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“Folkways”: intervista a Costanza Alegiani
Photo Credit To Musacchio, Ianniello & Pasqualini

“Folkways”: intervista a Costanza Alegiani

11 febbraio 2022

“Folkways”: un viaggio nella tradizione musicale degli Stati Uniti.

Intervistiamo la compositrice e cantante Costanza Alegiani, che, con il suo lavoro discografico “Folkways”, interpreta la profonda passione che ha per le folk songs della tradizione americana, raccontando attraverso di esse una straordinaria storia: la sua.

a cura di Andrea Parente

“Folkways” (Parco della Musica Records, 2021) è il titolo del tuo ultimo album e al tempo stesso un termine coniato dal sociologo William Summer. Da dove nasce la passione per la cultura popolare americana?
Grazie ai miei insegnanti di musica e ad alcuni amici con cui suonavo la chitarra e cantavo quando ero adolescente, ho conosciuto la musica rock e folk americana degli anni Sessanta e Settanta, i festival di Woodstock e Monterey, Bob Dylan, Joan Baez, Leonard Cohen e altri grandi folk singers dell’epoca e mi sono appassionata alle storie che raccontavano, alle loro voci vibranti, alla passione nel tramandare e rinnovare la grande tradizione folk del loro paese, l’America. Poi nel corso degli anni ho scoperto e studiato le diverse anime musicali che costituiscono il folk di questo continente, dai blues rurali ai canti di lavoro e religiosi, dalle folk songs degli Appalachi alle ballate di carattere politico e civile, grazie anche alla scoperta di uno degli archivi online di musica folk più grandi al mondo, il Smithsonian Folkways Recordings.

Il disco appare come uno zibaldone di pensieri da cui emergono musiche (da Bob Dylan a Woody Guthrie) e parole (da Emily Dickinson a Edgar Lee Master) d’autore, e musica e testi a tua firma. Ci racconti come sei riuscita a unire tradizione e contemporaneità?
Negli anni ho ascoltato diverse interpretazioni di folk songs americane, dalle versioni più antiche fino alla musica contemporanea; ogni interprete e compositore che si è dedicato all’elaborazione di questo materiale ha costruito intorno alla melodia e al testo un ambiente sonoro e timbrico assolutamente personale e originale, grazie anche alla propria vocalità (basti pensare alle celebri versioni di due folk songs americane Black is the colour e I wonder as I wander nella versione di Luciano Berio, cantate da Cathy Berberian), e ha messo in campo un proprio modo di interpretare la musica attraverso il proprio linguaggio musicale ed espressivo. In “Folkways” ho cercato di interpretare alcune bellissime folk songs, conservandone l’essenza e la storia che viene raccontata, attraverso il mio linguaggio. Il disco poi è costituito da molti brani originali che sono, a loro volta, profondamente radicati nel folk e nel blues come fonte di ispirazione musicale e letteraria, sebbene poi si sviluppino in altre direzioni e con modalità diverse da quelle dei loro avi musicali. La contemporaneità ci appartiene necessariamente perché noi viviamo nel nostro presente e ci relazioniamo con ciò che ci circonda. Ma abbiamo anche la possibilità di entrare in contatto con il passato e ritrovare connessioni inaudite con persone e storie anche molto lontane e sentire un’affinità elettiva che ci permette di tramandare e nel contempo di rinnovare la tradizione, attraverso il nostro linguaggio e la nostra sensibilità.

Photo Credit To Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Come hai sviluppato l’aspetto narrativo del disco?
“Folkways” è il risultato di diversi anni di lavoro, di ascolti, letture, prove e studi comparati della musica e della cultura popolare americana. In qualche modo per me ogni brano rappresenta un luogo immaginario dell’anima americana (come in Lonesome Valley di Woody Guthrie) e uno dei leitmotiv che accomuna i brani è il tema dell’identità e della soggettività. Ogni personaggio è come se si trovasse in un momento rivelatorio della sua vita, nel quale prende coscienza di sé e fa i conti con se stesso.

Photo Credit To Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Che caratteristiche hanno i personaggi del tuo disco? E quanto ti appartengono le storie che racconti nell’album?
I protagonisti di ogni canzone hanno un elemento narrativo comune. Tutti si raccontano in prima persona, in soggettiva per utilizzare un termine cinematografico. Chi ascolta quindi può sentire, vedere, sognare attraverso il punto di vista del personaggio. Sono storie che raccontano di uomini e donne solitari, che svelano segreti e verità su loro stessi. Questo elemento rende “Folkways” il mio lavoro più personale; i miei testi e quelli di grandi autori e poeti sono manifesti universali e allo stesso tempo riflettono sentimenti che mi appartengono, un collage di storie e canzoni che mi rappresentano fortemente.

