
14 giugno 2026
A distanza di decenni dall’inizio del suo percorso, Joe Lovano continua a collocarsi in una zona di passaggio: tra memoria e futuro, tra linguaggi consolidati e forme ancora da definire. “Paramount Quartet”, registrato nel sud della Francia nel febbraio 2025 e pubblicato da ECM, nasce da questa condizione di equilibrio instabile.
Il titolo suggerisce un punto alto, ma non conclusivo. Lovano parla di una sensazione di “ascesa”, come se ogni nuova configurazione fosse un tentativo di ridefinire il proprio spazio. In questo contesto, il quartetto con Julian Lage, Asante Santi Debriano e Will Calhoun non funziona come somma di individualità, ma come campo aperto, attraversato da differenti densità di ascolto.
È soprattutto la presenza di Will Calhoun a modificare la prospettiva dell’intero progetto. La sua provenienza da un’altra grammatica musicale, legata all’esperienza nei formidabili Living Colour, da ritenersi come i veri progenitori del crossover, non si traduce in elementi di contrasto esplicito, ma in una costante deviazione interna del tempo. Il suo drumming non insiste mai sul gesto, non impone accenti riconoscibili: lavora piuttosto per stratificazioni minime, micro-spostamenti, aperture di spazio.
In questo senso Calhoun non accompagna né sostiene nel senso tradizionale del termine, ma interroga la forma, la rende instabile senza interromperla; la batteria diventa una superficie porosa, in cui il tempo si frantuma in segmenti non lineari, spesso più suggeriti che dichiarati.
Attorno a questa mobilità, il suono del quartetto si organizza per aggregazioni temporanee: Julian Lage non occupa un ruolo definito, la sua chitarra costruisce traiettorie che si accendono e si dissolvono con la stessa rapidità, mentre il contrabbasso di Asante Santi Debriano agisce come punto di gravità intermittente, più che come fondamento strutturale.
Lovano si muove dentro questo paesaggio senza dominarlo; il suo fraseggio alterna densità e sottrazione, come se ogni linea nascesse già esposta alla possibilità della scomparsa. Il repertorio — tra composizioni originali e riletture come Lady Day di Wayne Shorter e First Song di Charlie Haden — non costruisce una narrazione lineare, ma una serie di stanze acustiche comunicanti.
In questa logica per frammenti il quartetto trova una sua coerenza non nella forma, ma nella qualità dell’ascolto reciproco. È una musica che non tende a risolversi, ma a mantenere aperto il proprio stato di transizione.
“Paramount Quartet” si colloca così in una zona tipicamente ECM: uno spazio dove il suono non illustra, ma trattiene, dove ogni gesto resta leggermente sospeso, come se la musica accadesse sempre un istante prima o un istante dopo il suo definitivo fluire.
a cura di Vittorio Pio
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