23 settembre 2026
STONE FOUNDATION: UNA LUNGA STORIA ANCORA TUTTA DA SCRIVERE.
Quasi trent’anni di musica, un’energia inesauribile e lo sguardo sempre rivolto al futuro.
Quasi trent’anni di musica non hanno affievolito l’energia degli Stone Foundation né la loro voglia di continuare a cercare nuove strade. La storia costruita da Neil Jones e Neil Sheasby attraversa soul, funk, rhythm & blues e jazz, alimentata da un’amicizia profonda, da una continua curiosità musicale e da un percorso che li ha portati a incrociare artisti come Bettye LaVette, William Bell, Graham Parker e molti altri, e a costruire nel tempo legami profondi con musicisti come Mick Talbot e Paul Weller. In questa conversazione Jones e Sheasby ripercorrono le origini della band, il loro legame umano e creativo, gli incontri e le collaborazioni che ne hanno segnato la storia. Ma è soprattutto il futuro a emergere dalle loro parole: la necessità di continuare a evolversi, l’entusiasmo per la musica ancora da creare e quella stessa energia che, dopo quasi trent’anni, continua a spingerli avanti.
a cura di Rosario Moreno
La storia degli Stone Foundation comincia, in un certo senso, con una sorta di paradosso: venivate entrambi dalle Midlands e vivevate relativamente vicini, eppure avete dovuto incontrarvi a Londra, quando suonavate ancora in due gruppi differenti. Ripensando a quel primo incontro, che cosa ricordate l’uno dell’altro? E che cosa vi fece capire che avreste potuto costruire qualcosa insieme?
Neil Jones > Avevo fondato una band con alcuni miei cari amici del college e dell’università, chiamata Walrus Gumboot. Ci eravamo costruiti una buona reputazione a livello locale, ma sentivo il bisogno di allargare i miei orizzonti e avevo progetti molto più ambiziosi. Finimmo per aprire un concerto della band di Neil Sheasby a Birmingham e successivamente fummo invitati da loro a tenere il nostro primo concerto a Londra. Il momento era perfetto, perché anche lui desiderava intraprendere una direzione musicale diversa. Ci incontrammo a casa di Neil, scoprimmo immediatamente il nostro comune amore per la musica e cominciammo ad abbozzare alcune idee per delle canzoni. Fu un periodo entusiasmante e, a dire il vero, ho sempre avuto la sensazione che siamo riusciti a conservare quello stesso entusiasmo e quella stessa eccitazione in ogni avventura musicale e in ogni disco che abbiamo realizzato da allora. Per me è sempre stato un po’ come un fratello maggiore.
Neil Sheasby > Ricordo che in quel periodo mi sentivo piuttosto scoraggiato dalla band in cui suonavo. In precedenza avevo già fatto parte di un paio di gruppi che avevano ottenuto un discreto successo e avevo suonato moltissimo nel circuito universitario. In realtà pensavo che forse il mio tempo fosse ormai passato: avevo vissuto quindici anni fantastici. Avevo trent’anni e mi chiedevo: chi è che mette su una band a trent’anni? Vidi Neil suonare nel gruppo di supporto al nostro e mi piacque la sua voce. Avevo già in mente l’idea di un nuovo progetto, avevo persino il nome da dare alla formazione, ma avevo bisogno di una scintilla che mi desse la motivazione per ripartire. Neil fu quel catalizzatore e non appena cominciammo a scrivere insieme, a frequentarci e a costruire un’amicizia, tornai ad essere entusiasta delle possibilità che si stavano aprendo davanti a noi facendo nuovamente musica. Fu così che nacquero gli Stone Foundation.
Sono trascorsi più di venticinque anni da quell’incontro. Inevitabilmente una collaborazione creativa così lunga finisce per diventare anche una relazione personale molto profonda. Che cosa continua a rendervi complementari? E c’è qualcosa che, ancora oggi, ciascuno di voi riconosce nell’altro come essenziale per gli Stone Foundation?
