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Il suono dei passi del “Viajero”: intervista ad Andrea Rea

Il suono dei passi del “Viajero”: intervista ad Andrea Rea

27 giugno 2022

Il pianista Andrea Rea, napoletano d’origine e romano d’adozione, ci racconta il suo quarto disco “El Viajero”, pubblicato dalla Filibusta Records, che rappresenta l’espressione musicale dei suoi “viaggi”, caratterizzati dalla variegata ricchezza culturale dei diversi “sud” del mondo.

a cura di Andrea Parente

Il tuo ultimo lavoro discografico, dal titolo “El Viajero” (Filibusta Records, 2021), è ispirato al tuo personale viaggio musicale. Ce lo racconti? E come hai sviluppato il percorso narrativo del disco?
Ho provato a trasformare in musica tutte le esperienze vissute da quando ho deciso di fare il musicista. È un racconto della musica che più mi ha rappresentato e che mi ha influenzato sin da piccolo. Ogni brano rappresenta un momento di vita vissuta o un luogo visitato, che ho deciso di tradurre in musica perché sentivo “mio”.

 

 

Come nascono le tue composizioni e in che modo ci lavori?
In genere ci lavoro per diverso tempo, anche per mesi. Per quanto riguarda le composizioni di “El Viajero”, sono nate durante il primo lockdown del 2020, in quanto purtroppo o per fortuna ho avuto molto tempo a disposizione. Solitamente lavoro a un’idea melodica oppure armonica e di solito vado in una direzione che non è sempre quella che mi sono prefissato. Diciamo che spesso la musica va da sola.

I brani del disco sono animati da un ricorrente dialogo tra gli strumenti, creando un interplay molto affiatato. Come hai scelto i tuoi “compagni di viaggio” Daniele Sorrentino e Lorenzo Tucci?
Io e Daniele collaboriamo da più di vent’anni e ci lega anche una solida amicizia. Per quanto riguarda Lorenzo credo che sia uno dei più grandi batteristi italiani in grado di poter suonare qualsiasi stile con una musicalità incredibile. È stato un esperimento, ma sin dalle prime prove ho capito che era quello il suono d’insieme che avevo in mente prima della registrazione del disco.

La formazione musicale dell’album è composta da pianoforte, batteria e contrabbasso. Cosa ha significato questo a livello timbrico, espressivo e di arrangiamento?
Il trio rimane da sempre la mia formazione preferita, perché permette di esprimermi al meglio. È infatti la formazione ideale per suonare brani che solitamente nascono con altri strumenti e arrangiamenti in grado di compensare la differenza di strumentazione. Inoltre puoi giocare molto con le dinamiche come se fosse una piccola orchestra.

Il sud è un elemento caratterizzante del disco: dalle origini campane alle influenze musicali del Sud America (e non solo). Quali sono i luoghi protagonisti del disco e perché li hai scelti?
Essendo napoletano inevitabilmente ho un legame forte con il “sud” del mondo. Ho avuto la fortuna di suonare in diversi angoli del pianeta, ma i viaggi in Sud America mi hanno lasciato un segno indelebile. Ho voluto omaggiare a modo mio alcuni compositori provenienti da Argentina, Cuba e Brasile, poiché ho da sempre sentito “mie” le loro composizioni e ho cercato di trovare per esse un adattamento per il trio.

Interessante il contributo di Giacomo Tantillo alla tromba nel brano En la Orilla del Mundo
Giacomo, oltre ad essere un eccellente musicista, è un grande amico. Ho deciso di colorare il disco con il suono della sua tromba, in modo da valorizzare ancora di più la splendida melodia del brano.

A chiusura del disco troviamo il brano The Man Who Sold The World, in omaggio a David Bowie. Come mai questa scelta?
È un brano che rappresenta la mia infanzia e le mie origini grunge e rock. Ho da sempre voluto suonarlo e questa volta mi sono deciso a registrare una mia umile versione di questo capolavoro di Bowie.

Sembra che si intraveda un barlume di “normalità” per quanto riguarda il ritorno degli eventi live. Sei riuscito a suonare e a proporre questo disco dal vivo?
Ho partecipato a diversi festival e rassegne, nelle quali ho potuto presentare il disco e devo dire che il pubblico ha reagito benissimo. Sinceramente non me l’aspettavo, ma ciò mi ha fatto capire che il progetto funziona molto bene e interessa anche a chi non è proprio appassionato di jazz. Infatti questo album abbraccia una fetta molto estesa di appassionati, di musica jazz e non, grazie alla contaminazione di generi che lo caratterizza. Inoltre abbia rodato il disco e ad ogni live apportiamo qualche piccola modifica alla scaletta, così da non ripeterci ogni volta.

Da anni collabori con illustri artisti, quali Stefano Di Battista, Dianne Reeves e John Patitucci. Quali insegnamenti ed emozioni ti hanno trasmesso queste straordinarie esperienze?
Ognuno degli artisti citati mi ha regalato tanto sia in termini di emozioni che nel vivere esperienze straordinarie. Ho la fortuna di collaborare con Stefano Di Battista da circa dieci anni e ogni volta suonarci insieme è sempre un’emozione unica. L’incontro poi con giganti del jazz come John Patitucci o Dianne Reeves (per la quale ho avuto la fortuna di sostituire Peter Martin in occasione di alcune date in Europa) mi ha confermato la consapevolezza che dietro grandi artisti ci siano anche magnifiche persone, umili e rispettose della musica, caratteristiche che purtroppo a volte vengono a mancare.

Raccontaci infine i tuoi progetti per il futuro.
I progetti sono tanti, sia musicali che umani. Sto pensando di realizzare un disco in piano solo, che però sarà registrato nel corso del tempo: ogni tanto registro una traccia, per poi scegliere, alla fine, i brani che più mi convinceranno. Il disco, inoltre, sarà contaminato anche dalla musica elettronica e quindi avrà una post-produzione importante. Insomma, un progetto che presuppone un lavoro molto studiato. Infine, stiamo lavorando a un altro disco in trio, forse con qualche ospite, sempre per continuare la bella collaborazione che ho creato con Daniele e Lorenzo: una dimensione musicale in continua evoluzione!

 

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