29 settembre 2025
Ci sono musicisti che vincono premi e musicisti che cambiano il modo in cui quei premi risuonano. Matteo Prefumo è chiaramente tra questi ultimi. Classe 1991, genovese, chitarrista e compositore dalla voce limpida e inconfondibile, Prefumo ha conquistato il Grand Prize al Made in New York Jazz Competition 2025 con una composizione che porta un titolo emblematico: A New Beginning. Un brano che segna non solo un traguardo artistico, ma una dichiarazione di poetica, una visione del jazz come linguaggio personale, stratificato, accessibile e profondo al tempo stesso. L’abbiamo intervistato a cuore aperto. Ne è venuto fuori un racconto che attraversa New York, Genova, i VHS dei Brecker Brothers, il dolore di una perdita, l’estasi di un assolo, le notti al pianoforte e le domande che non fanno rumore ma cambiano tutto. Un’intervista lunga, intensa, sincera. Come la sua musica.
di Rosario Moreno
Hai appena vinto il Grand Prize al Made in New York Jazz Competition, uno dei premi più prestigiosi al mondo, con una giuria composta da Mike Stern, Randy Brecker e Lenny White. Qual è stata la tua reazione al momento dell’annuncio?
È stato emozionante, anche perché parliamo di tre musicisti che ho ascoltato sin da quando ero bambino. Sapere che abbiano davvero prestato attenzione alla mia musica e che qualcosa li abbia colpiti… ecco, quello è l’aspetto che mi ha toccato maggiormente. Non tanto il premio in sé, quanto la consapevolezza che qualcosa che ho scritto – nel mio modo, con il mio suono – abbia generato una reazione in chi stimo profondamente. Questo, per me, ha molto più valore di qualsiasi riconoscimento.
A New Beginning è il brano che ti ha portato al primo posto. L’hai definito “profondamente personale”. Cosa racconta di te? Che momento della tua vita fotografa?
È un brano personale non tanto perché racconta un episodio biografico, ma perché riflette in modo autentico il mio modo di concepire la musica, come penso, organizzo e vivo ogni singolo elemento che la compone. Questo brano nasce da un’esigenza molto chiara che avevo in quel periodo: provare a scrivere un tema che restasse ancorato quasi a una tonalità, pur modulando armonicamente ad ogni misura senza far risultare il tutto come se fosse una cosa forzata. Mi affascina quel contrasto tra una melodia iper-cantabile e un contesto armonico in continua trasformazione. Le prime otto misure sono arrivate di getto una sera nel giugno del 2016, appena rientrato da New York. Mi sono seduto al pianoforte dopo cena, senza aspettative, e quella melodia è arrivata all’improvviso. Poi negli anni successivi il nulla cosmico. Guardando indietro ciò è accaduto non per un blocco interno, semplicemente non capivo cosa avessi scritto e soprattutto quale fosse il suo DNA. Solo dopo circa quattro anni, riascoltandolo a freddo, ho finalmente riconosciuto ciò su cui si basava e da quel momento il brano ha preso forma in modo naturale e abbastanza velocemente. Spesso la risposta alla domanda “Cosa viene dopo?” è già contenuta in quello che abbiamo scritto nelle misure precedenti all’interno di quel micro universo. Bisogna solo imparare a conoscere meglio quell’entità arrivata da chissà dove.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Questo premio arriva a pochi mesi di distanza dal Rule Beasley Prize ottenuto con The Way It Is!. Due importanti riconoscimenti internazionali giunti nel giro di pochissimo tempo: ti senti all’inizio di una nuova fase artistica?
Non penso mai in termini di “nuove fasi” o “svolte”, la vivo più come la continuazione naturale di un percorso iniziato molto tempo fa. Questi due riconoscimenti – ricevuti da musicisti che stimo profondamente – li vedo più come un feedback, un segnale che la direzione intrapresa sia quella giusta, piuttosto che come un punto di arrivo. Certo ricevere questo tipo di notizie fa piacere, ma poi il pensiero torna subito lì, dove sta sempre: qual è il prossimo suono da cercare? Qual è la prossima cosa da scrivere che ha davvero senso per me? Il film continua, scena dopo scena.
Come nasce un tuo brano? Parti da un’idea armonica, da un’immagine, da un’urgenza emotiva? O da tutt’altro?