Neil Jones > Credo che ciò che continua a farci andare avanti sia il desiderio comune di realizzare grandi dischi, oltre alla nostra amicizia indissolubile. Ogni anno porta con sé una nuova sfida entusiasmante e un nuovo capitolo della nostra storia. Per me la magia risiede sempre nelle canzoni e nella musica che dobbiamo ancora creare.
Neil Sheasby > Prima di tutto siamo amici, ed è questo il legame solido che ha resistito per quasi trent’anni. Anche le nostre famiglie sono molto unite: Neil è il padrino di mio figlio. Credo che entrambi siamo perfettamente consapevoli di funzionare molto meglio insieme che separatamente. Quando scriviamo canzoni è un po’ come completarci le frasi a vicenda e, proprio perché siamo in due a creare, raramente rimaniamo senza idee. Ci stimoliamo continuamente l’un l’altro.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
La vostra non è la storia di un successo arrivato da un giorno all’altro. Ci sono stati anni di piccoli concerti, tentativi, cambiamenti e ricerca prima che gli Stone Foundation trovassero pienamente la propria identità e iniziassero a raggiungere un pubblico sempre più ampio. Guardando oggi a quel periodo, pensate che quel lungo processo di costruzione graduale sia stato, in qualche modo, una fortuna?
Neil Jones > Credo che sia stata davvero una fortuna. Abbiamo iniziato lavorando con vecchie leggende del soul come Joe Harris, i The Undisputed Truth della Motown, e anche Nolan Porter è stato un altro collaboratore leggendario per noi. Il lavoro nei teatri che abbiamo fatto con questi artisti ci ha dato basi molto solide e, a sua volta, ci ha permesso di salire il gradino successivo. Poi siamo arrivati ad aprire i concerti dei The Specials durante il loro tour nelle arene e successivamente a realizzare dischi con persone come Paul Weller. A ogni passo, per così dire, ci siamo guadagnati sul campo il rispetto che abbiamo ricevuto. I dischi, i lunghi tour, tutto è sempre stato frutto di un grande lavoro. E questo, a sua volta, ti permette di rimanere con i piedi per terra anche quando cominciano ad arrivare attenzione e successo.
Neil Sheasby > Assolutamente sì, è stata una fortuna. Abbiamo avuto la possibilità di crescere e svilupparci senza alcuna pressione. È stato un lunghissimo work in progress, ma ho sempre avuto la sensazione che la band sia migliorata anno dopo anno, soprattutto dal vivo. È stato tutto molto naturale. Mi sono goduto il viaggio e alcuni di quei primi concerti nei piccoli club sono stati altrettanto incredibili e importanti quanto i grandi eventi. La longevità è un elemento fondamentale di ciò che siamo. Ci sono voluti ventotto anni per diventare un successo dall’oggi al domani!
Oggi ai giovani artisti viene spesso chiesto di diventare immediatamente visibili, produrre continuamente contenuti e ottenere risultati in tempi molto rapidi. Se gli Stone Foundation iniziassero oggi il loro percorso, pensate che avreste ancora la possibilità — e forse anche la pazienza — di attraversare lo stesso tipo di cammino che vi ha formati?
Neil Jones > Sinceramente penso di sì, perché amiamo così tanto la musica. È questo ciò che conta davvero più di ogni altra cosa per noi, insieme al suonare dal vivo e al portare la nostra musica in giro, direttamente alle persone.
Neil Sheasby > Probabilmente no. Ma forse oggi non fonderei nemmeno una band, perché quando misi insieme il mio primo gruppo i tempi erano molto diversi. La musica era la nostra moneta, la nostra linfa vitale. Erano tempi incredibilmente stimolanti. Oggi non vedo molte band — ammesso che ce ne siano — capaci di cambiarti la vita o di farti vestire o pensare in un determinato modo. Non mi piace il fatto che non esistano più quell’aura di mistero e quel senso di scoperta: oggi tutto è immediato. E non lo dico guardando al passato con gli occhiali rosa della nostalgia: è un dato di fatto. Sono davvero felice di aver vissuto almeno una parte dell’età d’oro della musica. Ha plasmato la mia vita e mi ha dato un’educazione.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Anche il vostro modo di comporre sembra riflettere due personalità creative differenti. Neil Jones ha raccontato di partire spesso dalla chitarra e, talvolta, di arrivare con strutture di brani già abbastanza sviluppate, mentre Neil Sheasby può partire da frammenti, registrazioni o idee che vengono poi sviluppate insieme. Dopo tutti questi anni, quanto riuscite ancora a sorprendervi quando uno dei due porta una nuova idea?
