Ultime News
Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – I Camaleoni
Photo Credit To Roberto Cifarelli

Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – I Camaleoni

14 ottobre 2025

Camaleoni: il jazz che cambia pelle

Camaleontici di nome e di fatto, i Camaleoni, ovvero Lorenzo Palermo al pianoforte e tastiere, Fabio Pergolini alla batteria, Valerio Bandi alla chitarra elettrica, Riccardo Savioli ai sassofoni e Andrea Brutti al basso elettrico, sono una delle band più fresche e sorprendenti della nuova scena jazz italiana. Nati a Milano, hanno saputo intrecciare con naturalezza funk, fusion, rock e linguaggi jazzistici contemporanei, costruendo un suono energico e coinvolgente che conquista tanto gli appassionati quanto il pubblico più giovane. A Chiavari hanno portato l’energia del loro disco d’esordio “Camadamia” e anticipato alcune delle nuove composizioni che faranno parte del prossimo lavoro discografico. Li abbiamo incontrati per parlare di identità, improvvisazione, sogni futuri e, naturalmente, dell’esperienza vissuta al Chiavari in Jazz 2025.

Il vostro nome, Camaleoni, richiama il cambiamento, l’adattabilità, il colore. In che modo rappresenta la vostra musica e il vostro approccio al jazz?
Per noi il jazz è da sempre un linguaggio in continua trasformazione, capace di assorbire influenze e di restituire nuove forme, mescolando stili e sonorità diverse. In questo senso sentiamo il bisogno – e in parte anche il dovere – di rimanere aperti al cambiamento, lasciando che le idee e gli stimoli che viviamo ogni giorno evolvano insieme a noi e alla nostra musica. Essere “camaleoni” significa proprio questo: lasciarsi trasportare da un flusso costante di trasformazione, ascoltando e rispondendo a ciò che ci circonda senza pregiudizi, pronti ad accogliere nuovi spunti. Il jazz, grazie all’improvvisazione e all’interplay tra i musicisti, ci permette di esprimere pienamente questa nostra natura.

Avete un suono che mescola funk, jazz, fusion e rock moderno. È una scelta consapevole o un’identità che è emersa spontaneamente suonando insieme?
All’inizio il jazz è stato il terreno comune che ci ha permesso di dialogare e creare un linguaggio condiviso. Con il tempo però ognuno di noi ha portato le proprie influenze, lasciando che sfumature e sensibilità personali si intrecciassero in modo naturale. Così sono nati brani che talvolta si muovono su sonorità vicine alla black music, mentre altri spingono verso ritmi più energici e sfumature rock. Non ci siamo mai imposti schemi o linee guida rigide: le nostre diverse influenze hanno trovato spontaneamente il loro spazio e respiro all’interno dei brani, contribuendo a creare un’identità sonora che ci rappresenta pienamente.

Nel vostro concerto a Chiavari avete presentato brani tratti dal disco d’esordio “Camadamia” e nuove composizioni che faranno parte del vostro prossimo lavoro discografico. Qual è stata l’evoluzione più evidente, se c’è stata, nel vostro suono tra il primo e il secondo lavoro?
Un’evoluzione c’è stata, e la percepiamo chiaramente quando suoniamo i nostri nuovi brani. Se dovessimo riassumerla in una parola, questa sarebbe “ordine”. Le nuove composizioni stanno prendendo forma in modo più consapevole e strutturato, come se ogni “camaleone” arrivasse con idee pensate su misura per la band. Il suonare insieme nel tempo ci ha permesso di conoscerci meglio e di comprendere a fondo le influenze musicali di ciascuno di noi. Questo ci rende più facile immaginare come i nuovi brani verranno interpretati, trasformati ed eseguiti dai diversi membri, creando un equilibrio sonoro più definito e coeso.