Di solito tutto nasce da un’idea semplice, sempre improvvisata, e credo che la spontaneità di quella cellula iniziale sia molto importante. Comporre e improvvisare, per me, sono la stessa cosa, ma su scale temporali diverse. Anche se qualcosa può nascere sulla chitarra (allo stato attuale praticamente nulla), poi mi sposto sempre al pianoforte: è più intuitivo e mi permette di fare cose che con la chitarra posso solo sognare, mi porta su strade che con la chitarra non troverei mai; soprattutto è uno strumento che considero neutro e di conseguenza mi spinge a ragionare molto di più sull’idea, accantonando tutto ciò che potrebbe essere riconducibile allo strumento che suono. Infatti spesso mi ritrovo in situazioni in cui ho scritto un brano che mi piace molto e non so dove mettere la chitarra. L’idea iniziale – che per me è il vero DNA del brano – diventa la sorgente da cui tutto si sviluppa. Cerco di capire cosa abbia dentro e la domanda che mi faccio più frequentemente è proprio: «Cosa potrebbe diventare?». Comporre non è solo trovare la giusta melodia, armonia e ritmo. Ci sono anche la forma, il ritmo armonico, l’orchestrazione, il respiro, le relazioni microscopiche tra i dettagli, le dinamiche e molti altri aspetti. Un brano è come un piccolo ecosistema con le sue regole interne. Lavoro molto su Cubase: scrivo lì e creo demo che suonano già come un disco, questo mi aiuta a capire se una composizione regge davvero e in un secondo momento è molto utile anche a chi dovrà poi suonare quel brano.
Quando hai iniziato a sentirti pienamente “Matteo Prefumo” nella scrittura e nel suono? C’è stato un momento preciso in cui hai smesso di ispirarti a modelli e hai trovato invece la tua voce?
Non credo di avere ancora raggiunto una mia “voce” nel senso più profondo del termine, o perlomeno non per come lo intendo io. È una delle cose più difficili in assoluto e, in ogni caso, non credo che debba essere io a dirlo. Più che cercare dei modelli da seguire, ho sempre provato a capire perché una cosa che mi colpisce funzioni, qual è il principio che la rende inevitabile, quale struttura o intenzione profonda c’è dietro e molte altre cose. Da lì cerco di capire come tradurre quel meccanismo all’interno del mio mondo, senza copiare la superficie, ma interiorizzando il processo.
La tua musica unisce complessità e chiarezza: è una ricerca consapevole o il risultato spontaneo del tuo modo di vivere la composizione?
Direi entrambe le cose. Da un lato è qualcosa che nasce in modo spontaneo, è semplicemente come sento la musica nella mia testa, ma dall’altro è anche una ricerca consapevole e continua. Ho sempre avuto un’attrazione naturale per la complessità, ma non quella che complica per dimostrare qualcosa, quanto piuttosto quella che nasce da una necessità, da una coerenza interna. Ogni parte deve essere la conseguenza inevitabile di ciò che c’è stato prima, la chiarezza non significa semplificare, ma organizzare il materiale in modo che tutto abbia un senso profondo e sembri quanto più naturale possibile. Quando ci riesci la musica può sembrare facile anche quando non lo è affatto. Quello che cerco di fare è scrivere musica che parli e che possa essere esplorata in profondità, ma che resti sempre accessibile emotivamente. Se riesce a sorprenderti e allo stesso tempo farti dire «non poteva andare diversamente», allora forse funziona.
Hai mai scritto un brano come se fosse una lettera a qualcuno che non potevi raggiungere con le parole?
Quando improvvisiamo spesso emergono aspetti di noi stessi che probabilmente non riusciremmo mai ad esprimere con le parole. In quel senso ogni nota può diventare una forma di comunicazione più profonda. Non mi è mai capitato di scrivere un brano con l’intenzione consapevole di indirizzare un messaggio che non fossi in grado di descrivere a parole. A volte, a posteriori, mi accorgo che una composizione potrebbe rappresentare una persona, una situazione o un’emozione precisa. Ma se succede, è solo una conseguenza.
A New Beginning è anche un titolo esistenziale. Nella tua vita c’è stato davvero un nuovo inizio che ha cambiato tutto?
