Ultime News
“After The Rain”: il mio squarcio di luce tra le nubi. Intervista a Giuseppe Magagnino

“After The Rain”: il mio squarcio di luce tra le nubi. Intervista a Giuseppe Magagnino

26 giugno 2023

Intervistiamo il pianista e arrangiatore salentino Giuseppe Magagnino, il quale ci racconta “After The Rain”, il suo recente lavoro discografico, pubblicato il 12 maggio dall’etichetta discografica GleAM Records di Angelo Mastronardi.

a cura di Andrea Parente

Buongiorno Giuseppe e benvenuto su Jazzit. Ci racconti un po’ di come ti sei avvicinato alla musica?
Sono figlio di un batterista, mio padre è sempre stato un grande appassionato di musica: lo seguivo ogni volta che teneva un concerto. Lui mi ha insegnato cosa significhi avere una passione e quindi la dedizione nel nutrirla.

Come si è evoluto nel tempo il tuo percorso musicale?
Dopo l’infanzia passata a “strimpellare” da autodidatta la chitarra, ebbi una folgorazione per il pianoforte: a tredici anni iniziai a studiarlo seriamente, intraprendendo il percorso classico in Conservatorio. Nel corso degli anni mi innamorai perdutamente del jazz e della sua filosofia musicale/esistenziale. La prima cosa che feci nel 2006, appena diplomato in pianoforte classico, fu andare a Firenze per seguire una masterclass intensiva con Stefano Bollani. Da quel momento in poi, non mi sono più fermato. Per me la strada era già tracciata: sapevo perfettamente cosa volessi artisticamente e nel tempo ho aggiustato il tiro per raggiungere quell’obiettivo.

Un percorso musicale che, negli ultimi tre anni, ha dovuto affrontare una situazione molto complicata per tutti i protagonisti del settore artistico. Tu come hai affrontato tale situazione e cosa hai imparato da essa?
Per me è stato un momento molto importante: venivo da un 2019 nel quale avevo fatto all’incirca cento concerti in giro per l’Italia e all’estero, pensavo solo a stare sui palchi il più possibile. Immagina come mi sia crollato il mondo addosso quando è arrivato il lockdown. Peraltro, sono stato anche tra i primi a ricevere il duro colpo: il 22 febbraio 2020 ero a Cremona, nel fantastico Auditorium del Museo del Violino per le prove generali di un concerto con Amii Stewart e Alessandro Quarta. A un certo punto arrivano i responsabili e ci dicono di interrompere subito le prove, prendere i nostri bagagli e partire, altrimenti saremmo rimasti bloccati in quarantena. Immagina tu… Ho affrontato quel periodo ritornando a studiare in maniera intensiva e ho deciso poi di rimettermi in gioco scrivendo il disco “My Inner Child”. Ho imparato che nella vita, anche quando ci arriva qualcosa di poco piacevole, abbiamo sempre una doppia scelta: lasciarci andare all’amarezza, che ci porta a subire passivamente anche le normali avversità della vita, o vederci l’opportunità di crescita e imparare qualcosa di nuovo per la nostra esistenza.

Focus sul presente. Cosa ci racconti in “After The Rain”, il tuo recentissimo lavoro discografico, pubblicato il 12 maggio dall’etichetta discografica GleAM Records. A cosa allude il titolo?
Il mio nuovo lavoro discografico nasce in realtà durante il tour di presentazione di “My Inner Child”: avevo scritto dei nuovi brani, definito arrangiamenti di standard jazz e iniziato anche il mio progetto in piano solo. Ho voluto provare tutto questo nuovo materiale durante i concerti e così, insieme a due grandissimi musicisti e compagni di viaggio, Luca Alemanno e Vladimir Kostadinovic, abbiamo deciso di chiuderci in studio per una sola session di registrazione, dalla quale è uscito fuori gran parte del materiale presente nel disco. “After The Rain” è la naturale evoluzione del primo disco, per l’affinamento del linguaggio e della prassi esecutiva. La title track allude alla mia nuova capacità di apprezzare, da grande estimatore del cielo plumbeo, anche uno squarcio di luce “salvifico” tra le nubi, dopo un temporale. Rappresenta la possibilità di trovare nuovo entusiasmo, dopo aver scandagliato zone d’ombra emotive.

