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“Questioni di pensiero”, un gruppo di amici con tante storie da raccontare. Intervista a Toni Armetta
Photo Credit To Riccardo Romagnoli

“Questioni di pensiero”, un gruppo di amici con tante storie da raccontare. Intervista a Toni Armetta

1 luglio 2026

Stavamo lavorando all’intervista realizzata al bassista e compositore Toni Armetta, che ci ha raccontato la storia dei Threegonos – Modern Jazz Unity, il gruppo da lui fondato circa vent’anni fa, e il loro ultimo progetto discografico “Questioni di pensiero”, quando ci è giunta la terribile notizia della sua improvvisa scomparsa, che ci ha profondamente sconvolti e lasciati attoniti, anche perché abbiamo appreso che questa è stata la sua ultima intervista, assumendo così il valore di una testimonianza ancora più intensa e toccante. Gliela dedichiamo con tutta la nostra stima e il nostro affetto. Il nostro pensiero va a lui e alla sua famiglia.

a cura di Arianna Guerin

Buonasera Toni e benvenuto su Jazzit. Quando e come nascono i Threegonos – Modern Jazz Unity e da cosa prende spunto la scelta del vostro nome? Qual è stata poi la storia della formazione?
Buonasera Jazzit! E grazie per l’opportunità che ci date ospitandoci sulle vostre pagine. Threegonos è ovviamente un gioco di parole con una doppia origine che unisce la lingua inglese (Three) e quella greca antica (trígonos – triangolo). In origine (quasi vent’anni fa!) la formazione era appunto un power-trio formato da me, il chitarrista Ludovico Piccinini e il batterista Lorenzo Gentile, due tra i miei più vecchi “compagni d’arme”. L’intento principale di questo gruppo consisteva nel proporre esclusivamente brani originali con una formazione snella e dalle sonorità indirizzate a volte verso orizzonti più “aspri” rispetto al jazz comunemente inteso. Una fusione di improvvisazione su ritmiche a volte quasi rock, ma senza trascurare l’impatto melodico ed emotivo dato da melodie e armonie dall’ampio respiro e spesso caratterizzate da un senso più etnico-mediterraneo. Con questa formazione, seppur tra le tante difficoltà che caratterizzano in Italia il percorso di una band che propone musica originale di questa matrice, abbiamo partecipato a vari festival e manifestazioni, ricevendo comunque ottimi consensi di pubblico e di critica e, dopo varie evoluzioni e cambiamenti, siamo arrivati a quello che oggi è il Threegonos – Modern Jazz Unity.

