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Quiet Lights: una conversazione a tre voci in continuo movimento

Quiet Lights: una conversazione a tre voci in continuo movimento

10 luglio 2026

In “Quiet Lights” il batterista svizzero Florian Arbenz riunisce due personalità di primo piano del jazz contemporaneo come Bill Frisell e Greg Osby in un progetto che rifugge qualsiasi esibizione di virtuosismo fine a se stesso. Al contrario il disco trova la sua forza nell’ascolto reciproco, nella sottrazione e nella costruzione di paesaggi sonori aperti, dove ogni intervento sembra nascere da una necessità espressiva più che da una dimostrazione tecnica. Più che un classico trio jazz, Quiet Lights (Hammer Recordings), assomiglia a una conversazione a tre voci in continuo movimento. L’assenza del basso amplia gli spazi, la scrittura suggerisce direzioni senza irrigidirle e l’improvvisazione ridefinisce costantemente gli equilibri. Frisell e Osby mettono in campo tutta la loro riconoscibile personalità, senza mai occupare il centro della scena: è proprio nella qualità dell’interplay che il disco trova la sua dimensione più convincente. Ne abbiamo parlato con Florian Arbenz.

a cura di Vittorio Pio

“Quiet Lights” evoca una luce soffusa e una certa intimità. Quanto ha influito questa idea sul modo in cui avete costruito il suono del trio?
Credo che gli ingredienti stessi di questo trio, con due leggende come Bill Frisell e Greg Osby insieme al mio modo di suonare la batteria, generino già una forte dimensione intima. Inoltre l’assenza del basso conferisce alla musica un carattere quasi cameristico. Allo stesso tempo questa scelta mi ha offerto molte più possibilità come batterista e bandleader nel “colorare” i diversi brani. Ho cercato di trattare ogni composizione come un quadro dotato di una propria texture sonora, utilizzando timbri e approcci differenti. Il risultato, almeno per come lo percepisco, va oltre l’idea tradizionale di jazz trio. È proprio da questa sensazione che è nato il titolo “Quiet Lights”.

Nel disco la batteria ha un ruolo molto particolare: discreta ma sempre presente. Come hai lavorato sui timbri e sui colori del tuo set?
Volevo evitare che la batteria suonasse come un normale kit jazz. Per questo ho utilizzato alcuni suoni gravi realizzati su misura e integrati nel set, oltre a crotales, piccoli piatti e altre percussioni. Ho cercato anche un approccio più melodico allo strumento, come accade ad esempio in The Barradas Opening. In alcuni brani ho privilegiato sonorità molto asciutte, come in Homenaje, mentre in altri ho lavorato su spazi più ampi e riverberati, come in Chant. È stato affascinante osservare come Bill e Greg reagissero immediatamente a queste diverse situazioni sonore, trovando ogni volta il modo più efficace per sviluppare la musica. Per quanto riguarda la registrazione, ho cercato semplicemente di ottenere il miglior suono possibile dai miei strumenti. Il resto lo ha fatto Chris Allen, il nostro ingegnere del suono. Basta guardare con chi ha lavorato nel corso della sua carriera per capire perché il disco suoni in modo così naturale. È anche il tecnico di fiducia di Bill Frisell, e credo che questo dica già molto.

Che cosa ti ha colpito di più nel modo in cui Bill Frisell e Greg Osby ascoltano e reagiscono a ciò che accade nella musica?
Forse è più facile dire cosa mi ha impressionato di più: il loro atteggiamento. Sia Greg che Bill si sono dimostrati estremamente disponibili e collaborativi. Non ho mai avuto la sensazione di trovarmi in studio con due leggende del jazz in una situazione intimidatoria. Al contrario sembrava di far parte di una squadra composta da personalità molto forti, ma completamente al servizio della musica. Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di lavorare con musicisti straordinari come Ron Carter, Mike Stern, Dave Liebman, oltre agli stessi Bill Frisell e Greg Osby. Ciò che mi colpisce sempre nei grandi maestri è la capacità di sostenere la musica senza rinunciare alla propria identità. Riescono a portare idee fortemente personali che però appaiono sempre naturali e necessarie. Credo che questa sia una delle qualità più rare e preziose che Bill e Greg possiedono.

Ascoltando il disco si ha spesso l’impressione che tutto sia scritto nei dettagli, mentre molto sembra nascere sul momento. Come hai gestito il rapporto tra composizione e improvvisazione?
L’obiettivo era creare ambienti sonori ben definiti che potessero ispirarci a costruire qualcosa di nuovo nel momento stesso dell’esecuzione. A queste idee ho cercato di affiancare melodie forti e riconoscibili. Già prima di entrare in studio era chiaro che avremmo trovato strade impreviste. Forse la vera sorpresa è quanto questi brani suonino composti e strutturati. Bill e Greg sono maestri nella gestione delle forme e delle melodie. Sono riusciti a dare a questi pezzi una coerenza che fa pensare a un lavoro molto arrangiato, quando in realtà la maggior parte delle registrazioni sono prime esecuzioni e largamente improvvisate. Se tornassimo a suonare oggi questo repertorio, sono sicuro che il risultato sarebbe molto diverso. L’unica eccezione è la title track, che presenta una struttura più definita rispetto agli altri brani.

I tuoi partner arrivano da percorsi molto diversi con esiti che sono risultati ragguardevoli. Quali affinità cercavi di mettere in evidenza quando hai scritto questa musica, considerando che Frisell è un maestro della composizione e Osby ultimamente è stato una delle colonne del gruppo di derivazione southern rock “Gov’t Mule”?
A mio avviso esistono molti elementi che li accomunano. Innanzitutto il grande rispetto reciproco. Entrambi sono maestri dell’improvvisazione spontanea e possiedono un linguaggio immediatamente riconoscibile. Ma soprattutto condividono una straordinaria capacità di sottrarre, di ridurre il materiale all’essenziale. Sono musicisti curiosi, sempre pronti ad abbandonare la propria zona di comfort per cercare qualcosa di nuovo. La loro musica è completamente priva di ego: cercano semplicemente la soluzione migliore per il brano che stanno suonando. Inoltre condividono una profonda conoscenza della storia del jazz e un legame importante con la figura di Jim Hall. Quando ho scritto la musica di Quiet Lights avevo ben presenti tutti questi aspetti.

Guardando al tuo percorso, dove collochi Quiet Lights? È un punto di arrivo o l’inizio di una nuova fase?
Devo ammettere che non avevo mai osato scrivere una musica così aperta e al tempo stesso così essenziale. Da questo punto di vista il disco rappresenta qualcosa di nuovo per me. D’altra parte ho sempre cercato di creare contesti nei quali i musicisti possano sentirsi ispirati e, possibilmente, anche messi alla prova. In questo senso Quiet Lights è perfettamente coerente con il mio percorso. Naturalmente ogni nuovo progetto porta con sé la speranza di compiere un passo in avanti, di raggiungere una maggiore maturità espressiva. Nel jazz bisogna accettare il rischio che le idee non si traducano esattamente come le si era immaginate. Questa volta, però, credo che il risultato sia stato particolarmente soddisfacente. E la parte più divertente resta sempre la stessa: scoprirlo strada facendo.

INFO

www.florianarbenz.com