Neil Jones > Credo che ormai abbiamo sviluppato una forma di comunicazione quasi telepatica quando si tratta di scrivere. A volte scherziamo dicendo che è come se riuscissimo a completare le frasi l’uno dell’altro. Tendiamo ad amare le stesse cose e, di conseguenza, quando scriviamo finiamo quasi sempre per capire che cosa l’altro desideri o che cosa stia cercando di ottenere da un’idea.
Neil Sheasby > Spero che ogni nuovo disco riesca a riservarci delle sorprese. Se le nostre idee non riuscissero più a entusiasmarci reciprocamente e non fossimo più capaci di condividere una visione di ciò che stiamo cercando di creare, allora sarebbe arrivato il momento di smettere. Non esiste davvero un metodo prestabilito attraverso il quale nascono le nostre canzoni. Anzi, le più entusiasmanti sono proprio quelle che arrivano quando proviamo a infrangere le regole — ammesso che ne abbiamo davvero! Ci piace mettere alla prova noi stessi e, speriamo, anche il nostro pubblico. Forse, con il passare degli anni, ci spingeremo ancora un po’ di più verso territori meno convenzionali. Cerchiamo sempre di mantenere le cose fresche.
Soul, funk, rhythm & blues, jazz, disco e cultura club britannica sembrano convivere con grande naturalezza nella vostra musica. Allo stesso tempo avete sempre mostrato un profondo rispetto per la tradizione della Black American Music senza mai limitarvi a cercare di riprodurne il passato. Per voi dove si trova il confine tra preservare una tradizione e trasformarla in qualcosa che appartenga al presente?
Neil Jones > In fondo siamo perfettamente consapevoli di essere musicisti inglesi profondamente influenzati dalla cultura musicale nera degli Stati Uniti. È un’influenza che affonda profondamente dentro di noi, ma credo che proprio la combinazione tra quelle influenze e il nostro essere britannici finisca per creare qualcosa di unico, e ne sono davvero felice. Non vorrei mai che ci limitassimo a riproporre il passato o a copiare. Credo sia fondamentale realizzare progetti unici, imprimendo loro il proprio segno e il proprio stile. Con gli Stone Foundation cerchiamo sempre di dare vita a qualcosa di fresco: per noi è davvero importante.
Neil Sheasby > Oh Dio! Devo dire che non amo affatto la maggior parte dei dischi dal suono “retro soul” usciti negli ultimi tempi. È come se la parola soul fosse stata sequestrata e ormai, alle mie orecchie, tutto suonasse uguale. Sì, il confine è davvero molto sottile. Non sempre riusciamo a fare tutto nel modo giusto, ma credo sia evidente che partiamo da intenzioni sincere e oneste. Cerchiamo di mantenere ogni volta la nostra musica contemporanea, evitando che diventi un posticcio o si riduca a un semplice omaggio al passato.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Avete appena suonato nell’ambito di un festival jazz, pur essendo una band che chiaramente sfugge alle classificazioni più semplici. Il jazz stesso, del resto, è sempre stato sinonimo di contaminazione, apertura e trasformazione. Che posto occupa il jazz nell’universo musicale degli Stone Foundation? E quanto ritenete ancora utili, oggi, le definizioni di genere?