Ci presenti i componenti del gruppo? E come definiresti la vostra musica da un punto di vista stilistico, tecnico e compositivo per evidenziarne le caratteristiche a livello espressivo?
Con molto piacere vi presento gli altri componenti con cui (ci tengo a dirlo) ho anche rapporti di amicizia di lunga data: l’inossidabile Ludovico Piccinini, a mio parere uno dei chitarristi più preparati ed eclettici del panorama musicale italiano, un connubio tra un guitar-hero dalle più profonde radici rocker e un musicista senza limiti definiti di generi e stili; Edoardo Petretti, pianista-compositore dalla grande preparazione e cultura che, con la sua profonda attenzione al senso musicale, caratterizza ogni brano con tessuti armonici e virtuosistici e momenti improvvisativi sempre calzanti e di grande impatto; Umberto Vitiello “Maracatumbi”, “un anziano” come me, conosciuto fin dagli anni Ottanta, un periodo in cui era facile incontrarsi suonando in giro per l’Italia dato il maggior fermento musicale generale in quel momento; Umberto con le sue percussioni e la sua voce ha girato il mondo acquisendo esperienze ed emozioni che hanno profondamente forgiato il suo personale modo di intendere la musica e il suo apporto artistico al gruppo è caratterizzato da una varietà di colori e sonorità derivate proprio da queste esperienze, definendolo tra l’altro come uno dei primi “ambasciatori” (se non il primo) della musica etno-latina in Italia. Proseguiamo con il funambolico Danilo Ombres, batterista – percussionista dalle eccezionali qualità, conosciuto circa vent’anni fa in occasione di alcuni concerti organizzati per gli allievi della scuola di musica che dirigo. Era un ragazzo schivo, timido e di poche parole, ma erano già ben evidenti le sue straordinarie qualità ritmico-musicali oltre a una memoria impressionante; e infine il “nuovo acquisto” Pierfrancesco Valente, giovane sassofonista salernitano dalla solida formazione, che ha già tutti i presupposti per potersi definire un grande musicista. Pierfrancesco è giunto in sostituzione di Giuseppe Russo, che ha felicemente collaborato con noi fino al secondo cd “Questioni di pensiero”. Riguardo alla musica proposta vorrei dire che fin dall’inizio dei miei studi (a 12 anni) e della mia carriera iniziata prestissimo, ho sempre avuto una certa predisposizione a non “recludermi” nel concetto di stile e/o genere preferito. La mia non è mai stata una scelta ragionata, ma semplicemente curiosità di quanto potesse accadere nelle forme musicali di ogni tipo. Ascoltavo praticamente di tutto, anche se a primo impatto potesse non piacermi o non ne comprendessi subito il linguaggio e riuscivo a “splittare” tra Bach, Mozart o Beethoven, Charlie Parker, Miles Davis o i Weather Report, passando per Monteverdi, Palestrina, i Genesis o i Pink Floyd etc. La fame di sonorità e spunti stilistici era, come tuttora, notevole e inesauribile e il mio interesse per stili e generi diversi diventava sempre più attento e intenso. I brani che scrivo sono quindi una fusione tra quanto assimilato ed elaborato nel mio percorso formativo e le mie esperienze professionali nelle quali, pur collaborando spesso a situazioni dal carattere più “lavorativo” come produzioni di musica leggera, tournée, arrangiamenti etc., ho sempre cercato, non sempre riuscendoci, di prediligere progetti di musica originale. È quindi inevitabile che nei brani scritti per Threegonos, pur rimanendo tra i solchi della via maestra tracciati dal concetto di improvvisazione nel jazz, si ravvisino contaminazioni che spaziano tra atmosfere, ritmi e armonie più latine, rock, africane, etniche, flamenche etc., senza limitazioni date dal dover identificare un genere a tutti i costi.

Qual è stata la genesi del vostro nuovo album “Questioni di pensiero” e cosa avete voluto raccontare con esso? Quale nuova maturità espressiva rappresenta inoltre nel vostro percorso artistico?
“Questioni di pensiero” è il nostro secondo cd. Considero Threegonos prima di tutto un gruppo di amici, ognuno dei quali ovviamente con le proprie storie da raccontare. Rimanendo nell’ambito musicale, credo che il costrutto dato dalle personali esperienze sia ravvisabile anche durante le nostre esibizioni. I brani che ho scritto, ricollegandomi alla risposta data in precedenza, partono dal presupposto che so di potermi esprimere come voglio, sicuro del fatto che ognuno dei musicisti abbia le peculiarità necessarie per poter filtrare e rendere al meglio le caratteristiche di ogni brano, senza preoccuparsi se sia stato composto con intenzioni più “tanghistiche”, rock, jazzy, etniche o se la struttura sia più o meno articolata di altre. Il racconto che deve arrivare alle orecchie di chi ascolta dovrebbe essere fluido e coinvolgente come quello di un gruppo di attori girovaghi del Medioevo, che affabulavano il pubblico con storie di mondi lontani e fantastici.

Il disco è un viaggio sonoro senza confini tra jazz moderno e tanti diversi stili e generi: come descriveresti la musica che è nata da tutte queste contaminazioni?
È senz’altro jazz! Non di certo quello tradizionalmente inteso nella logica ripetitiva dello “standard” o del be-bop, ma in quello che è il concetto più recente di jazz. Parlo di quanto è successo negli ultimi cinquanta, sessant’anni, della “rivoluzione” sonora e concettuale che è avvenuta soprattutto grazie a personaggi quali Miles Davis, John Coltrane, Charlie Mingus e altri che hanno contribuito con la loro visione del jazz a modificare la logica a volte un po’ troppo reiterativa e forse chiusa dello standard. Fu così che dalla fine degli anni Sessanta in poi sono stati pubblicati album come “Mingus Ah Um”, “A Love Supreme”, “In a Silent Way”, “Bitches Brew” etc., che modificano sostanzialmente le rotte compositivo-strutturali e improvvisative del jazz: le strutture si aprono, le progressioni armoniche spesso contengono meno accordi, sono più ampie, larghe e le pulsazioni ritmiche sono quasi totalmente scevre dai concetti dello swing; gli arrangiamenti vengono arricchiti dall’uso di strumenti elettrici e il linguaggio improvvisativo inizia a prendere in considerazione sempre più elementi derivati da altri generi musicali come il rock. Da quei momenti in poi parte una evoluzione che vede l’origine di molti gruppi e musicisti ancora oggi considerati capiscuola del jazz contemporaneo (Joe Zawinul, Chick Corea, Wayne Shorter, Herbie Hancock, John McLaughlin, etc.) ed è anche grazie alle loro proposte musicali e alle loro diverse visioni che oggi la musica nel mondo si è arricchita di una grande quantità di elementi strutturati e armonici, ritmici e melodici che se sapientemente usati danno origine a fusioni affascinanti e di grande impatto emotivo. Ed è tra questi orizzonti che cerca di navigare la musica dei Threegonos.