A New Beginning non nasce da un evento preciso della mia vita. I titoli, per me, arrivano quasi sempre senza una logica apparente: posso passare anche giornate intere ad ascoltare in loop la demo MIDI del brano per capire se funziona – mentre guido, cammino o semplicemente penso – e ad un certo punto magari succede qualcosa, vedo qualcosa, e tutto si collega in modo naturale a ciò che sto ascoltando. In quel momento, il titolo emerge da solo. Nel caso di questo brano è stato il primo con una struttura ampia che sono riuscito a portare a termine in modo convincente e che mi ha davvero soddisfatto. L’ho vissuto come una piccola svolta e da lì è nato il titolo. Se però rifletto su un nuovo vero inizio, reale, allora penso a quando è venuto a mancare mio padre, nel 2021. Da lì è cambiato tutto. Il nostro legame andava ben oltre quello tra padre e figlio. È stato lui a mettermi in mano uno strumento, a portarmi ai concerti, ad essere presente quasi ad ogni mio live. Ogni volta che componevo qualcosa gli mandavo un Whatsapp ogni tre misure per chiedergli un parere, anche se nel 99% dei casi poi facevo comunque di testa mia. Ma sapevo che c’era, che ascoltasse. Per me era una presenza inevitabile e una certezza. Dopo l’accaduto ho dovuto imparare a vivere la musica senza di lui ed è stata la cosa più difficile. Forse quello è stato davvero un nuovo inizio.
Hai iniziato a suonare a tre anni. Se dovessi raccontare la tua storia con la chitarra come se fosse una relazione amorosa, come la descriveresti?
È iniziato tutto per gioco, per imitare mio padre. In casa c’erano chitarre ovunque, lui suonava (non di professione, ma aveva collaborato anche con Bruno Lauzi), ed io ero semplicemente immerso in quel mondo. Tutti i bambini hanno idoli tratti dai cartoni animati, io invece avevo Michael Brecker, Pat Metheny, Jimi Hendrix, Chick Corea, Jack Bruce, Ralph Towner… Sì guardavo anche gli Aristogatti, ma forse solo perché dicevano «Tutti quanti voglion fare il jazz». Il mio passatempo preferito, dopo l’asilo, era tornare a casa e guardare in loop il VHS dei Brecker Brothers a Barcellona (con Randy e Mike), “Shadows and Light” di Joni Mitchell, oppure quello di Pat Metheny ospite a D.O.C. : Musica e altro a denominazione d’origine controllata con Gegè Telesforo; di quest’ultimo conoscevo a memoria anche le interviste. Avevo tre anni, la chitarra sempre in mano, non sapevo cosa fare con la sinistra, ma con la destra tenevo perfettamente il tempo di tutte le melodie (sui social c’è anche un video). Un giorno mia nonna mi regalò la mia prima chitarra. Quella sera, dopo cena, mi dissero: «Dai Matteo, suona qualcosa di Jimi Hendrix!». Ovviamente non sapevo ancora suonare, così presi la chitarra, la spaccai in terra ed esclamai, serissimo: «Jimi Hendrix a Monterey!». Silenzio di tomba e mia madre disse: «Matteo, ma cosa fai?!». E mia nonna: «Vabbè, non preoccuparti, domani te ne compro un’altra». Poi arrivò il mio primo giorno d’asilo. Portai la chitarra con me. Quando la maestra la prese per suonare le solite canzoncine per bambini, rimasi deluso: mi aspettavo che eseguisse i brani che suonava mio padre a casa, di Pat Metheny, Oregon, Cream, ecc. Più tardi, mentre giocavo con gli altri bambini, mi misi a fischiettare un brano di Pat Metheny, la maestra mi chiese cosa stessi cantando e risposi: «Tinni!». Non capendo cosa volessi dire, chiamò i miei genitori a casa dicendo: «Dobbiamo parlarvi di vostro figlio…». Mio padre spiegò tutto, si tranquillizzarono… e tutt’oggi sono ancora amico della maestra Marina delle elementari! Ecco com’è iniziata la mia love story con la chitarra. Ma da allora nessuno mi ha mai più chiesto di suonare qualcosa di Hendrix!
Pan Metheny, Jimi Hendrix, Michael Brecker sono alcuni dei tuoi primi riferimenti. Ma c’è un artista inaspettato che ha influenzato profondamente il tuo modo di suonare o scrivere?