Come hai sviluppato l’iter narrativo del disco?
Tutto è nato, appunto, dalla title track. Avevo bisogno di scavare dentro di me e di esternare tutte le mie costanti emotive: un sentire ricorrente e contrastante, fatto di paure, grandi aspettative, momenti di dubbio e fragilità. Insomma, tutto ciò che è legato alla grande avventura della mia esistenza. Da questi costanti interrogativi sono nati anche gli altri due brani inediti, My Prayer e Aftermidnight. Il primo è legato al concetto di preghiera, qualcosa in cui rifugiarsi nei momenti di difficoltà, che ci conforti e ci dia forza. Il secondo è un canto di ispirazione gospel/soul, liberatorio e insieme di protesta verso le ingiustizie della vita.

Cosa lo unisce o lo differenzia dal tuo precedente lavoro “My Inner Child” (GleAM Records, 2022)?
Il fatto che “After The Rain” sia nato durante il tour di presentazione di “My Inner Child” e sia uscito a distanza di un anno, lo lega inevitabilmente al precedente lavoro. In “My Inner Child” ho tracciato un percorso artistico di ricerca sonora e stilistica, basato sulla fusione degli aspetti che più mi hanno colpito della tradizione del jazz afroamericano e del jazz europeo dell’ultimo trentennio. “After The Rain” ne è una naturale evoluzione. Lo differenzia un affinamento della scrittura, del sound del trio e la voglia di rendere sempre più snello e fruibile lo sviluppo dei brani. In questo nuovo disco inizio a mettere sempre più in risalto la mia personalità pianistica sul repertorio di standard jazz e a dare spazio anche al mio percorso parallelo in piano solo.

Nel teaser di “My Inner Child”, presente sul tuo canale YouTube, definisci l’omonimo brano «un inno che invita a far uscire più spesso in età adulta il nostro bambino interiore». Quanto reputi importante questo aspetto nei confronti dell’autenticità del lavoro artistico che si produce?
Per me è un aspetto fondamentale. La vera essenza del jazz si basa sul rischio. Ho sempre studiato molto i linguaggi della musica, per poter “reagire” in maniera più autentica in un genere che è basato sull’improvvisazione live. Credo che questa sia la metafora della vita: mettersi in ascolto, osservare e saper cogliere tutti gli stimoli esterni, riuscire a trasformare un errore in una opportunità… tutto questo conservando quello spirito giocoso e pieno di curiosità che caratterizza l’approccio dei bambini alla vita.

Torniamo sul tuo nuovo disco “After The Rain”. Nell’album sono presenti due tipi di omaggi: quello ai famosi standard jazz But Not For Me (G. Gershwin), Ask Me Now (T. Monk) e Jordu (D. Jordan), e quello, invece, a due brani iconici degli anni Sessanta e Novanta, ovvero Blackbird dei Beatles e No Surprises dei Radiohead. Ci motivi tali scelte?
Sono tutti brani e autori ai quali sono legato e che mi hanno permesso di sperimentare dal punto di vista della sonorità e del linguaggio. But not for me è stato uno dei primi standard jazz che ho suonato e mi sono voluto cimentare in una sua profonda rivisitazione. Come profondo è il legame che ho con la personalità musicale di Monk; adoro molti suoi brani: Ask Me Now rappresenta un grande esempio di equilibrio tra forma musicale e sviluppo melodico, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di dire la mia su questo meraviglioso brano. Blackbird e No Surprises rappresentano molto per me, è una magia come si possa raccontare attraverso le sole note l’intensità di un testo: avevo bisogno di esternare in maniera molto intima, in piano solo, la mia versione della storia.

I restanti brani del disco, invece, sono tue composizioni originali. Da cosa ti lasci ispirare quando componi?
Ho un tipo di scrittura molto “istintiva”, non lavoro mai alla stesura di un brano per giorni. Studio tanto, ascolto, rifletto sulle idee nella mia mente, ma non provo mai niente sul pianoforte. Aspetto con fiducia che un tema o una struttura armonica si presenti con forza nella mia testa e così tutto prende forma nel giro di pochi minuti, quasi come un rituale magico. Poi lo lascio decantare, ci torno su, lo suono per un po’ affinando passaggi, struttura armonica e forma. La mia fonte di ispirazione è la vita… se non hai niente da raccontare, cosa suoni a fare?!