C’è un brano che considerate il vostro “manifesto sonoro”? Perché?
Abbiamo un brano a cui teniamo particolarmente e che utilizziamo spesso per aprire i nostri concerti, come introduzione per il nuovo pubblico: Stuck in Traffic. È probabilmente una delle composizioni più variegate e, perché no, più “camaleoniche” del nostro repertorio. Si muove tra momenti free di improvvisazione più aperta, lascia spazio al groove funk più serrato e si avventura anche in virtuosismi e passaggi di improvvisazione be-bop. È un brano che ci diverte e ci accende, proiettandoci immediatamente nella nostra dimensione più autentica.

Quanto è importante per voi il rischio, l’improvvisazione e l’imprevisto quando siete sul palco?
L’improvvisazione costituisce un elemento importante all’interno dei nostri brani ma, in fase di creazione degli stessi, cerchiamo di contestualizzare i momenti solistici all’interno di una narrativa funzionale, formata da un incipit, uno sviluppo e una conclusione ben definiti. Per quanto riguarda il rischio e l’imprevisto, essi sono insiti nella natura di questa musica e li accogliamo quando siamo sul palco e in sala prove. In altre parole cerchiamo di vivere appieno il momento in cui suoniamo, pronti a seguire le scelte dei singoli musicisti.

Nei concerti colpisce molto la vostra presenza scenica: sorrisi, complicità, divertimento reale. Quanto è importante per voi trasmettere questo al pubblico, oltre alla musica?
Per noi divertirci quando suoniamo e siamo insieme è fondamentale, è il collante che ci unisce e che cerchiamo sempre di mantenere. Pensiamo sia importante che si instauri un clima di gioia e armonia fra i musicisti, in modo che ognuno possa sentirsi a proprio agio ed esprimere al meglio se stesso, lasciando da parte giudizi e condizionamenti esterni. Ci piace trasmettere quello che proviamo al pubblico perché, alla pari delle composizioni, rappresenta ciò che siamo e il nostro modo di vivere la musica. Il pubblico ci dà la carica: molte volte, poi, si instaura un dialogo emotivo profondo e vi è uno scambio di energia che elettrizza entrambi.

Durante i live il pubblico – spesso anche molto giovane – partecipa, batte le mani, intona cori. Vi aspettavate questo tipo di coinvolgimento, tenendo conto che il vostro genere è jazz/fusion contemporaneo?
La passione per la musica, il divertimento del suonare insieme e la condivisione con il pubblico sono stati sin dal principio i propellenti del nostro gruppo. È stato naturale per noi interagire e coinvolgere gli ascoltatori e con molta spontaneità il pubblico rispondeva. Col tempo, confrontandoci con realtà esterne, ci siamo resi conto che non fosse così scontato che il pubblico interagisse a un concerto fusion e abbiamo capito che rappresentasse un nostro grande punto di forza. Ci piace molto l’idea che il pubblico torni a casa contento e divertito di aver passato una serata ad ascoltare musica – indipendentemente dall’età e dai suoi ascolti quotidiani – con l’adrenalina di aver assistito a quella che noi definiamo “Camaleoni experience”. Per noi è importante trasmettere la nostra energia e gioia di fare musica e lasciare sentimenti positivi in chi ci ascolta. Ci auguriamo, poi, di attirare sempre più coetanei ai concerti e di farli appassionare alla nostra musica!

