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Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Jany McPherson

Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Jany McPherson

15 settembre 2026

“A LONG WAY”: UN VIAGGIO CONTINUO
Esperienze che lasciano tracce e musiche che indicano la strada

Il concerto di Jany McPherson a Chiavari in Jazz 2026 ha restituito con immediatezza i diversi tratti della sua personalità artistica: il rigore della pianista, la naturalezza della cantante, una forte sensibilità melodica e una musica capace di creare un rapporto diretto con chi ascolta. In questa conversazione, realizzata dopo il concerto a Chiavari, Jany McPherson racconta il rapporto tra istinto e consapevolezza, voce e pianoforte, composizione e improvvisazione. Gli incontri con musicisti come Omara Portuondo, Tata Güines e John McLaughlin, la necessità di attendere un’ispirazione autentica e la ricerca di una propria voce diventano parti di un percorso che trova in “A Long Way” una delle sue espressioni più intime: non un punto d’arrivo, ma una traccia lasciata lungo un cammino che continua.

a cura di Rosario Moreno

Jany sei nata a Guantánamo e il tuo percorso artistico e personale ti ha portata a confrontarti con luoghi, culture e tradizioni musicali differenti. Quando oggi ti siedi al pianoforte, quanto senti ancora dentro di te la ragazza che ha iniziato a fare musica nella sua terra d’origine e quanto invece la musicista che sei diventata attraverso tutti gli incontri e le esperienze successive?
Non esiste una frattura tra la bambina di Guantánamo e la donna che sono oggi. L’una non ha sostituito l’altra: la prima continua a vivere nella seconda. Credo che la curiosità, l’emozione e la gioia con cui mi sono avvicinata alla musica da bambina siano rimaste intatte. Quello che è cambiato è lo sguardo. Gli incontri, i viaggi, le culture e gli artisti con cui ho avuto la fortuna di condividere il mio percorso hanno ampliato il mio modo di ascoltare, di comporre e di improvvisare. Oggi mi sento una musicista più consapevole, ma quando mi siedo al pianoforte cerco ancora quella stessa verità e quello stesso stupore che sentivo da bambina. È forse questo il filo invisibile che unisce tutto il mio percorso.

Hai una formazione classica, ma nel tempo hai costruito un linguaggio nel quale convivono jazz, ritmi caraibici, musica brasiliana, soul e anche una particolare sensibilità verso la melodia italiana. Quanto è stato importante, nel tuo percorso, arrivare al punto di sentirti libera dalle appartenenze e dalle definizioni di genere?
Non ho mai sentito il bisogno di appartenere a un genere preciso. Ho sempre scritto la musica seguendo l’ispirazione, lasciando che fosse lei a indicarmi la strada. Tutto ciò che ho vissuto musicalmente è entrato naturalmente nel mio linguaggio: il jazz, la mia cultura cubana, il Brasile, la musica classica e anche quella straordinaria tradizione melodica italiana, che ho scoperto già quando vivevo a Cuba e che ho imparato ad amare ancora di più avvicinandomi alla vostra cultura e ascoltando artisti che hanno segnato profondamente la canzone italiana come Mina, Lucio Dalla e Pino Daniele. Credo che la vera libertà sia proprio questa: poter essere sinceri con la propria musica senza sentire il bisogno di definirla.

Nella tua musica convivono esperienze e linguaggi molto diversi, ma all’ascolto non si ha mai l’impressione di una semplice somma di influenze. Quando componi tutto questo emerge spontaneamente oppure arriva un momento in cui interviene la consapevolezza e inizi a dare una forma precisa a ciò che è nato intuitivamente?
Ogni composizione nasce in modo diverso. A volte arriva una melodia molto chiara, altre volte soltanto un’intuizione più vaga. A volte nasce insieme alle parole, altre volte sento subito che quella musica non ne abbia bisogno. Da quel momento comincio ad ascoltare quello che il brano mi suggerisce. Credo che intuizione e consapevolezza non siano due momenti separati: camminano insieme fin dall’inizio. La consapevolezza mi aiuta a dare forma a ciò che nasce spontaneamente, ma senza tradirne l’ispirazione. E mi capita ancora oggi che, mentre un brano prende forma, emerga un’idea armonica inaspettata che sorprende perfino me. È forse questa la parte più misteriosa e più bella del comporre.

