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Dove accade il jazz. Intervista a Rosario Moreno
Photo Credit To Enrico Rolandi

Dove accade il jazz. Intervista a Rosario Moreno

10 aprile 2026

A quattro anni dalla prima elezione alla presidenza di Italia Jazz Club – l’associazione nazionale che rappresenta i jazz club italiani – e a meno di un anno dal rinnovo delle cariche, facciamo un bilancio sullo stato del jazz italiano tra rappresentazione istituzionale e pratica quotidiana della musica con il Presidente di Italia Jazz Club Rosario Moreno, concentrandoci non solo sulle attività svolte, ma sul contesto più ampio in cui queste si inseriscono: quello del jazz italiano oggi, tra crescita delle strutture e trasformazione delle dinamiche di rappresentazione. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un rafforzamento della dimensione istituzionale e progettuale del settore. Parallelamente, però, emerge con sempre maggiore evidenza una distanza tra questo livello e i luoghi in cui il jazz continua ad andare in scena. Da qui nasce questa intervista: una riflessione diretta su cosa significhi oggi “fare sistema”, su chi quel sistema rappresenti davvero e sul ruolo dei luoghi in cui la musica prende forma ogni giorno.

A quattro anni dalla tua elezione alla presidenza di Italia Jazz Club, che bilancio fai di questo percorso?
Più che di un bilancio parlerei di un percorso che ha cercato di tenere insieme due dimensioni: da un lato la necessità di dare visibilità e struttura a una rete di realtà diffuse sul territorio, dall’altro quella di non perdere mai il contatto con la natura concreta e quotidiana del jazz. Oggi Italia Jazz Club riunisce trentacinque jazz club, in crescita costante dal 2022, che complessivamente organizzano oltre mille concerti all’anno. Un’attività diffusa e continuativa che rappresenta, a mio avviso, una delle infrastrutture culturali più solide, e al tempo stesso meno riconosciute, del sistema jazz italiano. In questi anni abbiamo lavorato proprio per rafforzare questa consapevolezza. Penso, ad esempio, alla creazione della Giornata Nazionale dei Jazz Club, che ha avuto l’obiettivo di rendere visibile, in modo coordinato, ciò che accade quotidianamente nei club. Allo stesso modo l’Italia Jazz Club Music Contest ha cercato di creare un ponte tra le nuove generazioni e la circuitazione reale, mentre ItaClub Jazz Fest ha rappresentato un tentativo concreto di costruire una rete attiva tra i club, non solo sul piano simbolico ma anche operativo. Parallelamente abbiamo lavorato sul piano delle relazioni istituzionali e internazionali: il rapporto con Puglia Sounds, le partecipazioni al Medimex e la presenza al Jazzahead! di Brema sono stati momenti importanti per affermare il ruolo dei jazz club all’interno di un contesto più ampio. Detto ciò questi anni hanno reso evidente anche un altro aspetto: mentre si consolidavano alcune strutture contemporaneamente si stava modificando il modo in cui il jazz veniva raccontato e rappresentato.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

Che ruolo hanno oggi i jazz club all’interno del panorama jazz italiano?
Un ruolo centrale, anche se non sempre riconosciuto per ciò che rappresenta. I jazz club sono il luogo in cui il jazz accade davvero, in modo continuativo. Non sono spazi episodici, ma ambienti in cui la musica si sviluppa nel tempo, costruisce le relazioni e forma il pubblico. Se pensiamo che questa rete, oggi composta da trentacinque club, generi oltre mille concerti all’anno, è evidente come non si tratti di una realtà marginale, ma di una struttura portante nella vita musicale del Paese. Proprio questa continuità però li rende meno visibili: non essendo legati all’evento, ma alla pratica, faticano a entrare nelle narrazioni più immediate. Ed è qui che si crea uno scarto tra ciò che accade realmente e ciò che viene raccontato. Uno scarto che, paradossalmente, finisce per oscurare proprio il luogo in cui il jazz continua a vivere quotidianamente.

Quanto contano oggi i luoghi rispetto alle progettualità?
Contano moltissimo, perché i luoghi non sono semplici contenitori. Un jazz club non è uno spazio neutro: è un contesto che produce cultura, che crea un rapporto stabile tra musicisti e pubblico, che permette alla musica di evolversi nel tempo. Negli ultimi anni però si è sviluppata una crescente attenzione verso le progettualità strutturate, che spesso hanno una maggiore visibilità. Il rischio è che, nel lungo periodo, si perda di vista il ruolo dei luoghi come fondamento della pratica musicale.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

Parli di una distanza. In che senso?
Nel senso che il racconto del jazz italiano sembra muoversi sempre di più su un piano istituzionale e progettuale, fatto di organismi, convegni, strutture, mentre la pratica quotidiana della musica resta più defilata. Non è una contrapposizione netta, ma uno scarto progressivo. E come tutti gli scarti, se non viene riconosciuto, tende ad ampliarsi.