Neil Jones > Ci saranno sempre stili, influenze e generi, è semplicemente così che funziona il mondo. Credo che siamo stati davvero fortunati a nascere in un’epoca che ci ha permesso di conoscere così tanti grandi artisti capaci di avere un ascendente duraturo su di noi. Tutti noi amiamo i dischi jazz. Personalmente il mio riferimento preferito è l’etichetta Blue Note, e naturalmente quella musica ha avuto una grande influenza sulla band, esattamente come, per esempio, la Stax di Memphis o un’etichetta hip hop come la Def Jam. Esistono così tanti generi e stili musicali da scoprire, amare e apprezzare e dai quali lasciarsi influenzare.
Neil Sheasby > Mi piace molto la mentalità del jazz. È qualcosa di estremamente istintivo, pieno di anima. Mi piace anche il suo immaginario, con il quale abbiamo giocato diverse volte. Credo inoltre che sia uno dei motivi per cui ci piace avere una formazione numerosa: rimanda in qualche modo a quella dimensione jazz/soul. Le definizioni di genere, comunque, saranno sempre inevitabili.
Le idee di comunità, condivisione e fiducia nella capacità della musica di unire le persone sembrano ricorrere nel vostro lavoro. Già ai tempi di Street Rituals emergeva una forte consapevolezza del clima sociale e delle divisioni del nostro tempo. Da allora il mondo sembra essersi ulteriormente frammentato. Credete ancora che una canzone — o semplicemente l’esperienza collettiva di un concerto — riesca a creare uno spazio autentico nel quale le persone possano incontrarsi?
Neil Jones > Al cento per cento. I nostri concerti ruotano proprio intorno a quell’esperienza collettiva che nasce quando persone con una sensibilità comune si ritrovano in una sala o nello spazio di un concerto per lasciarsi emozionare e sollevare dalla musica. Credo davvero che la musica possa creare gioia e positività nella vita delle persone e considero un privilegio poter avere questo tipo di effetto su di loro quando suoniamo. In questo momento c’è tantissima negatività nel mondo e noi cerchiamo sempre di portare nei nostri concerti un senso di felicità e di unione.
Neil Sheasby > Su larga scala probabilmente no. Ma quello che vedo accadere nella mia esperienza è che le persone che vengono a un nostro concerto riescono, almeno temporaneamente, a lasciare fuori dalla porta i problemi, le difficoltà e le preoccupazioni del mondo e, almeno per un paio d’ore, a immergersi completamente nella musica e nell’esperienza. Ed è un qualcosa che funziona in entrambe le direzioni: anche noi ci perdiamo nella musica. È una sensazione quasi spirituale. La musica è una medicina per l’anima, ha il potere di guarire. Sicuramente mi ha aiutato ad attraversare alcuni momenti estremamente difficili.
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Nel corso degli anni avete collaborato con una straordinaria varietà di musicisti: Paul Weller, Bettye LaVette, William Bell, Mick Talbot, Graham Parker, Nolan Porter, Melba Moore, Dr Robert, Omar e molti altri. Vorrei però rovesciare la domanda che probabilmente vi viene posta più spesso: invece di chiedervi che cosa avete imparato da loro, cosa pensate che questi artisti abbiano trovato negli Stone Foundation? Perché, secondo voi, così tanti grandi musicisti hanno desiderato entrare nel vostro mondo?
Neil Jones > In definitiva questi artisti non lavorerebbero con noi se non pensassero che la nostra musica sia valida. E per me questo rappresenta il complimento più grande di tutti: sapere che artisti così incredibili abbiano scelto, nel corso degli anni, di lavorare con noi, cantare e collaborare ai nostri dischi.
Neil Sheasby > Non ne ho idea! È una domanda che bisognerebbe rivolgere a loro. Quello che posso dire è che rappresenti un complimento enorme il fatto che artisti di quel livello accettino di collaborare con noi e, inoltre, nel tempo siano diventati anche amici. Per fortuna gli Stone Foundation sono una band amata dagli altri musicisti. Potrà sembrare banale, ma penso che alla fine arrivino davvero ad apprezzarci anche come persone e rispettino la nostra tenacia e il nostro spirito DIY. Quasi tutti gli artisti ai quali ci siamo rivolti hanno accettato di lavorare con noi e credo che questo sia anche una testimonianza della qualità delle canzoni, perché normalmente il primo punto di contatto è proprio quello: devono apprezzare la canzone, altrimenti qualsiasi ipotesi di collaborazione cadrebbe già al primo ostacolo.
