17 agosto 2026
Cinque Latin Grammy, una tecnica che ha ridefinito le possibilità del bandolim e una curiosità musicale senza confini. Il virtuoso brasiliano racconta la sua idea di musica, tra radici, improvvisazione, incontri e libertà creativa. E dell’esperienza al Festival Internazionale Mandolinistico di Savona dice: «Il mondo è la nostra casa».
Hamilton de Holanda è considerato uno dei massimi interpreti del bandolim, strumento del quale ha ampliato le possibilità espressive trasformando il tradizionale modello brasiliano a otto corde in uno a dieci.
Una tecnica straordinaria, che nelle sue mani non è mai fine a se stessa, ma diventa soprattutto un mezzo per cercare libertà, bellezza ed emozione. «La musica viene sempre prima di tutto», racconta, fino al punto in cui la padronanza dello strumento permette di dimenticarsi delle proprie dita e semplicemente sentire.
Brasiliano, cresciuto nel choro e aperto al jazz e all’incontro con linguaggi e culture differenti, Hamilton ha costruito una voce profondamente personale, riconosciuta a livello internazionale da cinque Latin Grammy e alimentata dal dialogo con alcuni dei grandi protagonisti della musica contemporanea. Ma nelle sue parole, accanto al musicista, emerge continuamente anche l’uomo: parla di speranza, curiosità, amicizia, fiducia e famiglia; della «bellezza della musica e della bellezza delle persone». E persino raccontando la trasformazione dello strumento che ha segnato il suo percorso artistico, lo chiama semplicemente e affettuosamente «il mio piccolo mandolino».
Lo abbiamo incontrato in occasione del concerto tenutosi a Savona con Salomão Soares e Thiago “Big” Rabello nell’ambito del Festival Internazionale Mandolinistico. Ne è nata una conversazione che attraversa choro e improvvisazione, tecnica e libertà, incontri musicali e futuro, fino a due pensieri che sembrano racchiudere bene la sua visione artistica e umana: «Il moderno è tradizione» e «Il mondo è la nostra casa».
Hamilton, hai iniziato a suonare quando eri ancora bambino e la musica ti accompagna praticamente da tutta la vita. Dopo un percorso così lungo, che cosa riesce ancora a sorprenderti quando sali su un palco?
Ho tenuto il mio primo concerto con mio padre e mio fratello quando avevo sei anni. Da allora ho incontrato pubblici diversi, conosciuto molte persone e compagni di musica e visitato molte città. Eppure continuo a emozionarmi davanti alla bellezza della musica e alla bellezza delle persone. I sentimenti che esprimo attraverso la mia musica sono sempre legati alla speranza, ed è questo il mio obiettivo. Allo stesso tempo la musica che suono si basa sull’improvvisazione, quindi ogni concerto è un’esperienza nuova per me, per i miei compagni sul palco e per il pubblico.
Sei cresciuto nel mondo del choro, ma nel corso degli anni hai costruito un linguaggio personale, aperto al jazz e al dialogo con molte altre tradizioni musicali. Quanto è importante per te oggi sentirti libero dalle definizioni e dai generi?
I generi sono importanti perché ci aiutano a riconoscere le somiglianze e le differenze tra lo stile individuale di ciascun musicista. Ma l’arte è libera e ogni genere nasce dalla mescolanza di altri generi, combinati con nuovi sentimenti e nuove idee. Sono brasiliano, amo il mio paese e la musica brasiliana, ma sono sempre aperto a scoprire musiche che ancora non conosco, brasiliane o meno. Ogni nuovo tipo di musica che scopro arricchisce il mio vocabolario. Posso esprimermi meglio, fare nuove amicizie, conoscere più a fondo la mia stessa musica e far conoscere agli altri le radici della musica brasiliana. Il pubblico riesce a percepirlo.
Il choro rimane comunque una delle tue radici più profonde. Che cosa ti ha insegnato, non soltanto musicalmente, ma nel modo di ascoltare e di dialogare con gli altri musicisti?
Il choro mi insegna molto sulle persone: come ascoltare gli altri musicisti, rispettare gli artisti più anziani ed esprimere le mie idee in modo naturale. Mi fa anche capire come rimanere curioso e cercare sempre nuovi suoni, nel rispetto della tradizione. Il choro mi ha insegnato che la musica è al tempo stesso un percorso individuale di scoperta e un’esperienza collettiva.
