3 ottobre 2025
“Kind Of…” è il nuovo e primo disco in piano solo del pianista e compositore Antonio Faraò, considerato uno dei più importanti pianisti jazz contemporanei, che in questo disco dà prova non solo del suo proverbiale virtuosismo, che lo ha reso celebre in tutto il mondo, intriso di straordinaria energia comunicativa, notevole inventiva armonica e forza ritmica, ma anche di toccante cantabilità, profondo senso melodico e intenso lirismo, facendo quindi emergere la sua anima soulful e il suo lato romantico. Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio questo capitolo così importante della sua carriera.
“Kind Of…” è il tuo primo album in piano solo: come e perché nasce questa opera? Che tipo di emozioni hai provato nel realizzarla e cosa rappresenta nel tuo percorso umano e artistico?
Il mio primo “Piano Solo”, così tanto atteso anche da me, nasce perché ci sono delle tappe inevitabili nel percorso della carriera di un pianista. È un po’ una prova del nove, in cui ti metti completamente a nudo e diventi un’orchestra a tutti gli effetti, in quanto prendi le parti anche del bassista e del batterista. Sicuramente questo piano solo è una tappa importante della mia carriera. Ho aspettato così tanto perché in passato si sono presentate delle opportunità, che poi però non sono andate a buon fine, per cui è rimasto nel cassetto per tutto questo tempo.

E a proposito della tua straordinaria carriera, ci racconti da dove parte la tua storia artistica, com’è nato l’amore per il pianoforte e il jazz e come si è evoluta nel tempo la tua vita musicale?
Nella mia famiglia si ascoltava questa musica, infatti sono cresciuto con il jazz che mi è piaciuto tanto sin da subito. All’inizio mi fu regalato un vibrafono giocattolo, poi una batteria e infine sono passato al pianoforte e ho continuato a studiare e suonare questo strumento. Ricordo un concerto con Count Basie ed Ella Fitzgerald a cui ho assistito nel 1971 al Teatro Lirico di Milano. Avevo solo sei anni.
Il disco consta di dodici brani, di cui otto composti da te e quattro celebri standard della storia del jazz, che hai brillantemente reinterpretato: da cosa ti sei lasciato ispirare per le tue composizioni e come hai realizzato gli arrangiamenti?
Quando scrivo ho sempre un’ispirazione diversa, non c’è una regola vera e propria. L’ispirazione parte proprio dal cuore. In Pina, per esempio, brano dedicato a mia sorella, si sente una malinconia espressa nella melodia e nell’armonia. In altri pezzi, come Kind Of, sono stato ispirato da “Kind Of Blue” di Miles Davis, perché mi ricordava molto una delle composizioni del disco, brano che poi ha dato il titolo all’album. Sono sempre ispirato dal passato, sono molto legato alla mia infanzia, alla mia adolescenza, al periodo in cui vivevo con i miei genitori.
Photo Credit To Marco Glaviano
Come descriveresti l’atmosfera musicale dell’album dal punto di vista stilistico ed espressivo e cosa hai voluto raccontare con esso?
Nel disco credo che si possano sentire diverse atmosfere, ovviamente legate alle mie esperienze vissute in tutti questi anni. Ho avuto diverse influenze: da Oscar Peterson a Herbie Hancock, da McCoy Tyner a Bill Evans, da Keith Jarrett a Lennie Tristano. Ma non solo pianisti, e quindi anche Miles Davis, John Coltrane, Charlie Parker. Tutte fonti d’ispirazione che chiaramente ho assorbito e poi ho assimilato nella mia personalità. Ci sono brani soft, altri un po’ più “aggressivi”, in quanto ho voluto tendenzialmente raccontare la mia storia di oltre quarantacinque anni di carriera.
Cosa ti rende più orgoglioso e felice di questa tua nuova produzione?
Sono orgoglioso di aver realizzato questo progetto, finalmente, dopo tutto questo tempo, coprodotto con il mio produttore artistico Frederic Rouvier, con cui ho creato una mia etichetta indipendente, la Notes Around Ag.
Presenterai l’album in un tour dedicato?
Per il momento, per quanto riguarda specificamente “Kind Of…”, ho una data già fissata per maggio 2026 al festival jazz di Basilea in Svizzera.
a cura di Arianna Guerin
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