Hai detto una cosa molto bella: prima arriva l’emozione e poi la tecnica serve a darle forma. È così anche nell’improvvisazione? Quando improvvisi riesci davvero ad abbandonare ciò che sai oppure, inevitabilmente, tutto il bagaglio di una musicista con la tua formazione continua a lavorare dentro di te?
Quando improvviso non penso alla tecnica, anche se so che tutto quello che ho studiato continui a vivere dentro di me. Non costruisco un assolo partendo da formule o da idee preparate. Quasi sempre sento prima una melodia, la canto dentro di me — spesso anche con la voce — e il pianoforte la segue. Mi lascio guidare soprattutto dall’orecchio. Se mi chiedessi di spiegare teoricamente tutto quello che sto facendo in quel momento, probabilmente non ne sarei capace. So soltanto che quella frase mi emoziona e che sento il desiderio di seguirla. Cerco soprattutto di costruire un’improvvisazione che abbia un respiro melodico e che racconti una storia, piuttosto che creare una successione di idee virtuose.

Photo Credit To Enrico Rolandi

Pianoforte e voce convivono nel tuo percorso, anche se il pianoforte è diventato lo strumento della tua formazione più rigorosa. Quando canti e suoni contemporaneamente, senti che voce e pianoforte raccontano la stessa cosa oppure sono due personalità diverse che dialogano tra loro?
Penso che siano due parti diverse della mia personalità. Ognuna ha il proprio linguaggio e il proprio spazio, ma quando suono e canto contemporaneamente si completano e dialogano continuamente. Non sento che una debba prevalere sull’altra: con il tempo, queste due parti finiscono per convergere e diventare una sola identità musicale.

Ascoltandoti, si percepisce una grande attenzione alla melodia. Tu stessa hai parlato della capacità che certe melodie hanno di attraversare decenni senza perdere la loro forza. Che cosa deve avere, secondo te, una melodia per riuscire a sopravvivere al proprio tempo? E quanto è difficile oggi, in una musica che spesso privilegia complessità e ricerca, conservare questa immediatezza?
Credo che una melodia capace di attraversare il tempo debba avere una propria coerenza dall’inizio alla fine, ma soprattutto qualcosa che riesca a creare una risonanza emotiva in chi ascolta. Può riportare alla memoria un’esperienza, un ricordo, o semplicemente toccare una parte di noi che avevamo dimenticato. Anche l’armonia che sostiene la melodia ha un ruolo fondamentale nel determinare questa emozione. Non credo però che oggi sia necessariamente più difficile scrivere melodie capaci di durare nel tempo. Si continuano a scrivere grandi melodie, e penso che molto dipenda dalla sensibilità e dal momento creativo del compositore. Nel mio caso, una melodia deve prima di tutto emozionare me. Se un’idea che nasce non mi provoca qualcosa e non mi dà voglia di svilupparla, difficilmente riesco a portarla avanti. L’immediatezza, quindi, non è per me un obiettivo o una formula: è una conseguenza naturale di ciò che sento.