In Italia si parla spesso di difficoltà per i giovani musicisti, soprattutto jazz, a trovare spazi e continuità. Qual è la vostra esperienza in merito?
Sarebbe pleonastico dire che non è facile, anche se di base è essenzialmente così, ma pensiamo in maniera univoca che sia importante soprattutto sapersi creare le situazioni anche da soli, e non aspettare sempre la cosiddetta chiamata, piuttosto che la spinta o l’appoggio di qualcuno del “settore”. Crediamo nel duro lavoro e che ciò porti a dei risultati a lungo termine; questo normalmente implica una buona dose di frustrazione, perché spesso sembra che i propri sforzi non vengano ripagati sufficientemente, o che implicitamente si pensi sempre di non fare mai abbastanza, ma bisogna accettare il contesto culturale nel quale viviamo, un sistema che non sempre asseconda le realtà artistiche indipendenti, di conseguenza sta a noi crearci le possibilità, e perché no anche goffamente e senza timore. Quando abbiamo avuto l’onore di suonare a Umbria Jazz tramite la qualificazione ottenuta al Conad Jazz Contest, il nostro chitarrista Valerio, sapendo che in quell’edizione si sarebbero esibiti gli Snarky Puppy a Perugia, ha girato per quattro giorni interi di festival con addosso un cartello dove chiedeva a gran voce di farci aprire i loro concerti, ovviamente con tono ironico (ma non del tutto). A furia di girare per tutta la città e di cercare sempre di intercettarli, Michael League quando finalmente ci ha visto si è genuinamente messo a ridere, chiedendoci poi notizie su di noi e cominciando successivamente a seguirci su Instagram di sua spontanea iniziativa. Magari per qualcuno non sarà niente, per noi invece è stato comunque un qualcosa che si è mosso, un piccolo tassello, come tanti che stiamo mettendo in pila uno sopra l’altro. Non sappiamo dove portino ma confidiamo e siamo certi che qualcosa prima o poi si creerà, con pazienza.

Guardando alla scena internazionale, ci sono artisti o band che sentite vicini al vostro linguaggio?
Le influenze di ognuno di noi fanno sì che i Camaleoni abbiano una molteplice natura espressiva, la nostra amata “giungla sonora”, ma sicuramente abbiamo anche dei riferimenti più o meno comuni ai quali ci ispiriamo, come i già citati Snarky Puppy, o anche Nate Smith rimanendo sempre sul versante statunitense, piuttosto che la moderna jazz-wave uk/europea, a partire da Yussef Dayes, passando per i Nubiyan Twist fino ai Vels Trio e Moses Yoofee… ma ovviamente sentiamo di avere delle affinità anche (e forse soprattutto) con delle sonorità più “vintage”, accomunabili a quelle dei Casiopea, di Herbie Hancock con gli Headhunters o di John Scofield… insomma ci sentiamo vicini a tanti artisti che amiamo e ascoltiamo ogni giorno, ma quando ci ritroviamo in sala prove vogliamo comunque sempre creare la nostra cifra stilistica identitaria, non appoggiandoci in maniera pedissequa a dei riferimenti estetici a priori.

Qual è il vostro sogno a medio termine: un tour, una collaborazione, un festival in particolare?
E perché non tutti e tre?! Un tour italiano o estero è il sogno di ogni musicista, e non vediamo l’ora di poterlo fare, suonare in piazze calde come quelle di Roma o Napoli ci renderebbe davvero orgogliosi, come il poter portare la nostra musica anche fuori dall’Italia. Sul lato collaborazioni invece ci stiamo pensando, guardando ai nostri progetti futuri. E per quanto riguarda un festival in particolare, beh ce l’avremmo: il GroundUp Festival di Alberobello organizzato dall’etichetta degli Snarky Puppy. Lo sappiamo, sembriamo ossessionati, ma magari anche l’ossessione alla lunga ripaga!