Sì, ma più che da un artista in particolare direi che sono attratto da una determinata qualità della musica. Non mi interessa il genere: quello che cerco è coerenza, profondità narrativa, senso della forma, eventi inaspettati, ma sempre con un forte senso melodico (anche nelle situazioni più astratte). Musica che respira e che si muove e adatta come un organismo vivente. Quando sento quelle caratteristiche, qualcosa in me si accende. Paradossalmente ho molti più riferimenti su strumenti diversi dalla chitarra. Se mi chiedessi la lista dei miei idoli divisi per strumento, probabilmente ne direi almeno venti per ogni categoria e forse sei o sette chitarristi in tutto. Lo strumento per me è sempre stato solo il mezzo con cui mi trovo più a mio agio nel tradurre le idee musicali che ho in testa. Nella scala delle priorità di un musicista penso che le idee debbano venire molto prima dello strumento.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Se potessi rubare un talento a un altro musicista – anche solo per un giorno – cosa sceglieresti?
La capacità che ha Herbie Hancock nel giustificare armonicamente qualsiasi cosa, sia durante un solo che nell’accompagnamento. Oggi si utilizza con molta leggerezza la parola “genio”, ma nel suo caso credo sia semplicemente l’unica definizione possibile. Ogni volta che lo ascolto ho la sensazione che potrebbe far funzionare qualsiasi cosa. Rubargli anche solo un frammento di quella consapevolezza sarebbe come accedere per un attimo a un altro livello di comprensione musicale, un luogo dove tutto è possibile, ma niente è casuale. Però avrei potuto dirti anche altre qualità che ammiro in Gary Burton, Freddie Hubbard, Chick Corea, ecc.
C’è un suono – non una nota, ma un suono – che rappresenta per te la bellezza assoluta?
Credo che quasi qualsiasi suono possa raggiungere una forma di bellezza, ma solo se avviene nel contesto giusto, nel momento esatto, con l’intenzione giusta e nello spazio appropriato. Non è il cosa, ma il come e il perché, è la relazione tra quel suono e tutto ciò che lo circonda: il silenzio prima, il silenzio dopo, la dinamica, la tensione, la necessità profonda di quel gesto sonoro in quell’istante. Che accordo c’era prima? Cosa verrà dopo? Anche il suono più semplice può diventare la cosa più bella del mondo, se è inevitabile.
Quando suoni hai mai la sensazione di scomparire, di essere solo musica, senza corpo né tempo?
Non direi che “scompaio”, piuttosto ho la sensazione di sdoppiarmi: da un lato sono immerso nell’atto di suonare, dall’altro mi osservo mentre suono, come se fossi il miglior ascoltatore possibile all’interno di quella venue. Mi chiedo costantemente: «Cosa serve adesso? Qual è la scelta musicale più funzionale e inevitabile, che si collega in modo naturale a ciò che è appena accaduto?». È un po’ come essere sul palco e in platea allo stesso tempo. Tutti i musicisti che più ammiro (e con cui mi trovo meglio) condividono proprio questa qualità: sono ascoltatori eccezionali.
Hai suonato e suoni con Joe Locke, Seamus Blake, George Garzone, Dado Moroni e molti altri. C’è un episodio sul palco, una frase detta in studio, che ti ha lasciato qualcosa di indelebile?
Più che un episodio preciso ogni volta che condivido il palco con questi grandi musicisti la cosa che mi colpisce maggiormente è il rispetto assoluto che hanno per la musica, suonano come se fosse sempre l’ultima sera della loro vita. Ogni nota è interpretata con un’intenzione chiara, nulla è lasciato al caso.
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Hai vissuto per un periodo a New York, nel cuore pulsante del jazz mondiale, dove la musica sembra nascere e trasformarsi ogni sera, in ogni angolo. Cosa ti ha lasciato quella città, non solo musicalmente, ma anche come modo di vivere, ascoltare e pensare il jazz? E c’è qualcosa di quella scena che hai sentito il bisogno di portarti dietro, anche una volta tornato in Europa?
Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la tendenza – molto evidente in certe situazioni – a mettere da parte le etichette. A New York si pensa meno a incasellare la musica e molto di più a viverla nel presente, a utilizzarla come strumento per raccontare il proprio tempo attraverso il linguaggio del jazz. Di conseguenza anche in una conversazione ti ritrovi a parlare di un disco di Bud Powell, per poi passare ai Moonchild e subito dopo al Piano Concerto No.3 di Béla Bartòk. Non ho percepito (tranne in determinati contesti) quell’approccio “museale” in cui il jazz viene trattato come se fosse qualcosa da replicare fedelmente, come se si stesse facendo una rievocazione storica ben eseguita ma scollegata dal tempo in cui viviamo. Al contrario ho constatato un’enorme consapevolezza del passato, ma sempre al servizio di una visione attuale. Credo che questo sia ciò che il jazz ha sempre fatto: prendere quello che c’era e trasformarlo per raccontare un’epoca e un contesto ben preciso. Se ascolti dischi come “Bird & Diz” di Charlie Parker, “Sorcerer” di Miles Davis, “Light As a Feather” di Chick Corea, “Word of Mouth” di Jaco Pastorius o “Emanon” di Wayne Shorter, capisci immediatamente in che periodo storico ti trovi e quale storia raccontino. Non sono imitazioni del passato, ma traduzioni sonore del loro presente. Quindi se un tempo magari qualche volta mi chiedevo: «Ma questa cosa è jazz?», oggi quella domanda ha completamente perso il suo senso. Utilizzo un certo tipo di linguaggio, certo, ma non sento il bisogno di incasellarlo, di legittimarlo o di adattarmi a qualcosa per compiacere una parte specifica del pubblico. Se ciò che faccio mi piace, mi risuona dentro, sento che è sincero, è solido e ha quelle qualità che riconosco in tutta la musica che amo… allora per me è sufficiente, va bene così.
Hai calcato numerosi palcoscenici importanti in mezzo mondo, eppure resti legato a Genova. Quanto conta per te il senso di radicamento?
Non è tanto una questione di radicamento, vivo a Genova perché, semplicemente, mi ci trovo bene. C’è un’ottima qualità di vita, ritmi più umani, silenzi possibili, l’opportunità di avere uno spazio mentale e fisico per scrivere, suonare, pensare. È anche il luogo dove tutto è cominciato, questo sì, e forse in fondo qualcosa conta. Ma più che nostalgia vera e propria, associo il tutto a una questione legata all’equilibrio. Musicalmente parlando mi manca molto New York, soprattutto l’energia e la densità musicale che solo lì ho respirato. Anche se, va detto, dopo il Covid non è più la stessa città di prima: tanti amici si sono trasferiti, alcuni in Europa, altri a Los Angeles. Se dovessi spostarmi credo che L.A. e New York siano le uniche città dove vorrei vivere in quanto offrono stimoli che, in termini di musica e ispirazione, non trovi da nessun’altra parte.
Tra suonare come sideman e guidare un tuo progetto, quale condizione senti più tua oggi?
Suonare come sideman, ad esempio con un musicista come Joe Locke, è un’esperienza che ti segna. Joe è un musicista straordinario, con una visione compositiva fortissima e una narrativa musicale che ti travolge. Ogni concerto con lui è una lezione su cosa significhi raccontare una storia. Onestamente suonerei con quel gruppo cinque giorni su sette, tutte le settimane. Guidare un mio progetto, invece, mi permette di esplorare territori che da sideman spesso non sono percorribili: posso spingere alcune idee al limite, fare scelte più rischiose, sperimentare forme e architetture sonore. Ma le due dimensioni si nutrono a vicenda. Con Joe suoniamo anche miei brani – come The Way It Is! – e viverli attraverso la sua visione mi ha permesso di scoprire sfumature che da solo forse non avrei mai colto. Alcune di quelle suggestioni tornano poi nei miei progetti da leader, ma riformulate con altri colori. Alla fine mi sento a mio agio in qualsiasi situazione in cui la musica sia viva, densa di significato e soprattutto dove ci sia qualcosa da esplorare e da imparare.
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Hai mai pensato: «Questa cosa non la scrivo, è troppo semplice»? E poi magari è stato proprio quel brano a toccare di più il pubblico?
