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Oltre “D Birth”</br>Intervista a Daniela Spalletta

Oltre “D Birth”
Intervista a Daniela Spalletta

Abbiamo incontrato la cantante e compositrice Daniela Spalletta in occasione del festival Lucca Jazz Donna. Ci ha parlato delle sue attuali esperienze artistiche, come il riuscito duo con il pianista Donatello D’Attoma, e del suo futuro prossimo

di Roberto Paviglianiti

Nel tuo album d’esordio “D Birth” (AlfaMusic, 2015) c’è molto spazio per l’improvvisazione, una delle tue principali caratteristiche, come nell’interpretazione dello standard But Not For Me.
Sì, il lavoro presenta molte “strutture aperte” dove trovano spazio momenti d’improvvisazione. Quella che hai citato è una versione abbastanza divertente e giocosa, del resto è un brano che si presta, come molte song del repertorio di Gershwin, alla rielaborazione, la progressione armonica è semplice e quindi risulta semplice “ripensare” il brano. Divertirsi è una cosa importante, non bisogna mai dimenticarlo. A volte ci si carica, anche in maniera involontaria, di tensioni inutili.

Sappiamo che il cantare per te è sempre stato legato al divertimento, del resto rientrava tra i tuoi giochi d’infanzia…
Sì, quando ero piccola cantavo, lo facevo in maniera insistente, e i miei vicini di casa non ne potevano più. L’ambiente famigliare è sempre stato favorevole, tutti ascoltano musica, sono appassionati di rock, dai Pink Floyd ai King Crimson, e un po’ tutti suonano uno strumento.

Dopo l’esordio è arrivato l’album in duo con il pianista Donatello D’Attoma “Shemà” (AlfaMusic, 2016). Come è nata questa collaborazione?
Donatello mi ha spiegato le intenzioni del disco dedicato a Charles Mingus, un nostro comune punto di riferimento, e l’idea mi ha subito coinvolto. È un album molto intenso e sono stata felicissima di realizzarlo. Con Donatello mi trovo molto bene, abbiamo una bella affinità artistica.

Com’è il vostro rapporto sul palco?
Il duo è un assetto molto complicato. Bisogna avere intesa a livello musicale, “respirare” insieme la musica, le pulsazioni ritmiche, cercare sempre di cogliere le idee dell’altro, metterle insieme e farle muovere. Sul palco in due si è scoperti, il tutto è amplificato, nel bene e nel male, il pubblico nota ogni movimento. Questo aspetto però è anche molto stimolante.

Nel frattempo, stai già lavorando a un nuovo album?
Sì, sto scrivendo della musica nuova, che già ha una sua fisionomia anche se ancora il lavoro svolto non è completo. Ho delle idee che vorrei ampliare. Non sarà un disco propriamente jazzistico, ci sarà molta scrittura, e mi sto concentrando sull’aspetto compositivo. Stilisticamente sarà a metà strada tra jazz, musica da camera e influenze rock. Non ho ancora deciso i musicisti da coinvolgere, anche se ho pensato a un quintetto con l’aggiunta di un quartetto d’archi. Qualche brano l’ho già provato, vediamo cosa diventerà…

Riguardo la scrittura, quando hai la sensazione che stai percorrendo la direzione giusta?
Non ho una regola precisa, a volte cestino cose alle quali ho dedicato tempo e che non mi convincono, altre volte le cose nascono con semplicità. Sono influenzata dalle mie passioni, come la pratica dello yoga, e dal mio modo di essere. Mi piace comporre e arrangiare, a seconda di come imposto il lavoro cerco di uscire da me stessa per ascoltare criticamente quello che realizzo. La composizione va affinata, come la tecnica vocale, e strada facendo si apprende sempre di più.

Pensi di avere uno stile riconoscibile?
Lo studio continuo mi ha portato ad avere uno stile. Ascolto molto jazz contemporaneo, rock e pop. Di questi mondi diversi dal jazz apprezzo il modo di vivere la performance, molto fisico, e questo a volte al jazz di oggi manca un po’, quando, storicamente, il jazz è “musica fisica” per eccellenza.

Hai dei cantanti di riferimento?
Tra i miei cantanti preferiti c’è Chet Baker che, in linea di massima, non risponde alla caratteristiche classiche del cantante jazz. I cantanti jazz, a volte, hanno ricoperto solo il ruolo interpretativo del tema, un ruolo tradizionale. Mi piace avere riferimenti strumentali, ho ascoltato molto gli strumenti a fiato. Adoro i trombettisti. Mi sono modellata su questi riferimenti. Cantare nel jazz vuol dire avere delle conoscenze diverse rispetto agli altri stili di canto. Il cantante jazz deve avere una proprietà di linguaggio nell’improvvisazione che lo deve rendere allo stesso passo degli altri strumentisti, se non si vuole essere relegati al solo ruolo di interpretazione, cosa peraltro bellissima e difficilissima. Baker è il massimo sotto il profilo dell’approccio vocale alla tecnica dell’improvvisazione.

Tra le tue attività c’è l’insegnamento del canto. Qual è il consiglio primario che dai ai tuoi allievi?
C’è un’idea falsata sul cosa è essere un cantante, o un musicista in genere. Fare il cantante è una cosa seria. Quando si studia canto bisogna studiare seriamente, perché cantanti si diventa.

Hai un obiettivo che ti sei posta?
Vivere dignitosamente con la mia musica. Spesso in Italia l’essere musicista non è considerato un lavoro, ma un passatempo. Il giorno in cui per me non sarà più un problema vivere quotidianamente facendo la musicista, avrò forse maggiore serenità per proseguire nel mio percorso.

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