Cosa ti ha motivato a scegliere Luca Alemanno (contrabbasso) e Vladimir Kostadinovic (batteria) come collaboratori del disco?
Per me i fattori più importanti nella scelta dei partners di “gioco” sono la preparazione, la disponibilità a mettersi al servizio della musica e l’affinità umana. Con Luca e Vladimir ho trovato tutto questo, abbiamo sempre lavorato in un clima di grande serenità e divertimento. Io e Luca ci conosciamo da tanti anni, ci lega una profonda amicizia, siamo cresciuti insieme attraverso concerti, viaggi e momenti di vita quotidiana estremamente “nutrienti” e gioviali. Luca è diventato un grande musicista, che sa sostenere al meglio gli artisti di grande levatura con cui collabora. Vladimir, che ho sempre apprezzato per la grande preparazione e disponibilità musicale, è stata una piacevolissima scoperta anche dal punto di vista umano. Insieme credo che abbiamo raggiunto un connubio perfetto per la mia musica: hanno inteso perfettamente le mie esigenze artistiche e riescono a tradurre al meglio ogni mia “visione” musicale. Mi sento molto fortunato ad avere il loro appoggio e stima.

La formazione del disco è in trio, supportato da diversi featuring. Cosa ha significato questo a livello timbrico, espressivo e di arrangiamento?
Significa tanto, la mia formazione ideale rimane sempre il piano trio, ma per me è fondamentale sperimentare per aprirmi nuove strade. Per la mia crescita artistica è molto importante avere anche altri punti di vista, quelli che i grandi artisti possono apportare alla mia musica. I magistrali arrangiamenti per l’orchestra d’archi, scritti da Alessandro Quarta per due brani del disco, credo che rappresentino al meglio questa mia visione.

Sei un musicista con un’ampia visione della musica, e ciò ti ha portato a intraprendere diverse attività e collaborazioni importanti. In particolare, dal 2009 collabori con il violinista Alessandro Quarta, con il quale ti sei esibito in prestigiosi teatri italiani ed europei, spaziando dal repertorio classico al jazz. Ci racconti come vi siete conosciuti? Hai qualche “emozione” da raccontarci riguardo l’esperienza musicale vissuta con lui?
Alessandro è semplicemente un grande artista, profondo conoscitore della musica e un incredibile talento del violino. Nel 2009 aveva bisogno di un pianista per il suo progetto e ho avuto la fortuna di iniziare a collaborare con lui. Per me è stato un punto di svolta professionale: mi ha insegnato molto, abbiamo calcato insieme, solo noi due, palchi importantissimi, davanti anche a 20.000 persone. La profonda fiducia che lui ha sempre avuto nei miei confronti mi ha dato crescente consapevolezza delle mie possibilità musicali, offrendomi l’opportunità di esplorare con l’improvvisazione anche il grande repertorio classico. Il nostro progetto in duo “No limits” è la chiara testimonianza di quanto siamo cresciuti insieme per affinità musicale e profondità della ricerca artistica. La nostra alchimia è rafforzata ulteriormente da grande amicizia e stima.

Uno sguardo al futuro. Quali sono i tuoi progetti? Quali, invece, gli obiettivi che ti poni adesso?
A questo punto è doveroso ringraziare la GleAM Records, nella persona di Angelo Mastronardi, per aver creduto nel mio progetto artistico e per averlo sostenuto con entusiasmo e grande professionalità. Grazie a lui è stato possibile inanellare due produzioni in un solo anno. Ho la fortuna di avere alle spalle un grande produttore/discografico che crede e ama profondamente il jazz, i risultati che sta ottenendo parlano per lui. Ora l’obiettivo è portare in giro, sui palchi, questo progetto e il mio modo di intendere il jazz. Ho nuove idee in cantiere, in piano solo, in piano trio e anche con quintetto d’archi. Ma sto facendo decantare fisiologicamente tutto, per dedicarmi ai live e ricaricarmi artisticamente, così da focalizzare al meglio i nuovi “step” della mia musica.

INFO

www.facebook.com/giuseppe.magagnino

 

Abbonati a Jazzit a soli 29 euro cliccando qui!