiamiamo, rispettivamente, Koka e Koko; difatti Roberto aveva intitolato questo brano Koka per scherzo, ma io l’ho preso sul serio, ho lasciato il titolo così e ho scritto il testo. Ti dirò di più: mi piace il fatto che sia un pezzo swing composto in italiano, e non in inglese, come è solito nella tradizione jazz. Insomma, questi due forse sono i brani a cui sono più legata, ma la verità è che sono affezionata a tutti i pezzi presenti nel disco.

L’album è largamente composto da brani in inglese, con cinque pezzi in italiano (Nostaljazz, Il gioco del semaforo, Le stanze segrete, Oltre il limite e Koka). Con quale lingua ti trovi più a tuo agio nel cantare, e perché?
Inizio col dirti che la mia vocalità si trova più a suo agio con l’inglese, in quanto ho sempre cantato in questa lingua, che ha secondo me un modo migliore di esprimere certe vocali e si adatta maggiormente, rispetto all’italiano, a quello che voglio interpretare io con la mia voce a livello di suono. I brani in italiano li ho composti invece non pensando alla vocalità, ma a come mi venisse meglio scriverli in quel momento. Ad esempio Àgua de maio, il brano dedicato a mio padre, era un qualcosa di molto profondo in cui mi volevo un po’ nascondere, e quindi l’ho cantata in inglese; in Koka invece volevo essere più sincera e così l’ho scritto in italiano. Il risultato che ne è scaturito sono brani molto naturali, scritti in base a quello che volevo esprimere e anche secondo il mood in cui mi trovavo in quel preciso momento.





Il disco è formato da composizioni originali, scritte e arrangiate da Roberto Sansuini, con i testi, sia in italiano che in inglese, scritti da te. Ci racconti come nascono i brani del disco?
Io e Roberto siamo amici da tanti anni e facciamo sempre così: lui quando è ispirato scrive un brano e me lo manda con un titolo fittizio; da lì io elaboro il testo, cambiando anche qualche nota per adattare la composizione alla mia vocalità, poi modifico o lascio il titolo così com’è, e infine, insieme ai musicisti, viene fuori il brano definitivo. Così è nato il disco: c’è la base, ma viene anche data grande libertà all’improvvisazione dei musicisti, così come a me se voglio cambiare qualcosa.

Cosa ti ha motivato nello scegliere Luca Savazzi al piano, Paolo Mozzoni alla batteria, Marquinho Baboo alle percussioni, Claudio Tuma alla chitarra, Chicco Montisano ed Emiliano Vernizzi al sassofono, Mirco Reggiani al basso elettrico e Giacomo Marzi al contrabbasso come collaboratori del disco?
Luca Savazzi, Paolo Mozzoni, Claudio Tuma, Mirco Reggiani e Giacomo Marzi sono musicisti con cui suono spesso, anche con repertori differenti, e con cui tengo concerti già da tanti anni. Inoltre ci tenevo ad avere due bravissimi sassofonisti, quali Emiliano Vernizzi e Chicco Montisano, per gli assoli; ogni tanto ci si trova a collaborare anche con loro per qualche concerto. Non dimentichiamoci infine di Marquinho Baboo, che non conoscevo, il quale è stato un apporto molto gradito, ad esempio, con le percussioni iniziali di Shadows.



Hai dichiarato che l’album è dedicato al tuo papà, scomparso nel maggio del 2021. Quanto ha influito la sua figura nella tua crescita artistica e personale? Qual è l’insegnamento più grande che hai ricevuto da lui?
Mio padre aveva una grande personalità, ed era proprio un uomo da palcoscenico: se vedeva un palco con un pianoforte, era suo. Io non sono così… sono un po’ più timida e pacata da questo punto di vista. Però l’insegnamento che mi ha dato è quello di riuscire a sentire e vedere al di là, dove altri non vedono e non sentono. Alla fine, cosa mi ha lasciato? Cos’è che mi manca di lui? Il fatto di poter conversare su una certa lunghezza d’onda. Dal punto di vista musicale lui aveva un’inclinazione più verso il pop o il rock, ma adorava anche il jazz. Io e lui suonavamo spesso insieme, magari non formalmente: capitava che alla fine di un mio concerto lui salisse sul palco e interpretassimo un pezzo insieme. Ecco, mi ha lasciato tutto questo: il mondo dell’arte che ho imparato ad amare grazie a lui.

Uno sguardo al futuro. Quali sono le tue aspettative sul disco? E quali sono i tuoi prossimi progetti?
Quello che mi aspetto dal disco è che piaccia, con l’augurio che questi brani possano girare sia in Italia che all’estero. Tengo inoltre al fatto che il pubblico possa cogliere la sincerità di cui ti parlavo prima e che arrivi il messaggio che ho voluto trasmettere con l’album. Quello che mi aspetto invece da me stessa è che possa volare sempre con i piedi per terra, senza smettere mai di sognare. Ed è per questo che mi auguro di crescere sempre di più, con nuovi stimoli e nuove esperienze… anche a cento anni! [ride n.d.r.]. 
Ti anticipo infine che ho già qualche idea sulla composizione di nuovi brani, ma dovrò parlarne direttamente con Roberto…

INFO

www.letiziabrugnoli.com

 

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