10 giugno 2026
Accanto ai tre pianoforti, sul grande palco del Teatro Carlo Felice di Genova, c’era un tavolo con sopra una bottiglia di vino rosso e tre bicchieri. Prima ancora che iniziasse la musica, quell’immagine raccontava già tutto. Il concerto di Stefano Bollani, Dado Moroni e Danilo Rea non sarebbe stato una parata di virtuosismo, ma una conversazione tra amici. Una conversazione a ottantotto tasti.
La serata che ha chiuso il Pesto Music Festival, organizzato da ZenArt Management, non è assomigliata a un concerto nel senso più tradizionale del termine. Nessuna sfida tra virtuosi, nessuna gara di bravura, piuttosto una conversazione affidata al linguaggio che i tre conoscono meglio: quello del pianoforte.
Quando Bollani, Moroni e Rea sono entrati in scena, accolti da un applauso lungo e caloroso, hanno preso posto ai rispettivi strumenti senza alcuna solennità, con la naturalezza di chi si ritrova tra amici di lunga data.
Photo Credit Cortesia Pesto Music Festival
Dado Moroni ha aperto da solo. Poi sono arrivati gradualmente gli interventi di Stefano Bollani e Danilo Rea. Poche note, qualche incursione, piccoli segnali di riconoscimento. Come accade nelle migliori conversazioni, il dialogo ha trovato il proprio equilibrio senza fretta. Quando il motore si è acceso davvero, l’impressione è stata quella di vedere tre fuoriclasse lanciati a piena velocità, perfettamente consapevoli delle proprie possibilità ma altrettanto attenti a lasciare spazio agli altri.
L’improvvisazione è stata il terreno comune sul quale tutto ha preso forma. Le idee sono passate rapidamente da un pianoforte all’altro, si sono trasformate, sono state raccolte e rilanciate. Il centro della scena ha coinciso con l’ascolto reciproco. A tratti i tre sono sembrati bambini alle prese con i loro giocattoli preferiti, intenti a esplorare non soltanto la tastiera ma anche le corde, le meccaniche interne dello strumento e le infinite possibilità sonore che il pianoforte continua a offrire. È quanto è accaduto già con Caravan, diventato il terreno ideale per sperimentare: il celebre tema di Duke Ellington si è trasformato in una palestra creativa nella quale i musicisti sembravano divertirsi quanto il pubblico che li osservava.
Dopo i primi brani è arrivato il primo momento di dialogo con il pubblico. È stato Moroni a prendere la parola. L’emozione era evidente: suonare nella propria città ha un significato particolare, e il pubblico genovese ha ricambiato con un affetto sincero e caloroso.
Photo Credit Cortesia Pesto Music Festival
Poi la conversazione si è allargata. Bollani e Rea si sono accomodati al tavolo, hanno stappato la bottiglia e riempito i bicchieri. Nulla di costruito o teatrale. Soltanto il gesto naturale di tre amici che condividevano il palco come avrebbero potuto condividere una cena dopo il concerto. Tra un brano e l’altro, tra un racconto e una risata, i bicchieri si sono svuotati lentamente.
La musica ha proceduto seguendo una logica tutta sua, fatta di richiami, deviazioni e improvvise sorprese. Sono affiorati standard jazz, melodie della canzone italiana, suggestioni brasiliane, frammenti apparsi e scomparsi nel giro di pochi secondi. Emblematico il solo di Moroni su Jitterbug Waltz: il pianista genovese ha attraversato il brano con eleganza e libertà, disseminandolo di allusioni accolte dal pubblico come piccoli segnali di complicità. Tra le citazioni più ricorrenti sono emersi anche Che sarà e L’uomo in frac, frammenti di memoria collettiva trasformati in materia viva per il loro dialogo.
In questo gioco di rimandi si sono chiaramente distinte le personalità dei tre protagonisti. Le suggestioni brasiliane di Bollani, l’eleganza jazzistica di Moroni e la straordinaria capacità di Rea di attraversare la grande tradizione della canzone italiana hanno convissuto senza mai entrare in conflitto. Quando Rea ha affrontato Over the Rainbow il tema iniziale si è espanso progressivamente in altre direzioni, come se una singola melodia potesse contenere molte altre storie. Poco più tardi è stato Bollani a lasciar affiorare le atmosfere di Águas de Março, quasi un richiamo naturale a uno dei territori musicali che più profondamente gli appartengono.
Photo Credit Cortesia Pesto Music Festival
Anche nei momenti parlati è venuta fuori la straordinaria capacità comunicativa di Bollani, catalizzatore naturale del dialogo con il pubblico. Particolarmente riuscito il racconto della New York dei primi anni della sua carriera, quando fu proprio Moroni a introdurlo alla scena jazzistica della città, un piccolo episodio che restituisce perfettamente il senso del rapporto umano e musicale che lega questi artisti.
Quando sono risuonate le note di When the Saints Go Marching In, l’energia si è propagata immediatamente dal palco alla platea. Ma anche in quel caso il brano è diventato un pretesto per giocare, dialogare e sorprendersi reciprocamente, non una semplice esecuzione.
A concerto concluso, il pubblico del Carlo Felice non sembrava avere alcuna intenzione di lasciare andare i tre pianisti. L’applauso si è prolungato a lungo e il bis è arrivato inevitabile.
Photo Credit Cortesia Pesto Music Festival
L’ultimo saluto ha assunto allora i contorni dell’omaggio. I tre hanno eseguito alcuni temi di Gino Paoli, figura profondamente legata a Genova e recentemente scomparsa, chiudendo la serata con un tono più raccolto e affettuoso. Per Danilo Rea, che con il grande cantautore ha condiviso oltre vent’anni di collaborazione artistica, il significato è apparso ancora più profondo. Non è stato soltanto un omaggio. È stato il saluto affettuoso a un compagno di viaggio.
Poi è arrivata l’ultima nota. La conversazione è terminata. Sono rimasti tre pianoforti, una bottiglia quasi vuota e la sensazione di avere assistito a qualcosa che andava oltre il concerto. Una serata tra amici alla quale, per una sera, siamo stati tutti invitati.
a cura di Rosario Moreno
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Photo Credit Cortesia Pesto Music Festival
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