A Long Way, il titolo del tuo ultimo lavoro discografico, inevitabilmente suggerisce l’idea del viaggio, ma ascoltando il disco si ha l’impressione che quel viaggio sia molto più interiore che geografico. Ora che hai avuto anche il tempo di guardare quel lavoro da una certa distanza, che cosa rappresenta per te quella “lunga strada”? E senti di essere arrivata da qualche parte o il viaggio continua?
A Long Way appartiene a un momento molto particolare della mia vita. Stavo vivendo diverse situazioni difficili contemporaneamente e, nello stesso tempo, mi si presentava l’opportunità di registrare questo disco. È come se molti sentimenti che avevo dentro e che non avevo espresso avessero trovato improvvisamente una via d’uscita attraverso la musica. Ricordo anche una grande eccitazione durante la fase creativa: finivo un brano e, quella stessa notte, prima ancora di addormentarmi, arrivava già una nuova idea melodica. Quando poi il disco fu terminato e le registrazioni concluse, mi sono sentita quasi svuotata. Credo sia una sensazione che molti compositori conoscono: dopo aver portato a termine un lavoro, ci si chiede inevitabilmente che cosa verrà dopo. Oggi, guardando quel disco con una certa distanza, penso che il titolo abbia un significato ancora più profondo. È stato davvero un lungo viaggio, soprattutto interiore, ma non sento di essere arrivata da qualche parte. Forse perché questo tipo di viaggio non porta necessariamente a una destinazione. Mi piace pensare alla musica come alle pietre che un viandante lascia lungo il cammino, per segnare il proprio passaggio. Ogni disco è una di quelle pietre. Nel frattempo si fanno nuove esperienze, si cambia, e probabilmente anche il modo di camminare attraverso la vita cambia con noi.

Nella tua carriera hai incontrato musicisti straordinari, da Omara Portuondo e Tata Güines fino a John McLaughlin, che ti ha poi voluta nel suo quintetto. Al di là dell’importanza professionale di questi incontri, c’è qualcosa nel modo di pensare la musica di McLaughlin che ha modificato anche il tuo modo di ascoltare, improvvisare o concepire te stessa come musicista?
È difficile per me dire oggi in che modo preciso il lavoro con John abbia modificato il mio modo di ascoltare o di improvvisare, perché credo che queste influenze si sedimentino nel tempo e non siano sempre immediatamente riconoscibili. È evidente, però, che lavorare al fianco di un musicista come lui lascia un segno. Una cosa che mi ha colpito molto nel suo modo di pensare la musica è la convinzione che un musicista debba suonare come è, senza cercare di imitare qualcun altro. John mi ha detto una volta che apprezzava particolarmente il mio modo di disporre gli accordi e di armonizzare, e che quello gli parlava. È una cosa che ho sempre tenuto molto presente: cercare la propria voce, anche quando si lavora all’interno della musica di qualcun altro. E poi c’è stato un incontro molto particolare tra la sua musica e il mio modo di lavorare. Quando ho cominciato a integrare la voce nelle sue composizioni, soprattutto raddoppiando con il canto alcune delle sue melodie originariamente affidate alla chitarra, ho scoperto quanto fosse sensibile alla voce e quanto questo potesse aprire una prospettiva nuova sulla sua stessa musica. È stato uno scambio molto forte, perché non si è trattato semplicemente di eseguire le sue composizioni, ma di cercare insieme un altro modo di farle vivere.

Hai esplorato sia la dimensione del piano solo sia quella del trio. Nel piano solo sei completamente responsabile dello spazio, del tempo e perfino del silenzio; nel trio, invece, devi lasciare che la musica venga trasformata anche dagli altri. Che cosa trovi nella solitudine del piano solo che un gruppo non può offrirti, e cosa invece può accadere soltanto quando accetti di affidare una parte della tua musica agli altri?
Il piano solo mi offre una libertà e una responsabilità assolute: tutto passa attraverso di me, dalla scelta dei suoni al tempo, dagli spazi al silenzio. È una dimensione che mi piace e che mi ha insegnato molto, ma devo dire che preferisco il trio. Mi piace condividere il rischio, per così dire, e lasciare che la musica possa prendere una direzione che non dipende soltanto da me. Quando suono in trio, c’è poi qualcosa che trovo particolarmente affascinante: posso ascoltare un mio brano o un mio arrangiamento prendere vita attraverso la sensibilità di altri musicisti. La struttura che avevo immaginato rimane, ma cambia ogni sera a seconda delle persone con cui sto suonando. E questo può essere straordinario: un musicista può prendere qualcosa che hai scritto e portarlo in un luogo che non avevi nemmeno immaginato. Naturalmente vale anche il contrario: una sensibilità che non entra in sintonia con quella della musica può cambiarne completamente il carattere. Forse è proprio questo il bello del trio: accettare di non avere più il controllo totale e scoprire che, a volte, affidare una parte della propria musica agli altri permette alla musica stessa di diventare qualcosa di più grande di quello che avevi immaginato da sola.