Photo Credit To Nando Chagas
L’improvvisazione occupa uno spazio fondamentale nella tua musica. Quando improvvisi quanto c’è di istinto e quanto invece di tutto ciò che hai ascoltato, studiato e vissuto negli anni?
Non so esattamente quanto provenga dall’emozione e quanto dalla ragione. Durante un concerto sento che è l’emozione a prevalere. Quando studio e mi esercito, invece, mi prendo il tempo per riflettere sui diversi modi in cui posso suonare e per trovare soluzioni tecniche.
Nella tua musica convivono una tecnica straordinaria e una grande libertà espressiva. Arriva un momento in cui un musicista deve quasi dimenticare la tecnica per riuscire davvero a raccontare qualcosa?
Per me la domanda è: quando e come posso dimenticarmi della tecnica e vivere semplicemente l’emozione? La tecnica è uno dei modi per trovare la bellezza, ma deve essere al servizio della musica: la musica viene sempre prima di tutto. Dipende dalla difficoltà tecnica del brano e dal proprio livello. Se la musica è tecnicamente impegnativa, il tuo livello deve essere leggermente superiore a quello che la musica richiede. Devi avere un controllo sufficiente perché, durante il concerto, tu possa dimenticarti per un momento delle dita e semplicemente sentire la musica.
Hai incontrato e suonato con artisti molto diversi tra loro, da Chick Corea a Chucho Valdés, Wynton Marsalis, Stefano Bollani, Richard Galliano, Béla Fleck e tanti altri. Che cosa cerchi quando incontri musicalmente qualcuno che proviene da un mondo diverso dal tuo, ciò che avete in comune oppure proprio ciò che vi divide?
Entrambe le cose. Prima di tutto devo ascoltare per capire che cosa abbiamo in comune e che cosa ci rende diversi. Ciò che condividiamo è molto importante e possiamo esplorarlo insieme. Poi mi piace imparare dalle nostre differenze, condividere il mio punto di vista e trovare un nuovo suono che unisca ciò che abbiamo in comune alle nostre idee e alle nostre radici individuali.
Photo Credit To Nando Chagas
Tra i tanti incontri della tua carriera ce n’è stato uno che ha modificato in maniera particolare il tuo modo di ascoltare o di pensare la musica?
Tutti i miei compagni musicali hanno cambiato in qualche modo la mia musica. Posso citare Varijashree Venugopal, la cantante indiana che mi ha davvero reso un musicista diverso: ha una voce sublime, un senso del ritmo molto particolare e una grande umiltà. Vari conosce profondamente la propria cultura, così come molti altri tipi di musica, possiede una tecnica impeccabile ed esprime sentimenti ed emozioni bellissimi.
Cinque Latin Grammy e numerose candidature testimoniano anche il riconoscimento internazionale che la tua musica ha conquistato negli anni. Che significato hanno per te questi premi e quanto contano, dopo tanti anni di carriera, rispetto all’incontro diretto con il pubblico?
La mia musica è fatta per le persone. Il mio obiettivo principale è toccare i loro cuori, farle riflettere sulla vita, mostrare loro qualcosa che non conoscevano della musica e del suono, scoprire cose nuove, fare amicizia e viaggiare in Brasile e nel mondo. E se lungo questo percorso vinco anche grandi premi, allora è lo scenario perfetto. Sono profondamente grato per tutto questo.
A Savona ti abbiamo ascoltato insieme a Salomão Soares e Thiago “Big” Rabello. Che cosa hai trovato in questi due musicisti e che cosa ti permette di esprimere questa formazione?
Sono miei compagni di musica da sei anni e in questo tempo abbiamo costruito una grande intesa e una profonda fiducia reciproca. Suoniamo come un’unica entità musicale, mi fido completamente di loro, mi rendono più forte e creativo e con loro posso esprimermi pienamente attraverso il mio mandolino elettroacustico. Insieme i nostri strumenti creano una bellissima fusione ritmica di suoni. Salomão è un grande pianista e compositore ed è capace di suonare contemporaneamente tastiere e moog, il che è straordinario. “Big” è un grande batterista e produttore, ha una visione molto ampia della musica e suona la batteria con precisione e con uno speciale swing brasiliano. Per me questo è il paradiso.
