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Jazz & Opera: intervista a Dario Savino Doronzo

Jazz & Opera: intervista a Dario Savino Doronzo

22 dicembre 2020

Dario Savino Doronzo è un brillante trombettista (e didatta, e ingegnere del suono!) che ha recentemente realizzato un interessante album in duo (“Reimagining Opera”) che rivisita ingegnosamente alcune arie d’opera. L’abbiamo intervistato.

Di Eugenio Mirti

Come ti sei avvicinato alla tromba? e al jazz?
Il suono della tromba mi ha sempre affascinato per il suo timbro e presenza: è un suono profondo e avvolgente che nasce dal corpo del musicista e si amplifica esteriormente attraverso lo strumento. Ho iniziato i miei studi musicali all’età di dieci anni, frequentando il corso ad indirizzo musicale della scuola media nella mia città, ed è proprio in questo bellissimo contesto che ha avuto origine l’amore per la tromba e per la ‘musica’ a tutto tondo.

Mi sono innamorato dell’equilibrio e del rigore della musica classica. Mi ha insegnato a ‘camminare’ con disciplina e ad essere padrone del mio strumento.

Con il tempo i miei orizzonti musicali si sono ampliati e ho sentito la necessità di conoscere mondi differenti; così, partendo dall’ascolto, mi sono immerso e catapultato nell’improvvisazione, nell’estro e nella passionalità del jazz.

Quali sono i musicisti che ti hanno ispirato?
I miei idoli musicali sono tantissimi. Ascolto con tanta emozione e ammirazione trombettisti acclamati Urbi et Orbi come Louis Armstrong, Miles Davis, Chet Baker, Fats Navarro e tanti altri, sono così appassionato della loro musica ma anche della loro forte personalità, sono stati ‘folli’ in tutto. Ricordo che quando ero bambino non smettevo mai di ascoltare i loro numerosi album, proprio come oggi.

Certamente, questi ‘giganti del jazz’sono stati dei musicisti trainanti, pioneristici, delle navi-scuole che hanno dispensato arte, genio e creatività, arte che ogni jazzista dovrebbe riscoprire e studiare».

L’omaggio all’Opera è realizzato da un duo: come avete lavorato agli arrangiamenti?
Si, è un vero e proprio omaggio! Siamo letteralmente innamorati dell’Opera, soprattutto italiana, poiché contiene un enorme patrimonio artistico, nonché affettivo ed emotivo della nostra esemplare storia musicale italiana. Sento di dover coinvolgere il mio collega pianista Pietro Gallo in questa considerazione, perché entrambi abbiamo un profondo rispetto e dedizione verso gli studi classici che hanno accompagnato la nostra esperienza di studio in Conservatorio.

Ci siamo a lungo confrontati sulla possibilità di avvicinare il grande pubblico e, soprattutto i giovani, a questo genere musicale e lo abbiamo voluto proporre in una versione assolutamente originale che rispecchiasse, anche, l’altro nostro grande amore musicale, ossia l’improvvisazione jazzistica. Per fortuna, sulla nostra strada professionale abbiamo incontrato il maestro Gianluigi Giannatempo che ha accolto con grande entusiasmo il nostro progetto e si è dedicato con grande passione agli arrangiamenti di questo album che ha esordito, con grande successo, alla Carnegie Hall di New York.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
I progetti in cantiere sono molteplici… alcuni a lunga scadenza, riguardanti aspetti di ricerca musicale frutto di collaborazioni proficue con Università e Conservatori italiani ed esteri, altri a breve termine, come l’incisione del prossimo album. Con il mio amico Pietro stiamo costruendo un duo affiatato, ricco di amicizia e professionalità; ogni suono, ogni melodia è studiata numerose volte attraverso molteplici revisioni di forma e interpretazione.

Il nostro nuovo progetto musicale si collega al precedente perché siamo profondamente convinti quanto l’Opera abbia ancora molto da donarci. Essa, attraverso i suoi racconti simbolici, è espressione della nostra stessa vita. Insegna, a mio avviso, ad immergersi nelle profondità recondite dell’anima ed è portatrice di significati molto profondi, che vanno al di là delle parole di una melodia cantata. L’ascolto intimo di tutti i suoi elementi musicali come la melodia, ritmo e timbro racchiude un profondo senso di gratitudine verso le emozioni della vita, sia che esse siano rabbia, passione, amore o dolore; sono espresse con una potenza ancestrale che scatena l’emozione di chi l’ascolta. Hanno il dono di riportare a galla la nostra umanità, ormai, da tempo sopita.

Sei attivo anche nella didattica, quali sono le sfide della didattica contemporanea?
Le sfide sono tante, oggi più che mai. Con la pandemia in atto, la didattica si sta confrontando con l’utilizzo della tecnologia per sopperire all’assenza del contatto fisico. Essa punta all’impiego di applicazioni che lavorano in remoto per continuare il lavoro a distanza. Sicuramente è un successo della contemporaneità: se non ci fossero stati questi mezzi, l’umanità si sarebbe arrestata e annichilita totalmente.

Sia io che i miei studenti sentiamo il bisogno di vederci e confrontarci musicalmente – verbalmente, anche dietro una semplice videocamera. Insomma, è un cambiamento di prospettiva che ha sconvolto la nostra quotidianità ma che è assolutamente necessario in questo periodo di emergenza sanitaria. Ovviamente, sarei un ipocrita se affermassi che la didattica digitale è identica a quella in presenza, non è assolutamente così.
Personalmente vivo con grande disagio il non poter ascoltare la profondità dei suoni dei miei alunni o coinvolgerli attivamente attraverso esercizi che possono essere spiegati solo dal vivo. Dobbiamo attenerci alle regole e comportarci responsabilmente, noi insegnanti abbiamo il dovere morale di supportare e incentivare i nostri alunni e non piangerci addosso, o gni problema deve avere ed ha la sua soluzione!

Personaggio eclettico, ti dedichi anche agli studi di ingegneria acustica: nell’era della specializzazione come vivi queste mille facce dei tuoi interessi? Quali altri studi celi dietro la campana della tromba?
In effetti dopo i miei studi di ingegneria edile mi sono specializzato nell’ingegneria acustica, spinto dall’interesse di scoprire i meccanismi reconditi della produzione del suono e della sua propagazione. In realtà ho tanti altri interessi che s‘intersecano indissolubilmente ad altrettanti sogni ed obiettivi da realizzare. Non so se possa definirsi un difetto o un pregio ma ho un bisogno innato di avere sempre più obiettivi davanti a me per sentirmi “vivo”. Terminato un percorso di studi o un progetto, sento la necessità d’immergermi in altro: questo non significa che non godo appieno il momento della realizzazione, al contrario, mi pervade profondamente una felicità e un’emozione senza pari, con  l’adrenalina che mi scorre nelle vene, prima, durante e dopo la realizzazione di un evento.

La gioia che sento, mi accompagna per sempre. Sono un’unità multipla. Dentro me ci sono tanti Dario e insieme concorrono alla costruzione della mia eclettica personalità».

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