Nel jazz si parla molto della necessità di trovare una propria “voce”. Nel tuo caso quella voce sembra nascere proprio dall’incontro di esperienze molto diverse e dalla difficoltà di rinchiuderti dentro un solo linguaggio. Ti riconosci pienamente nel tuo suono quando lo ascolti, oppure continui a scoprire aspetti di te che non sapevi di avere?
Credo di riconoscermi nel mio suono, ma non penso che la propria voce sia qualcosa di completamente definito una volta per tutte. Nel mio caso nasce proprio dall’insieme delle esperienze che ho vissuto, dei musicisti con cui ho lavorato e dei diversi linguaggi musicali che ho attraversato. E continuo a scoprire aspetti di me che non conoscevo. A volte è proprio la musica a rivelarmeli: una nuova idea, un modo diverso di armonizzare, una melodia o anche un modo di cantare che non avevo previsto. Forse trovare la propria voce significa anche questo: riconoscersi in ciò che si è già diventati, ma rimanere abbastanza aperti da lasciarsi sorprendere da ciò che ancora non si conosce di sé.

Hai detto di voler scrivere nuova musica soltanto quando arriverà un’ispirazione autentica, perché altrimenti non avrebbe senso. In un’epoca in cui agli artisti viene continuamente chiesto di produrre, pubblicare ed essere presenti, quanto è difficile difendere il diritto di aspettare?
Per me non si tratta tanto di difendere il diritto di aspettare, quanto di difendere il senso di ciò che faccio. Non sento il bisogno di scrivere nuova musica semplicemente perché è arrivato il momento di pubblicare un nuovo disco o perché oggi agli artisti viene chiesto continuamente di produrre. Se non sento di avere qualcosa di autentico da dire, preferisco aspettare. Dopo un lavoro come A Long Way, per esempio, ho avuto bisogno di prendere distanza e di lasciare che le cose sedimentassero. Non credo che l’ispirazione possa essere forzata: posso certamente lavorare, studiare, suonare e cercare, ma non posso obbligarmi a provare qualcosa che non c’è. In questo senso, aspettare non significa essere fermi. Significa anche ascoltare ciò che sta succedendo dentro di noi e avere la pazienza di riconoscere quando arriva qualcosa che vale davvero la pena trasformare in musica.

Hai raccontato di percepirti quasi come un “recettore”, qualcuno che riceve idee musicali e poi cerca di trasformarle in una narrazione. Mi interessa molto questa immagine: quando arriva un’idea, senti di essere davvero tu a guidarla oppure ci sono momenti in cui è la musica stessa a suggerirti dove vuole andare?
Non c’è mai una regola precisa. Un brano può nascere da una semplice cellula al pianoforte, da una melodia che appare improvvisamente, da un ritmo o anche da un’emozione difficile da spiegare. Quando arriva un’idea, cerco soprattutto di rimanere disponibile e di non cercare di controllarla troppo. Molto spesso ho la sensazione che non sia io a decidere completamente dove debba andare la musica. Inizio a seguirla, provo delle possibilità, ascolto quello che mi suggerisce e, poco alla volta, la direzione del brano si rivela. In questo senso, mi sento più come un recettore che come qualcuno che ha già deciso tutto in anticipo: ricevo qualcosa e poi cerco di capire come trasformarlo in una narrazione musicale. Naturalmente, a un certo punto entrano anche le mie scelte, il lavoro, la tecnica e l’esperienza. Ma la parte più misteriosa e forse più interessante è proprio quella iniziale, quando ancora non so dove mi porterà un’idea.