Photo Credit To Nando Chagas
Quanto della musica del trio è definito prima di salire sul palco e quanto invece nasce in quel preciso momento? Può essere il pubblico stesso a cambiare la direzione che prende un concerto?
Il pubblico, la città e il modo in cui trascorriamo la nostra giornata influenzano direttamente il nostro suono. Direi che il 50% è pianificato in anticipo, mentre l’altro 50% viene creato interamente sul momento, durante il concerto.
Torniamo per un momento allo strumento. Hai trasformato il tradizionale bandolim brasiliano a otto corde aggiungendo una quinta coppia di corde. È stata una necessità tecnica oppure, prima ancora, una necessità musicale?
È stata una necessità musicale ed è stata la chitarra a condurmi in quella direzione. Ho imparato l’armonia sulla chitarra e ho sentito il bisogno di applicarla al mio piccolo mandolino. Con il tempo ho cominciato a sentire la necessità di avere più note sul mandolino per poter creare polifonia, suonando contemporaneamente melodia, armonia e ritmo. Il mio primo mandolino a dieci corde è stato costruito da Vergílio Lima nel 2000. Oggi, nel 2026, i liutai brasiliani costruiscono questo strumento e possiamo persino vedere musicisti di altri paesi suonare il mandolino a dieci corde e pensare all’armonia in modo naturale.
Sei stato ospite del Festival Internazionale Mandolinistico di Savona, rassegna nata con l’idea di mettere in dialogo strumenti, musicisti e tradizioni provenienti da culture diverse. Che impressione ti ha lasciato il festival e quale valore pensi possano avere oggi occasioni di incontro di questo tipo?
Ho sentito che le persone di Savona fossero profondamente coinvolte nel festival. Amo vedere gente proveniente da culture diverse condividere la musica e il Festival Internazionale Mandolinistico di Savona rende possibile tutto questo. La nostra musica, le nostre culture, il cibo, le opinioni politiche e molti altri aspetti delle nostre vite presentano somiglianze e differenze. Quando possiamo condividerli in uno spirito di amicizia è qualcosa di straordinario. Il mondo è la nostra casa. Più eventi come questo riescono a riunire culture diverse, migliori saranno le nostre relazioni tra città e paesi. Condividiamo ciò che abbiamo in comune, imparando gli uni dagli altri e rispettando le nostre differenze.
Photo Credit To Enrico Rolandi
Il bandolim, così come il mandolino, è uno strumento profondamente legato alla tradizione, ma la tua musica dimostra quanto possa essere anche uno strumento contemporaneo. Che cosa significa per te custodire una tradizione senza esserne prigionieri?
Una delle mie frasi preferite è: “Il moderno è tradizione”. Significa che ciò che oggi è moderno dopodomani non sembrerà più così moderno, mentre la tradizione rimane il fondamento. Quindi ciò che conta di più è il momento presente: quello che posso fare con la conoscenza che ho della tradizione e ciò che sento possa suonare bello mentre suono e compongo in quel momento. Rispetto la tradizione e imparo da essa, combinandola con tutti i miei sentimenti per creare la musica del momento – come un ritratto del presente – continuando sempre a cercare un suono che non abbia mai suonato prima.
Dopo un percorso così ricco e tanti territori musicali esplorati, quando guardi al futuro che cosa senti di non avere ancora fatto? Dove vorresti portare la tua musica?
Tantissime cose! Ho molte idee per nuovi album. Voglio tornare nei luoghi in cui sono stato felice suonando, scoprire nuovi paesi e nuove culture, condividere momenti speciali con la mia famiglia e i miei amici, fare nuove amicizie e avere la musica e il mandolino come compagni per tutta la vita, mostrando alle persone quanto possa essere gratificante vivere e inseguire il sogno di una vita. Sono inoltre molto orgoglioso di vivere e rappresentare la cultura brasiliana.
E forse è proprio in queste ultime parole che si ritrova il senso di tutto il suo racconto: la musica come viaggio, incontro e ricerca continua, con le proprie radici sempre ben presenti. E, dietro il grande virtuoso, la sensibilità di un artista che continua a guardare al mondo con curiosità, gratitudine e meraviglia.
a cura di Rosario Moreno
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Photo Credit To Nando Chagas
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