Photo Credit To Musacchio, Ianniello & Pasqualini

L’album si muove tra composizione e libertà espressiva, rielaborazione e tradizione, sonorità acustiche ed elettroniche. Come sei riuscita a trovare un equilibrio tra queste dimensioni espressive?
Grazie al lavoro con Marcello Allulli e Riccardo Gola, abbiamo sviluppato un nostro suono originale, senza strumento armonico, e lavorato sulle sonorità del sax tenore, del contrabbasso e del basso elettrico, anche attraverso l’uso dell’elettronica, che ha ampliato lo spettro timbrico e sonoro degli strumenti e ci ha dato la possibilità di costruire scenari musicali sempre diversi, in alternanza a situazioni sonore solo acustiche. La composizione è sempre stato un elemento essenziale del mio lavoro musicale, e quindi abbiamo strutturato il lavoro sempre a partire da una forma musicale definita, creando poi finestre di improvvisazione all’interno della forma lavorando molto sull’interplay tra di noi e sull’arrangiamento dei brani. Non ci siamo preoccupati del “genere” o di un linguaggio specifico; semplicemente la costruzione del suono, l’interpretazione e l’improvvisazione sono legati alla nostra appartenenza al jazz, che ci fa dialogare liberamente e senza fatica.

Photo Credit To Andrea Boccalini

Cosa distingue questo album dai tuoi precedenti lavori?
Gli elementi principali che contraddistinguono “Folkways” sono il lavoro di gruppo e la costruzione del trio in questi anni, il lavoro di studio e di ascolto del repertorio della musica folk, vastissimo, e la composizione e organizzazione di un album con all’interno sia brani originali sia brani folk già esistenti.

Di fatto la registrazione è stata realizzata con un trio allargato: di base con il sassofonista Marcello Allulli e il contrabbassista Riccardo Gola, entrambi alle prese con i live electronics, ma in cinque brani su nove emergono anche i contributi del chitarrista Francesco Diodati e del batterista Fabrizio Sferra, da soli o, come in occasione di Waking Dream, contemporaneamente. Cosa ha significato tutto questo a livello timbrico, espressivo e di arrangiamento?
In alcuni brani abbiamo chiamato Fabrizio e Francesco per le loro caratteristiche sonore e per la loro grande personalità, che mettono in campo nella performance musicale. In Waking Dream, per esempio, che racconta di un sogno al confine con un’allucinazione, la sezione ritmica al completo costruisce una narrazione ritmica incessante e in continua evoluzione e la chitarra solista contribuisce a creare momenti di grande psichedelia musicale, che sono parte fondamentale del racconto. Abbiamo poi il drumming di Sferra come elemento centrale in When I was a young girl e Carry me home (un omaggio al country), che ci ha permesso una grande libertà di movimento e diverse dinamiche interne al gruppo. In The Ice Skater, una melodia folk di origine irlandese su cui ho scritto un testo originale, la chitarra di Diodati si unisce al trio e diventa anch’essa una voce che canta, insieme o in contrappunto alla mia voce e al sassofono.

Come suona questo disco dal vivo?
La maggior parte dei nostri live sono in trio e costruiamo il concerto alternando le nostre sonorità acustiche ed elettriche. Nel nostro repertorio live suoniamo spesso anche brani della tradizione blues che non abbiamo ancora inciso, ma che spero di poter registrare nel nostro prossimo disco. Poi abbiamo avuto l’occasione di suonare spesso anche in quartetto con Fabrizio Sferra e ovviamente il live si rimodula in funzione del suono della formazione.

Cosa ti piace maggiormente ricordare di questa esperienza?
L’aver costruito un nostro suono che ci identifica come gruppo, ed aver scritto musica originale profondamente ispirata al folk americano, pensando ai musicisti e a questo progetto. Negli anni abbiamo lavorato molto su diverse folk songs americane, con un approccio sonoro non filologico ma originale, cercando di trovare un mondo sonoro che ci appartenesse e un nuovo modo di raccontare storie antiche e nuove.

INFO

www.facebook.com/CostanzaAlegianiMusic

www.auditorium.com/pdm_record

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