20 giugno 2026
Vicenza Jazz 2026 ha celebrato il centenario della nascita di Miles Davis, disegnando una mappa del jazz contemporaneo capace di coniugare memoria e rischio, lirismo e urgenza, con più tappe che hanno dato la misura della varietà del cartellone, sotto la direzione artistica di Riccardo Brazzale.
Joshua Redman in quartetto ha inaugurato il mio percorso presentando il suo ultimo album per la Blue Note, “Words Fall Short”, con una scrittura tersa e cantabile che non rinuncia al rischio. Il suo tenore, lucido e narrativo, ha guidato un dialogo serrato in cui swing e pulizia convivevano con fendenti ritmici e piccoli scarti che aprivano finestre inattese. Un jazz “classico” nel senso più vivo, capace di rinnovarsi dall’interno.
Photo Credit To Roberto De Biasio
Di segno diverso, e più emotivamente denso, il progetto del quintetto storico guidato da Paolo Fresu dedicato alla colonna sonora di Ascenseur pour l’échafaud. La sua tromba, con vibrato minimale, ha restituito la sospensione notturna della partitura che costituì la colonna sonora del primo lungometraggio di Louis Malle: ogni brano era come una stanza della memoria in cui il noir parigino diventava materia contemporanea. Le parole dell’artista hanno offerto una preziosa chiave di interpretazione: «Ascensore per il patibolo è un lavoro scuro e notturno: un giallo metropolitano tra città e banlieue. La musica di Miles, tra inflessioni blues e modali, lascia spazi e silenzi che matureranno nell’insuperabile “Kind of Blue”, spartiacque del Novecento. Quest’invito esclusivo del festival di Vicenza ci ha fatto respirare, per novantadue minuti, la grande storia del jazz e del cinema. Affrontare questa sfida con compagni di quarantadue anni di musica e di vita è stato un privilegio condiviso con il numeroso e partecipe pubblico».
Photo Credit To Roberto De Biasio
Poi l’urto salutare del doppio set di Lakecia Benjamin con Isaiah Collier ha impresso al festival un’accelerazione quasi fisica. Benjamin, febbrile e magnetica, ha spinto il sax verso un fuoco controllato; Collier ha risposto con un fraseggio impetuoso, citando alcune delle pagine più celebrate del repertorio coltraniano, sempre ancorato alla pulsazione collettiva e con qualche misurata ballad.
Photo Credit To Roberto De Biasio
Nella stessa traiettoria di reinvenzione Israel Galván & Michael Leonhart hanno rivisitato le Sketches of Spain di Miles Davis e Gil Evans con un accento quasi felliniano: trombe e percussioni disegnavano visioni oniriche, mentre il corpo di Galván, tra tacchi e sospensioni, cuciva immagini cinematografiche a una Spagna immaginata, più sognata che filologica. Un omaggio che ha prediletto una certa rêverie comunque molto apprezzato dal pubblico.
Photo Credit To Roberto De Biasio
A mezzanotte, nel silenzio raccolto del Cimitero Monumentale, la voce di Savina Yannatou — artista ECM capace di abitare tradizione e avanguardia — ha trasformato il luogo in un teatro di ombre e presenze con un set ispirato all’acqua: canti che scorrevano come correnti, riverberi di lingue e memorie che affioravano come onde, sospensioni che lasciavano risuonare l’intermittenza dei silenzi.
Photo Credit To Roberto De Biasio
Messi in fila, questi momenti raccontano un festival che non si accontenta della vetrina, ma interroga il proprio passato per spingerlo nel presente: Redman come custode inquieto del lessico Blue Note; Fresu che riapre un classico per ascoltarne le crepe; Benjamin e Collier che ribadiscono l’etica del rischio; Galván & Leonhart che trasformano Miles in cinema dell’immaginazione; Yannatou che fa dell’acqua una metafora sonora di memoria e trasformazione. Su queste soglie il pubblico ha trovato, tappa dopo tappa, la propria misura d’ascolto.
a cura di Vittorio Pio
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Photo Credit To Roberto De Biasio
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