In realtà non penso mai alla musica in termini di semplice o complesso. Le domande che mi pongo sono altre: è necessario ciò che ho scritto? È coerente con il linguaggio interno del brano? Comporre e improvvisare sono la stessa cosa realizzata su scale temporali diverse. In entrambi i casi il lavoro consiste nel trovare la via più inevitabile possibile tra l’inizio e la fine. Ogni brano è come una mappa con infinite diramazioni: sta a te scegliere un percorso che sia chiaro, coerente, ma al tempo stesso capace di sorprendere, quel punto di equilibrio tra l’ovvio e l’inaspettato. Quando parlo di “ovvio” intendo dire che all’ascolto quella scelta musicale sembra l’unica possibile, quella che non può essere messa in discussione. Spesso un’idea semplice è proprio ciò che serve, ma dev’essere una semplicità onesta, non una scorciatoia. Se un materiale anche minimale viene trattato con rigore, sviluppato poeticamente e fatto crescere in modo organico, può contenere una potenza enorme. Alcune delle musiche che più ammiro sembrano apparentemente semplici, ma se le analizzi trovi un’architettura invisibile molto complessa. E credo che sia proprio lì che si gioca tutto. Forse la ballad A Message To You, che ho pubblicato nel 2020, registrata a distanza con Luca Alemanno, rappresenta bene questo concetto: una scrittura apparentemente semplice, ma con una complessità armonica latente e una melodia molto chiara. Quel “teoricamente complesso” che però suona naturale e inevitabile. Ogni volta che l’ho suonata dal vivo mi ha colpito quanto riuscisse comunque a toccare il pubblico.
Se ti chiedessi di immaginare un progetto futuro che ti fa brillare gli occhi, cosa visualizzi? Un nuovo disco, un tour, una collaborazione fuori dai soliti schemi?
Un gruppo immaginario, una sorta di dream team? Attualmente, in base a ciò che sto scrivendo, ti direi John Patitucci al contrabbasso, Brian Blade alla batteria e John Cowherd al piano. Sono un grande fan di questo trio! Ma la verità è che mi sento fortunato già adesso. I musicisti con cui ho registrato A New Beginning sono persone con cui esiste una connessione reale, umana oltre che musicale. Francesco Ciniglio, in particolare, è come un fratello, è uno dei miei musicisti preferiti in assoluto e gli devo davvero molto musicalmente parlando, è una delle persone da cui ho imparato di più in assoluto!
Come vedi la scena jazz in Italia e in Europa oggi? Dove ti riconosci e dove invece ti senti in attrito?
Devo dire che in Europa al giorno d’oggi il livello è molto alto e ci sono musicisti veramente incredibili con cui quando ti esibisci, avendo avuto un vissuto negli Stati Uniti, è esattamente come suonare in America. Ci sono grandissimi artisti italiani nel mondo del jazz che stimo profondamente e che hanno una musicalità inaudita: Alessandro Lanzoni, Jacopo Ferrazza, Dado Moroni, Antonio Faraò, Stefano Bollani, Luca Alemanno, Andrea Rea, Bebo Ferra, Rosario Giuliani, Francesco Ciniglio, Gabriele Evangelista, Marco Panascia, Daniele Cordisco, Christian Mascetta e molti altri ancora.
Il jazz è sempre stato anche una forma di resistenza culturale. Suonarlo oggi, con i tempi frenetici del nostro presente, può ancora essere un atto politico?
Non ho mai pensato al jazz come a un atto politico nel senso stretto del termine, ma sicuramente è una musica che implica una forma di resistenza al silenzio, all’omologazione, ecc. Il solo fatto di suonare qualcosa di personale, costruito in tempo reale, in un mondo sempre più preconfezionato, è già un gesto controcorrente. In questo senso sì, può avere un valore politico, ma nel significato più ampio e profondo del termine.
Oggi molti musicisti sembrano scrivere per gli addetti ai lavori. Tu che idea hai del rapporto tra linguaggio musicale e accessibilità?