Composizione, improvvisazione e arrangiamento: come avete bilanciato queste tre importanti componenti nell’album?
Quando scrivo un brano non ho uno schema fisso: a volte arriva prima l’idea melodica, oppure quella ritmica o armonica, a volte tutto insieme. Così nasce l’ispirazione per me. Ho l’abitudine di registrare sul telefonino canticchiando le varie idee che mi vengono in mente, così da ritrovarmi un “archivio” di spunti sui quali poter lavorare. Nei brani prevedo sempre dei momenti improvvisativi, anche su quelli cantati e presto molta attenzione alle strutture e agli arrangiamenti: difficilmente due improvvisazioni vengono svolte su una stessa sezione del brano e anche se fosse vengono usati arrangiamenti diversi su sezioni simili; le uscite degli assolo sono sempre organizzate con richiami musicali prestabiliti e non lasciate al caso, con chorus chiaramente organizzati in quanto a entrate e uscite da soli, temi, etc. In musicisti come Frank Zappa, Joe Zawinul, Russell Ferrante, Pat Metheny, Chick Corea e tanti altri, mi hanno sempre intrigato l’uso di strutture e di arrangiamenti mai scontati, a volte imprevedibili, sempre avvincenti e affascinanti, magari anche semplici ma ogni volta con le idee giuste e ben ragionate.

Quali sono state le vostre fonti d’ispirazione per comporre i brani?
Le fonti di ispirazione sono nel mondo, in ogni dove. Ascoltare l’adagio del concerto in G per pianoforte di Ravel piuttosto che Robert Glasper dal vivo oppure i Weather Report live in “8.30”, passando per Ivan Lins, una nenia africana o i madrigali di Pierluigi da Palestrina, può darti tanti di quegli stimoli che non basterebbero anni a scrivere le idee musicali che ne potrebbero derivare. E la lista di cose che possono ispirarti sarebbe infinita: a volte non è la musica, ma uno stato d’animo, un pensiero o un ricordo e non si finirebbe più di elencare. La preparazione va sempre associata alle più ampie conoscenze musicali e le proprie esperienze di vita possono contribuire a fare il resto.

Avete già presentato il disco al pubblico: come cambia la vostra musica dal vivo e cosa volete esprimere durante i live?
Abbiamo già tenuto diversi concerti per presentare questo album, malgrado le difficoltà create dalla situazione musicale generale: non è certamente facile trovare spazi e contesti dove potersi esibire con un sestetto di questo tipo. Malgrado tutto riusciamo a “farci sentire” e dal vivo non ci sono molte differenze rispetto a quando si ascolta il cd, a parte le diverse energie che scaturiscono proprio grazie al live.

Come avete scelto l’etichetta MIA Progetto Musica con cui avete pubblicato il disco?
Mia Progetto Musica (ancora prima MIA Records) è l’associazione con la quale ho fondato, insieme all’amico e collega Riccardo Ballerini, la scuola di musica che dirigo dal 1990. Inizialmente era solo un polo didattico con annesso uno studio di registrazione e in seguito si è aggiunta anche l’attività discografica. Con questa etichetta produciamo gruppi e/o artisti che si esprimono solo attraverso musica originale, senza limiti di genere, cercando di favorire quelle realtà che, pur se “di nicchia”, riteniamo valide e non necessariamente “commerciali”.

INFO

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