Nella band chi è il più perfezionista, chi il più “camaleontico”, chi il più imprevedibile?
Per essere un “Camaleone” esiste un requisito imprescindibile: possedere energia ed entusiasmo. Siamo in cinque, ciascuno con una personalità ben definita, e con il tempo stiamo imparando a conoscere sempre meglio le nostre inclinazioni e i nostri talenti, così da metterli al servizio della band per raggiungere obiettivi comuni. Se dovessimo individuare il più perfezionista, quel ruolo spetterebbe sicuramente a Lorenzo: mente metodica e ordinata, ha assunto in modo naturale il compito di organizzatore e guida del gruppo. Quando invece si parla di trasformismo è impossibile non pensare a Riccardo, che sul palco si muove tra strumenti e sonorità con grande versatilità, dal sax alto al soprano, passando per l’uso di pedaliere fino al futuristico Densoon, un fagotto con funzionalità MIDI, che ha portato anche sul palco di Chiavari, regalando ad alcuni brani un’atmosfera quasi onirica. Infine il premio all’imprevedibilità non può che andare a Valerio, il nostro speaker ufficiale: nelle presentazioni e nei momenti di dialogo con il pubblico lascia emergere tutta la sua creatività, riuscendo ogni volta a sorprendere con spontaneità e originalità.

Qual è stato il momento più assurdo o divertente capitato durante un concerto?
Un ricordo per noi indimenticabile risale al 2023, quando siamo stati selezionati per le semifinali del contest “Jam the Future” all’interno del festival JazzMi. Ogni band doveva presentare un brano originale sul tema “La musica come controcanto di un futuro possibile, accessibile e sostenibile”. A pochi giorni dal live Riccardo arriva in sala prove con un’idea geniale: capiamo subito che ha un potenziale enorme. Ci buttiamo a lavorarci insieme, ma il tempo stringe e il pezzo resta incompleto e appena abbozzato. Decidiamo comunque di portarlo sul palco, nonostante l’avessimo provato solo un paio di volte. Durante l’esecuzione succede l’imprevisto: a metà brano partiamo in tempo ternario su una sezione scritta in 4/4. Ci guardiamo spaesati, senza capire subito cosa stesse accadendo. Poi realizziamo l’errore, ma tornare indietro era impossibile. Così, con un misto di prontezza e improvvisazione, portiamo a termine il brano. Sul momento restiamo amareggiati, convinti che quella disattenzione ci sarebbe costata cara. E invece, con nostra enorme sorpresa, il pezzo viene accolto con entusiasmo dal pubblico e apprezzato dalla giuria, al punto da portarci alla vittoria del contest. Quell’episodio ci ha ricordato la vera essenza del jazz: non esistono note sbagliate, ma solo la capacità di trasformare un imprevisto in musica, di dare senso anche a un errore grazie alla prontezza e all’ascolto reciproco.

C’è una domanda che rivolgo a tutti i musicisti di questa edizione di Chiavari in Jazz: ogni concerto vive del dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni vi ha lasciato il festival e quali emozioni avete vissuto nel suonare in questa cornice?
Partecipare alla decima edizione di Chiavari in Jazz è stato per noi un grande onore, oltre che un immenso piacere. La piazza gremita, la brezza marina e l’atmosfera di curiosità e passione per il jazz che si respirava ci hanno profondamente colpito e ispirato. In questo momento del nostro percorso calcare palchi di festival prestigiosi come quello di Chiavari rappresenta non solo un privilegio, ma anche la conferma che la direzione intrapresa sia quella giusta. Vogliamo continuare a crescere, sia musicalmente che professionalmente, e sono proprio esperienze come questa a darci la possibilità di farlo. Un ringraziamento speciale va a Rosario Moreno, organizzatore del festival e presidente di Italia Jazz Club, che ha creduto in noi e ci ha affidato la serata centrale della rassegna. Speriamo di aver ripagato la sua fiducia con una performance fresca, energica e autenticamente… camaleonica!

Con i Camaleoni la sensazione è che ogni concerto sia un rito collettivo, in cui palco e pubblico diventano parte di un’unica vibrazione condivisa. La loro musica guarda avanti senza dimenticare le radici e il loro entusiasmo si trasforma in un invito contagioso a vivere il jazz come esperienza vitale e partecipata. Non poteva esserci cornice più adatta di Chiavari in Jazz per raccontare questa idea di musica: libera, aperta e luminosa.

INFO

www.facebook.com/ChiavariJazz