Il vostro rapporto con Paul Weller rappresenta chiaramente un capitolo importante nella storia degli Stone Foundation. Quello che era iniziato come l’incontro con una persona che era stata uno dei vostri punti di riferimento musicali si è progressivamente trasformato in una collaborazione e in un’amicizia. Esiste un momento in cui qualcuno che avete ammirato per anni smette di essere “Paul Weller” e diventa semplicemente Paul? E, dopo tutto questo tempo, rimane ancora qualcosa di quel senso iniziale di meraviglia?
Neil Jones > Sì, naturalmente. È qualcosa di enorme, e continua ad esserlo, poter considerare Paul un amico e avere la possibilità di lavorare con lui, ci si abitua ma continuano a esserci quei momenti in cui devi quasi darti un pizzicotto per renderti conto che stia succedendo davvero. Qualche anno fa mi chiese di salire sul palco con lui all’Alcatraz di Milano per cantare insieme Wild Wood. Fu un onore davvero speciale, soprattutto considerando che avessimo aperto un suo concerto proprio in occasione della nostra primissima esibizione a Milano. Mi sembra ancora incredibile anche solo pensare che io e Neil Sheasby abbiamo scritto insieme a lui quattro canzoni nel corso degli anni in cui ci siamo conosciuti e che Paul sia apparso in quattro dei nostri ultimi cinque dischi. È davvero qualcosa di molto speciale. Gli ho mandato anche alcuni video del nostro concerto di Chiavari e gli sono piaciuti molto. Come noi, ama l’Italia.
Neil Sheasby > Per me è stata una trasformazione piuttosto surreale. Ero un grandissimo fan dei Jam: loro sono stati proprio il motivo per cui, inizialmente, ho desiderato mettere su una band. Non mi perdevo praticamente nemmeno un tour degli Style Council. Ero un fan sfegatato: da ragazzo avevo i loro poster sulle pareti della mia camera e poi, decenni dopo, ti ritrovi Paul Weller che ti telefona e diventa un tuo amico. È pazzesco. Ogni tanto mi fermo ancora e devo quasi darmi un pizzicotto per ricordarmi “quello è Paul Weller che sta cantando una delle nostre canzoni”! Ma sì, naturalmente quella sensazione di stranezza finisce presto per attenuarsi e tutto diventa normale. Deve essere così, altrimenti il rapporto non potrebbe funzionare. A volte, in realtà, faccio persino fatica ad associare l’uomo che conosco oggi alla stessa persona che compariva sulla copertina di “All Mod Cons” o “Our Favourite Shop”. Abbiamo un bel rapporto e facciamo attenzione a non logorarlo.
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“The Revival of Survival” è il vostro undicesimo album in studio. A questo punto della carriera di una band sarebbe forse più semplice affidarsi a una formula ormai consolidata e riconoscibile. Voi, invece, avete continuato ad ampliare il vostro linguaggio musicale, introducendo elementi funk, disco e house e cercando consapevolmente un suono più contemporaneo. Dopo undici album, qual è la sfida più grande: proteggere la propria identità oppure evitare di ripetersi?
Neil Jones > Sicuramente non vogliamo mai ripeterci, ed è proprio questa la grande sfida che affrontiamo con ogni disco. In realtà è qualcosa di entusiasmante, perché significa essere continuamente costretti a spingersi oltre. Ci saranno sempre alcuni elementi riconoscibili del suono degli Stone Foundation, soprattutto grazie alla formazione stabile che abbiamo, ma vogliamo decisamente continuare ad ampliare i nostri confini musicali.