Esiste davvero oggi un sistema jazz in Italia?
Il sistema esiste nella misura in cui esistono relazioni vive, scambi reali e responsabilità condivise. Se invece diventa una parola che descrive un insieme di strutture e progettualità, allora rischia di trasformarsi in una costruzione teorica. Oggi si parla molto di sistema, ma lo si pratica meno, e questo crea una distanza tra chi lo racconta e chi, quotidianamente, lo rende possibile.

La crescita di progettualità e convegni è un segnale positivo?
Può esserlo se resta al servizio della musica. Diventa un problema invece quando queste dimensioni iniziano a vivere di una logica autonoma, scollegata dalla pratica.

Che differenza c’è tra “rappresentare il jazz” e “far accadere il jazz”?
Rappresentare il jazz significa costruirne un racconto, far accadere il jazz significa creare le condizioni affinché esista; sono due piani diversi, entrambi necessari, ma quando il primo prende il sopravvento sul secondo, si crea uno squilibrio.

Quale riflessione c’è stata in proposito?
Non sono state fatte riflessioni esplicite e più che affrontate queste dinamiche sembrano essere state assorbite nel silenzio. E il silenzio, in questi casi, non è mai neutro, ma tende a consolidare lo stato delle cose. Per fare un esempio forse è utile ricordare il contesto in cui queste dinamiche si sono sviluppate. La Federazione Nazionale Il Jazz Italiano nasce a febbraio 2018 come organo federativo del comparto jazzistico nazionale con l’obiettivo, importante e condiviso, di mettere in relazione alcune delle principali associazioni rappresentative del settore e costruire una visione comune. Un passaggio significativo, non solo sul piano istituzionale, ma anche simbolico: l’idea di “fare sistema” ha preso forma in modo concreto. Proprio per questo quanto è accaduto successivamente assume un peso particolare. Negli ultimi anni infatti diverse realtà fondatrici hanno progressivamente lasciato la Federazione. Nell’aprile 2023 l’Associazione Italia Jazz Club ha deciso di uscirne, in polemica con il direttivo dell’epoca; a gennaio 2024 è stata la volta di Il Jazz Va a Scuola (IJVAS); a dicembre 2024 anche ADEIDJ, l’Associazione delle Etichette Indipendenti di Jazz, ha preso la stessa decisione. In sostanza una parte significativa delle associazioni che avevano contribuito alla nascita della Federazione oggi non ne fa più parte. A questo si aggiunge la frattura interna al mondo dei festival, dalla quale è nata una nuova realtà, Jazz Italian Platform (JIP). Un ulteriore segnale di un sistema che, anziché consolidarsi, sembra progressivamente frammentarsi. Un segnale che difficilmente può essere considerato neutro e che, ad oggi, non sembra aver generato una riflessione pubblica adeguata. Eppure, proprio alla luce di questi passaggi, forse è arrivato il momento di fare un passo ulteriore. Negli anni non sono mancati momenti di incontro tra musicisti, club, festival, istituzioni e organizzazioni. Ma è altrettanto evidente che questi confronti non sempre siano riusciti a trasformarsi in una reale condivisione di prospettive e obiettivi, come dimostrano le fratture che si sono progressivamente prodotte. Per questo, oggi più che mai, sarebbe necessario riaprire uno spazio di confronto reale, non formale, capace di affrontare apertamente le criticità emerse e di provare a costruire alcune linee programmatiche condivise. Non per tornare indietro, ma per capire come andare avanti.

Cosa significa davvero “fare sistema”?
Significa includere realmente tutti i soggetti che rendono possibile il jazz. Non basta dichiararlo, serve riconoscere ruoli, specificità e anche differenze. E soprattutto serve accettare che un sistema non sia tale se una parte significativa ne resta fuori. Il rischio è quello di costruire un sistema che si rappresenta molto bene, ma che perde il contatto con ciò che dovrebbe rappresentare.

Qual è il rischio principale oggi?
Che il jazz diventi una rappresentazione di sé stesso, che si costruisca un racconto sempre più articolato, ma progressivamente scollegato dalla pratica musicale.

Da dove si dovrebbe ripartire?
Dai luoghi. Dai jazz club, dai piccoli spazi, dai festival che lavorano sul territorio, da tutto ciò che riesce a costruire una relazione diretta tra musicisti e pubblico, che è al centro. Senza quel rapporto il jazz perde la sua natura più profonda.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

C’è spazio per una riflessione condivisa?
Lo spazio esiste sempre, la vera domanda è se ci sia la volontà di abitarlo.

In una frase: quale jazz viene rappresentato e quale rischia di restare fuori?
Viene rappresentato il jazz che si organizza. Rischia di restare fuori il jazz che si suona.

Forse il punto non è scegliere tra queste due dimensioni, ma ristabilire un equilibrio. Perché senza i luoghi, senza la musica suonata, senza il rapporto diretto tra musicisti e pubblico, il rischio è che il jazz italiano diventi sempre di più una costruzione istituzionale e sempre meno una pratica viva. In fondo il jazz non nasce nelle definizioni né all’interno di strutture: nasce nei luoghi. Nasce quando qualcuno suona e qualcun altro ascolta.