Penso che il problema non sia mai la complessità in sé, ma l’assenza di chiarezza. Puoi scrivere la musica più sofisticata del mondo, con strutture, armonie e arrangiamenti complessi, ma se tutto si muove in modo coerente, se c’è una forma riconoscibile, un’idea di base veramente chiara che evolve organicamente e un filo conduttore che unisce tutto, allora può essere accessibile anche a chi non abbia competenze tecniche. A volte mi capita di ascoltare arrangiamenti di standards o composizioni in tempi dispari o con arrangiamenti forzati, e la sensazione è che non ci sia un vero motivo musicale dietro, ma sia più un esercizio per addetti ai lavori. E mi chiedo: «Perché? È davvero necessario? È davvero musica o è solo virtuosismo fine a sé stesso?». Ho questa sensazione quando mi capita di vedere molti video su YouTube in cui sembra che il fine principale sia quello di fare views impressionando la massa anziché la voglia di fare musica. Sembra quasi che nella priority list ai primi posti ci siano views e algoritmi per scioccare l’utente medio. Oggi la capacità di parlare a tutti anche con il jazz più avanzato sembra rara. Però poi ascolto dischi come “Fly” di Michael Mayo e ritrovo quella qualità in brani come Bag Of Bones. Onestamente è una delle canzoni più belle che abbia mai ascoltato negli ultimi dieci anni. È densissima dal punto di vista compositivo, ma si ascolta con una naturalezza disarmante. Sembra un brano in 4/4 anche se non lo è… e questo per me è un segnale preciso: la scrittura è talmente ben fatta da far dimenticare la complessità. È cantabile, coinvolgente, profondo. Quindi sì, spesso siamo circondati da molta musica pensata solo per gli addetti ai lavori, ma quando sento musicisti come Michael Mayo, James Francies, Simon Moullier, Claffy, Alina Engibaryan e molti altri, capisco che quel connubio tra innovazione e accessibilità è ancora vivo.
Qual è il giorno perfetto per te? Quello che immagini quando chiudi gli occhi: dove ti trovi, e con chi?
Un giorno perfetto? Forse è quando sono su un palco con musicisti che stimo profondamente, con cui c’è un dialogo vero. Quando tutto si allinea e la musica prende vita davanti a te, allora sì… quello è un giorno perfetto. Oppure può essere una serata tranquilla, da solo, al pianoforte, mentre qualcosa di nuovo prende forma, quel momento in cui capisci che sta nascendo qualcosa che prima non esisteva. Non ho bisogno di molto altro. Poi certo ho molte altre passioni al di fuori della musica. Ma se parliamo del mio mondo musicale, credo che queste siano le giornate che considero perfette.
Quando guardi indietro al te stesso quindicenne che si esercitava per ore, cosa gli diresti oggi?
Gli direi: «Inizia subito a trascrivere John Coltrane, Charlie Parker, Herbie Hancock, Chick Corea, Bud Powell, Sonny Rollins, Gary Burton, Joey Calderazzo…». A quell’età ero ancora immerso quasi esclusivamente nel linguaggio chitarristico, imparavo solo assoli di chitarristi – soli bellissimi da cui ho appreso moltissimo – ma se potessi tornare indietro cercherei di allargare molto prima il mio orizzonte.
Cosa ascolti quando sei solo?
Ascolto musica che possiede quelle qualità che ho sempre reputato fondamentali su vari livelli. È per questo che torno spesso a Stevie Wonder, Chick Corea, Herbie Hancock, Burt Bacharach, Steely Dan, Arturo Benedetti Michelangeli, Keith Jarrett, David Crosby, Miles Davis, Freddie Hubbard, Jaco Pastorius, Milton Nascimento, McCoy Tyner, Charlie Parker, Sonny Rollins… e tanti altri. In questo periodo sto ascoltando molto “Pride & Joy” di Jon Cowherd e “Nascente” di Flavio Venturini.
Qual è una domanda che non ti ha mai fatto nessuno… ma che ti piacerebbe ricevere?
Non so quale domanda mi piacerebbe ricevere. So solo che le più importanti, spesso, non arrivano da fuori. Sono quelle che nascono in silenzio, quando meno te lo aspetti, e ti cambiano il modo di ascoltare e percepire ciò che ti circonda.
In un’epoca in cui tutto è istantaneo, Matteo Prefumo sceglie l’artigianato sonoro, la profondità dei dettagli, la chiarezza nella complessità. Le sue parole – come le sue note – non inseguono mode, ma disegnano traiettorie nuove, fatte di equilibrio, rischio e ascolto profondo. Non è solo un vincitore, né un semplice “giovane talento”: è un artista che sa dove guardare mentre suona, anche quando il pubblico non se ne accorge. E questo, nel jazz come nella vita, fa tutta la differenza.
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Photo Credit To Roberto Cifarelli
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