Neil Sheasby > Sicuramente la cosa fondamentale è non rimanere fermi a galleggiare. L’autocompiacimento è letale. È importante continuare a rimescolare le carte, anche se questo significa cambiare la formazione. Bisogna costantemente uscire dalla propria zona di comfort. La nostra identità, comunque, lascerà sempre la propria impronta su qualunque strada decideremo di percorrere.
Il titolo “The Revival of Survival” sembra contenere due parole particolarmente appropriate alla storia degli Stone Foundation: “survival”, la capacità di resistere e durare nel tempo, e “revival”, la possibilità di rinnovarsi e reinventarsi. Quanto racconta realmente di voi questo titolo? Dopo più di venticinque anni, che cosa significa per una band non limitarsi a sopravvivere, ma continuare a evolversi?
Neil Jones > Al giorno d’oggi è già una grande impresa riuscire a sopravvivere e continuare a crescere. È un periodo difficile per tutti nelle nostre società e noi non siamo diversi da qualsiasi altra famiglia di lavoratori. Lavoriamo duramente e investiamo moltissimo tempo ed energia per assicurarci di poter continuare questo meraviglioso viaggio musicale. Le cose sono diventate ancora più difficili a causa di decisioni assurde come la Brexit nel nostro Paese. Non ho mai compreso una scelta così insensata. In questo momento l’umanità dovrebbe lavorare ancora più unita, non creare ulteriori barriere tra le persone. Andare in tour in Europa è diventato più difficile, ma amiamo così tanto farlo che ce la metteremo tutta per continuare.
Neil Sheasby > Per sopravvivere bisogna cercare sempre di evolversi, musicalmente ma anche nel modo in cui oggi è necessario vendere e promuovere i dischi. Non amo particolarmente come in epoca moderna vengano lanciate le nuove uscite, preferivo l’emozione di ascoltare un disco per intero per la prima volta proprio nel giorno della sua pubblicazione. Quella frase [The Revival of Survival] era semplicemente ciò che avevo cantato sopra un groove, sono contento che poi abbia assunto così tante interpretazioni diverse. Mi piace che le persone trovino nelle nostre canzoni ciò che desiderano: possono così significare qualunque cosa essi vogliano.
A pochi giorni dal vostro concerto di Chiavari è uscito “Live from Band On The Wall”, registrato durante The Revival of Survival Tour e vostro primo album dal vivo dopo “Live Rituals” del 2017. Sembra esserci una dimensione degli Stone Foundation che nessun disco in studio può riuscire a catturare completamente: quella dal vivo. Che cosa accade sul palco che semplicemente non può accadere in studio? E quanto è importante il rapporto con il pubblico nel rendere ogni concerto un’esperienza diversa?
Neil Jones > Per me il legame tra il pubblico e la band è la cosa più importante in assoluto. Ricordo, da spettatore, il mio primo concerto dal vivo della E Street Band: osservare il modo in cui Bruce Springsteen riusciva a coinvolgere il pubblico fu quasi un’esperienza spirituale. Dopo averlo visto capii che anche io avrei voluto riuscire a emozionare le persone e a creare con loro una connessione attraverso la musica. Un’altra esperienza fondamentale fu la prima volta in cui vidi un filmato dello Stax/Volt Tour degli anni Sessanta, osservando il modo in cui Sam & Dave riuscivano a catturare, emozionare e incendiare il loro pubblico. Per me fu qualcosa di davvero speciale. Ai nostri concerti diamo sempre il 110%. Voglio che le persone escano da un concerto degli Stone Foundation sentendosi sollevate e piene di gioia. Quando vedo le persone tra il pubblico sorridere e cantare è la sensazione più bella che ci sia.
Neil Sheasby > Sì, non posso certo contraddirti. Credo dipenda dal fatto che, sera dopo sera, condividiamo una connessione unica con il nostro pubblico e, tornando a quella mentalità jazz di cui parlavi prima, ogni volta c’è una componente nuova di improvvisazione: nessun concerto è veramente uguale a un altro. I nostri concerti non sono propriamente degli “show”: sono un’esperienza collettiva, un momento di incontro. Il pubblico è importante quanto la band.
