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Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Robert Bonisolo
Photo Credit To Enrico Rolandi

Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Robert Bonisolo

8 ottobre 2025

Sorprendere sé stessi: il viaggio musicale di Robert Bonisolo

Robert Bonisolo è un musicista che ha attraversato diverse geografie, generazioni e linguaggi, portando con sé un suono riconoscibile e vibrante. Nato in Canada da famiglia italo-canadese, ha intrecciato la lezione nordamericana del jazz con la ricchezza della scena europea, diventando una voce di riferimento per lirismo, intensità e capacità di trasformare il sassofono in un veicolo di emozioni autentiche. Dalle collaborazioni con giganti della scena internazionale alle avventure condivise con i più brillanti musicisti italiani, Bonisolo ha sempre scelto la strada dell’ascolto e del dialogo, più che quella della pura esibizione. Il suo fraseggio porta con sé le tracce delle grandi tradizioni, ma si muove anche con una naturalezza contemporanea, capace di arrivare al cuore anche di chi si avvicina al jazz per la prima volta. La sua presenza a Chiavari in Jazz 2025 non è soltanto un tassello artistico di prestigio, ma la testimonianza di come il festival sappia intrecciare storie e identità diverse, costruendo ponti tra mondi sonori lontani e vicini.

Robert hai iniziato a esibirti sin da giovanissimo e sei stato considerato un enfant prodige. Com’è stato vivere la musica con quell’intensità in così tenera età?
Beh è stato bellissimo, facile e naturale. Suonavo il sax tutto il giorno. A casa mio padre aveva circa cinquanta dischi di swing interpretato dalle celebri big band (dirette da Tommy Dorsey, Buddy Rich, Count Basie, etc.), di musica pop (Barbra Streisand, Bobby Darin, Perry Como, Frank Sinatra e tanti altri) e alcuni di musica classica, e io provavo a suonare le note giuste.

Hai studiato al prestigioso Berklee College of Music di Boston. Che esperienza è stata e quanto ha influito sul tuo percorso?
Il college è stato un’esperienza incredibile, uno shock, molto stimolante e direi anche perfetto per l’età che avevo. Ho conosciuto tanti altri sassofonisti (bravi) e pianisti, tutti musicisti con la mia stessa “malattia”, sogno e voglia. Jimmy Mosher (uno dei prof) mi chiese se volessi suonare con la Tommy Dorsey Orchestra, ero felicissimo e ho risposto subito di sì; ho compiuto vent’anni “on the road, on the bus”.

C’è stato un momento, un incontro o un disco che ti ha fatto capire che il sassofono sarebbe stato il tuo compagno di vita?
L’incontro fondamentale è stato con il sassofonista Pat LaBarbera (il mio primo insegnante) quando avevo quindici, sedici anni, nel 1982. Ho studiato con lui per un anno e mezzo. In quegli anni Pat suonava nel gruppo di Elvin Jones, il batterista di John Coltrane..! Lui mi ha dato tanto, tantissimo: fiducia in me stesso, energia e una missione da perseguire.

Photo Credit To Enrico Rolandi

Sei nato in Canada ma hai una lunga storia di collaborazioni in Italia e in Europa. Quanto hanno influito questi intrecci culturali sul tuo modo di fare musica?
Ahh, quando si cambia ambiente e cultura, con musicisti diversi, con musica diversa, cambia tutto..!

Il tuo suono è riconoscibile: intenso, lirico, capace di passare dalla delicatezza alla potenza. Come descriveresti la tua ricerca timbrica?
Molto gentile da parte tua..! C’è tanto repertorio fatto proprio per questo, e io l’ho studiato un bel po’. Quando ero a Boston il mio prof Joe Viola mi ha insegnato come suonare lo strumento. Diciamo che con lui non fosse una buona idea sbagliare, …lui non sbagliava mai.

Nel jazz contemporaneo convivono tradizione e sperimentazione. Tu come riesci a bilanciare questi due poli?
Bilanciarli non mi è possibile, sono troppo diversi. Io quando mi esibisco come “sideman“ tento di capire il gruppo e la sua direzione, di comprendere i singoli musicisti sul palco e poi faccio quello che mi sembra possa servire meglio alla musica.

Hai lavorato con figure di rilievo della scena jazz internazionale. C’è un incontro che ha lasciato un segno indelebile in te, come musicista e come persona?
Quella persona/musicista è stato David Liebman. Quando ero a New York, nell’89/90, era il mio prof. Lui era un “drago”, come persona e come musicista, molto cool, intelligente, un vero e proprio personaggio; ha suonato nel gruppo di Miles Davis negli anni Settanta. È stato il mio mentor, aveva fiducia nel “little old me“. Nel 2010 circa ho cominciato a lavorare con Miroslav Vitous per un paio d’anni. Lui è un altro..!

Cosa pensi della scena jazz italiana rispetto a quella nordamericana? Quali differenze hai percepito e quali punti di forza riscontri?
Ovunque nel mondo ci sono musicisti eccezionali. In realtà non posso dire di conoscere la scena jazz nordamericana. In Italia il jazz è vivo, vivissimo. Comunque preferirei non parlare di differenze o punti di forza…

Tra i progetti che hai affrontato negli ultimi anni ce n’è uno che senti particolarmente vicino al cuore in questo momento?
No, in questo momento non ce n’è “uno“ in particolare; tengo tutti vicino al cuore, specialmente il prossimo concerto.

Quando suoni in contesti diversi – piccoli club, grandi festival, orchestre – cambia il tuo approccio all’improvvisazione e al rapporto con il pubblico?
No non cambia il mio approccio all’improvvisazione, non è possibile cambiarlo..! Comunque preferisco suonare nei club, per il suono e per la gente che è più vicina a noi musicisti.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

Dopo tanti anni di palchi cosa ti emoziona ancora oggi ogni volta che imbracci il sassofono?
Facile, io cerco di sorprendere me stesso.

Se dovessi spiegare a un giovane musicista cosa significhi davvero “ascoltare” nel jazz, quale consiglio gli daresti?
Bah, questa è dura… Mi viene comunque da dire che il vero ascolto inizi proprio da lì, io i primi cinque o dieci dischi che ho comprato (con i soldi del mio papà!) li ho consumati, li conosco tutti a memoria, ogni melodia, ogni assolo di ciascun solista, ogni colpo del batterista, ogni accompagnamento o accordo del pianista…

C’è una domanda che rivolgo a tutti i musicisti di questa edizione di Chiavari in Jazz: ogni concerto vive del dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni ti ha lasciato Chiavari in Jazz e quali emozioni hai vissuto nel suonare in questa cornice?
Chiavari in Jazz mi ha fatto una buonissima impressione: il pubblico è stato fantastico e ho vissuto emozioni e sentimenti di leggerezza, felicità e gratitudine..!

Le parole e la musica di Robert Bonisolo restituiscono l’immagine di un artista che non ha mai smesso di cercare, ascoltare e sorprendersi. La sua voce si inserisce con naturalezza nello spirito di Chiavari in Jazz 2025, una rassegna che unisce radici e futuro, tradizione e innovazione. Come il suo sassofono, il festival parla a tutti: ai curiosi, agli appassionati e ai giovani che scoprono il jazz come linguaggio vivo, necessario e sempre in trasformazione.

INFO

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