16 ottobre 2025
Inutile fare troppe considerazioni intorno a quella che è l’ormai consolidata formula del North Sea Jazz Festival, che anche quest’anno ha annoverato oltre 150 concerti in 17 palchi impegnati in maniera sincronica, per un totale di quasi 1000 musicisti in scena strizzati in soli tre giorni, che inevitabilmente non possono essere stati tutti oggetto delle attenzioni degli spettatori sempre più devoti e partecipi, anche se, come è noto, l’interesse maggiore dell’eterogeneo pubblico locale è rivolto soprattutto al versante della socialità.
Di fatto il NSJ è la più grande kermesse musicale al coperto mai concepita, anche se rispetto al periodo d’oro che si è svolto a Den Haag (fino al 2005), ha dovuto necessariamente cambiare rotta, ampliando di parecchio i suoi orizzonti che all’inizio prevedevano solo il jazz ortodosso, mentre ora c’è davvero un po’ di tutto, con il blues, il funk e il soul che restano in primo piano.
Posto che la carta bianca di quest’anno era stata assegnata a Jacob Collier, sciupando molto del suo potenziale con inviti liberi, procediamo randomicamente con alcune delle cose che ci sono piaciute di più, tipo il migliore live set dell’intero festival che guarda caso (oppure no) è ascrivibile alla trasversale espressività di Anohni & The Johnsons, che teoricamente nulla avrebbe a che fare con il jazz, se non nelle proporzioni eleganti e simmetriche, nel felice impasto armonico, nell’equilibrio del racconto, che svelano nella sua voce spezzata lo strumento efficacissimo di un set palpitante e magnetico, in tutto ciò che oggi potrebbe essere considerato la versione moderna di un crooner esperto delle cosiddette “torch songs”.

Anche Kurt Elling come sempre superbo nel set condiviso questa volta con gli Yellowjackets e dedicato alla memoria dei Weather Report, ha speso sincere parole di elogio nei confronti di un’esibizione capace di tenere inchiodati ai propri posti la maggior parte degli spettatori, molti dei quali convenuti apposta da tutta Europa.

Altri flash sono quelli con il sempre più vertiginoso quartetto capeggiato da Branford Marsalis, che non si è scomposto neanche nella rivisitazione di alcune (teoricamente) algide pagine jarrettiane, che invece hanno assunto tutt’altro nerbo con una prestazione stilisticamente ineccepibile e dagli accenti vigorosi.

Ottima anche la versione del piano trio contemporaneo proposta da Nduduzo Makhatini (rinforzato nell’occasione dal solenne eloquio di Mark Turner), Danilo Perez (con John Patitucci e Adam Cruz), Emmet Cohen e Sullivan Fortner, con la saggezza di chi sa creare tensioni e attese, distillandole poco alla volta.

E ancora Julian Lage, sempre nella magica formula del trio, ha ribadito tutte le sue qualità di solista, con un percorso di ascolto variegato nell’impiego di pedali e situazioni armoniche non convenzionali, assistito al meglio da un batterista magistrale e immaginifico come Joey Baron, i cui bagliori ritmici sintetizzano la contagiosa essenza dello swing.
Nello stesso sentiero, ma con una proposta ancora più esplicita e densa di sfumature, è il suo collega Johnathan Blake, che con il suo nuovo gruppo Pentad ha scelto di affidarsi a linguaggi consolidati per costruirsi indovinelli da risolvere in chiave di positiva brillantezza tecnica. Improvvisatore intelligente e a tratti scatenato, egli è capace di conferire all’insieme vitalità ed emozioni. Certamente riusciti gli omaggi a Wayne Shorter nella sua appendice sinfonica per la direzione di Clark Rundell e la partecipazione di Dayna Stephens, Tineke Postma ai sassofoni, gli stessi Danilo Perez e John Patitucci nella sezione ritmica completata da Terri Lyne Carrington, che si è poi concentrata sul piglio libertario di Max Roach con la rivisitazione della suite “We Insist!”, sviluppata secondo la sapienza strumentistica ed espressiva che viene solo da una piena maturità artistica.

Le sorelle Norah Jones e Anoushka Shankar hanno anche trovato il modo di ricongiungersi sul palco, onorando la propria radice indiana ai margini dei propri set, in cui le vicende si sono succedute senza troppi scossoni, così come è avvenuto nei set di un sempre più gigionesco Herbie Hancock e David Murray, la cui musica ha sofferto parecchio delle incomprensibili sortite sul palco di sua moglie Francesca.

Al contrario piene di bagliori sono state le esibizioni del beniamino dei giovani Makaya McCraven, oltre che dei trombettisti Ambrose Akinmusire, Avishai Cohen e Daoud. In questi casi è difficile condensare il feeling che regnava in sala: l’unica cosa da fare restava quella di farsi trascinare senza preconcetti da queste sequenze arcaiche proiettate verso il futuro, da queste spirali ritmiche che nel caso del musicista franco-marocchino si esplicitavano in schegge melodiche di rara euforia.

Arild Andersen, eminenza grigia del jazz europeo, ha sfoggiato la sua indiscutibile maestria strumentistica, caratterizzata da uno spiccato senso della narrazione melodica, in dialogo con i suoi più giovani partner, fra cui deve essere lodata l’efficacia del chitarrista Rob Luft, anche lui da tempo nell’orbita Ecm.
Qualche scintilla è emersa anche nell’insolito trio virato composto pariteticamente da Antonio Sanchez, Edmar Castaneda e Bela Fleck, tutti riuniti in un spirito virtuosisticamente giocoso, nel quale sussiste una circolarità nella distribuzione dei ruoli solo a tratti capace di sfociare in una conversazione collettiva.

Dal punto di vista dell’entertainment sono stati bene apprezzati e al limite del sold-out i set di Mary J Blige (con turnisti spettacolari sia nella musica che nella danza), Maxwell e di una ancor fascinosa Diana Ross, che nonostante gli ottant’anni compiuti continua ad essere una superstar, cosi come è stata applauditissima l’esibizione della percussionista Sheila E. che per questo suo breve tour europeo aveva ingaggiato addirittura il suo papà Pete Escovedo, uno dei primi ad aver tenuto a battesimo Carlos Santana con il fratello Coke, subito dopo l’epopea di Woodstock.

A proposito di chitarristi, insieme al forse ingombrante Joe Bonamassa, ha riscosso un notevole successo il nostro Matteo Mancuso, arrivato ad essere compreso nel cartellone olandese per suoi esclusivi meriti, autore di un set molto robusto che deve al triumvirato composto John McLaughlin, Al Di Meola e l’indimenticabile Paco De Lucia più di qualcosa, anche se il chitarrista siciliano ha sviluppato poi una tecnica e personalità tali da porlo sempre più in evidenza in contesti internazionali di prestigio.

Inevitabilmente, rispetto allo svolgersi del pantagruelico cartellone in cui era di fatto impossibile essere ubiqui, è rimasto fuori qualcosa, anche di importante e in qualche caso di dolorosa défaillance: per esempio i Cookers di George Cables e Cecil Mcbee, Lee Ritenour, Madeleine Peyroux, Samara Joy e Mary Halvorson.
Testo a cura di Vittorio Pio e foto di Fabio Orlando
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