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Se poteste incontrare i due giovani che alla fine degli anni Novanta si incrociarono quasi per caso a Londra, pensate che sarebbero sorpresi nel vedere dove quell’incontro vi ha portato? E, guardando invece nella direzione opposta, verso il futuro, qual è quella cosa che gli Stone Foundation non hanno ancora fatto e che desiderate davvero realizzare?
Neil Jones > Assolutamente sì. Non puoi mai sapere davvero come andranno le cose, perché la vita è così imprevedibile. Sono enormemente orgoglioso di ciò che abbiamo costruito in questi quasi trent’anni insieme: i tour, i dischi, i ricordi e tutte le splendide persone che abbiamo incontrato lungo il cammino. E non vedo l’ora di scoprire quale sarà il prossimo capitolo del nostro viaggio. Spero che ci porti altri tour in Italia, in Europa e ancora più lontano. Amo suonare dal vivo: è qualcosa di fondamentale per il mio equilibrio interiore.
Neil Sheasby > Oh sì! Quello che siamo riusciti a raggiungere e realizzare va oltre i miei sogni più sfrenati. Suonare alla Royal Albert Hall con Paul Weller, andare in tour in Giappone, e naturalmente la splendida piazza di Chiavari! È stata davvero un’avventura. Che cosa rimane ancora da realizzare? Continuo a pensare che dovremmo pubblicare un album davvero classico, definitivo. Cerco sempre la perfezione, forse è qualcosa di irraggiungibile, non lo so. Mi piacerebbe anche andare in tour negli Stati Uniti, ma non ho alcuna fretta di farlo con Trump alla Casa Bianca.
C’è una domanda che rivolgo sempre agli artisti che suonano a Chiavari in Jazz: ogni concerto prende vita attraverso il dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni vi ha lasciato Chiavari in Jazz e quali emozioni avete vissuto suonando in questa cornice?
Neil Jones > Credo che sia facilmente annoverabile tra i miei dieci luoghi preferiti in cui abbiamo suonato, e in ventotto anni di carriera i posti dove abbiamo suonato sono davvero tanti. Chiavari è un luogo magico: un’architettura incredibile, persone meravigliosamente calorose e amichevoli, e dà quasi la sensazione di essere come una seconda casa. Il concerto in sé è stato davvero molto speciale. Per me è stata un’esperienza spirituale trovarmi sul palco proprio accanto alla splendida cattedrale, ed è stato bellissimo vedere la comunità di Chiavari riunirsi per la nostra esibizione. Spero davvero che in futuro potremo tornare ancora in questo luogo così speciale.
Neil Sheasby > Chiavari è splendida. È l’Italia proprio come te la immagineresti al cinema. Caffè, bar, ristoranti, architetture, monumenti, chiese, cappelle, il mare, gli scooter e quell’atmosfera generalmente così cool… Oh… e il caldo!! La cornice del concerto è stata una di quelle che rimarranno a lungo nella memoria. Quelle enormi colonne, quasi come al Colosseo, e tutto che diventava ancora più suggestivo man mano che la luce calava e scendeva la sera. Anche le persone sono state straordinarie: così amichevoli e appassionate della loro storia e della propria cultura. C’era davvero moltissimo da ammirare.
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STONE FOUNDATION – formazione a Chiavari in Jazz 2026
Neil Jones – voce, chitarra
Neil Sheasby – basso
Dominic Carr – batteria
Ian Arnold – tastiere
David Boraston – tromba
Steve Trigg – tromba
Anthony Gaylard – sassofono
Forse il futuro degli Stone Foundation è racchiuso proprio in una delle convinzioni che emergono da questa conversazione: dopo undici album e quasi trent’anni di musica, il disco definitivo è ancora quello da realizzare. Neil Sheasby continua a inseguirlo, mentre Neil Jones guarda alle canzoni che devono ancora nascere. Due prospettive che conducono nella stessa direzione: continuare a cercare, perché la parte più importante della storia potrebbe essere ancora quella da scrivere.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
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