Nelle tue esibizioni c’è una componente emotiva molto evidente, ma allo stesso tempo si percepiscono controllo, rigore e una grande consapevolezza musicale. Sul palco quanto è importante riuscire a perdere, almeno per qualche momento, quel controllo?
In realtà, quando sono sul palco non ho la sensazione di controllare davvero tutto. Il rigore, l’esperienza e la consapevolezza musicale mi aiutano a non perdermi completamente, ma il momento dell’esibizione rimane in gran parte imprevedibile. Ci sono moltissimi elementi che non posso controllare: il luogo, l’atmosfera, il pubblico, la qualità del suono, lo strumento che mi trovo davanti e, soprattutto, quello che accade dentro di me mentre sto suonando. Ogni contesto crea un’emozione diversa. Può arrivare improvvisamente una gioia fortissima, la voglia di gridare, oppure un’emozione che mi porta quasi alle lacrime. In quei momenti non cerco di controllare quello che sta succedendo: cerco semplicemente di accoglierlo e di lasciarlo entrare nella musica. Forse il rigore e l’esperienza servono proprio a questo: non a controllare l’emozione, ma a permetterle di esistere senza farmi perdere completamente.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

Il tuo percorso ti ha portata a vivere lontano dal luogo in cui sei nata e a costruire relazioni profonde con paesi e culture differenti. Dopo tanti anni e tanti viaggi, che cosa significa oggi per te la parola “casa”? È ancora un luogo geografico, sono le persone che ami, oppure anche la musica può diventare una forma di casa?
Per me oggi “casa” non è più soltanto un luogo geografico. Sono nata a Cuba e ho vissuto per molti anni lontano da lì, attraversando paesi, culture e ambienti molto diversi. Credo che, con il tempo, la mia idea di casa sia diventata più mobile. Ci sono luoghi nei quali mi sento profondamente a casa, ma alla fine sono soprattutto le persone con cui posso essere me stessa a farmi sentire a casa. E anche la musica ha sicuramente una parte importante in questo: quando suono, ritrovo qualcosa che mi appartiene, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo. Forse oggi casa, per me, è proprio questo insieme: alcuni luoghi, alcune persone e quella parte di me che riesco a ritrovare attraverso la musica.

C’è una domanda che rivolgo agli artisti che suonano a Chiavari in Jazz: ogni concerto vive del dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni ti ha lasciato Chiavari in Jazz e quali emozioni hai vissuto nel suonare in questa cornice?
Chiavari mi ha lasciato un’impressione molto bella, non solo per il luogo e per l’atmosfera della piazza, ma soprattutto per il rapporto che si è creato con il pubblico. In Piazza Nostra Signora dell’Orto ho sentito un pubblico davvero caloroso: ogni brano veniva ascoltato con grande attenzione e, allo stesso tempo, c’era una partecipazione molto forte nei momenti in cui lo invitavo a cantare. Per me è stato particolarmente emozionante avere mio figlio in prima fila. Non era mai venuto ad ascoltarmi dal vivo con questo progetto e, durante “A Long Way”, gliel’ho dedicata: vederlo emozionarsi è stato un momento che porterò con me. E poi ci sono state le persone che, alla fine, sono venute a salutarmi e a condividere con me le loro impressioni: sono state parole molto belle, che mi hanno fatto sentire quanto la musica fosse arrivata a loro. Anche la convivialità con tutto lo staff del festival ha contribuito a rendere quella serata particolarmente piacevole. Credo che sia proprio questo che rende speciale un concerto: non soltanto quello che succede sul palco, ma tutto ciò che si crea tra la musica, il luogo e le persone che la ricevono. Chiavari, per me, è stata una serata davvero molto bella.

Il viaggio di Jany McPherson continua, lasciando lungo il cammino incontri, esperienze e momenti destinati a rimanere. Chiavari ne ha aggiunto uno particolarmente intimo: la presenza del figlio in prima fila, per la prima volta ad ascoltarla dal vivo con questo progetto, e la dedica di A Long Way, accompagnata dall’emozione di vederlo emozionarsi. Un ricordo personale dentro una serata costruita sul dialogo con un pubblico attento e partecipe. Perché, come racconta Jany, ciò che rende speciale un concerto non è soltanto quello che accade sul palco, ma quello che riesce a crearsi tra la musica, il luogo e le persone che la ricevono.