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Gegè Telesforo, il jazz come atto di libertà

Gegè Telesforo, il jazz come atto di libertà

8 settembre 2026

La radio, i giovani musicisti, la contaminazione e la voglia di continuare a sorprendere: il racconto di un artista che non si ferma. Quattro chiacchiere con Gegè Telesforo che aprirà il Montecatini Jazz Festival 2026.

a cura di Andrea Laurenzi

Ci sono artisti che il jazz lo suonano, e poi ci sono quelli che, da una vita, hanno scelto di farlo vivere. Gegè Telesforo appartiene decisamente alla seconda categoria. La sua storia racconta un impegno lungo e appassionato nel portare il jazz fuori dai recinti, nel farlo incontrare con il pubblico, con le nuove generazioni, con altri linguaggi e con quella dimensione popolare che è parte della sua natura più autentica. Per questo siamo particolarmente grati che sia lui, con Jazz Radio, ad aprire la seconda edizione del Montecatini Jazz Festival, progetto promosso dal Comune di Montecatini Terme e Officine della Cultura (www.montecatinijazzfestival.it). Non è soltanto un grande musicista e una voce inconfondibile: è un divulgatore curioso, un uomo di radio, un artista capace di unire competenza e leggerezza, rigore e divertimento. E soprattutto di trasmettere gioia.

È una parola che torna spesso nelle sue risposte, insieme a empatia, ascolto, curiosità, comunità. In questa intervista c’è molto del Telesforo che incontreremo sul palco di piazza del Popolo. Un musicista che non vuole semplicemente esibirsi, ma creare una relazione, e che continua a guardare al futuro del jazz attraverso i giovani talenti con cui ha scelto di condividere il palco. Il 9 settembre, alle 21.15, il suo Jazz Radio sarà il modo migliore per cominciare un festival che nel jazz cerca una musica viva, contemporanea e capace ancora di sorprendere.

Ciao e grazie della disponibilità Gegè. “Jazz Radio” è quasi una dichiarazione di poetica: riportare il jazz in un luogo dove la musica è anche racconto, relazione e curiosità. Cosa vuoi restituire al pubblico con questo progetto e cosa può ancora fare oggi la radio che gli altri media non riescono più a fare?
Voglio restituire al pubblico il gusto dell’esplorazione e la dimensione puramente umana dell’ascolto. Quando parlo di radio, intendo la radio radio, quella vera, da ascoltare a occhi chiusi o in viaggio, non la radiovisione che oggi affolla i canali TV trasformando ogni studio in uno set televisivo. Jazz Radio nasce proprio dal fascino per l’epoca d’oro delle radio libere degli anni ’70, quando la frequenza era uno spazio intimo di incontro spontaneo, privo di gabbie algoritmiche. La vera radio possiede un potere unico, stimola l’immaginazione. Non ti impone un’immagine preconfezionata, ma lascia che siano la parola, il suono e il ritmo a creare visioni, accendendo la curiosità e il desiderio di scoprire cosa c’è oltre la superficie.

Dopo la lunga esperienza di “Big Mama Legacy” e circa 150 concerti, riparti con un progetto nuovo, più teatrale e narrativo. Cosa è cambiato nel tuo modo di stare sul palco? E cosa cerchi oggi in un concerto che magari dieci o vent’anni fa non cercavi?
Dopo la potente carica di blues e groove con Big Mama Legacy, sentivo l’esigenza di una dimensione più teatrale, dove la musica si intrecci al racconto sonoro. Negli anni ho imparato da grandi maestri che il palco non è solo il luogo dell’esibizione, ma dell’incontro. Oggi cerco una connessione ancora più sottile e profonda con chi ascolta, meno virtuosismo fine a se stesso e molta più verità, emozione, dinamica e respiro condiviso.

Hai sempre concepito il jazz come un linguaggio aperto a funk, soul, R&B e altri mondi musicali. Oggi però “contaminazione” è diventata una parola quasi abusata. Quando una contaminazione produce davvero musica nuova e quando invece è soltanto una scelta commerciale?
La differenza la fa l’onestà intellettuale e la conoscenza profonda dei linguaggi che si scelgono di incrociare. La contaminazione autentica nasce dall’amore, dal rispetto e dallo studio delle radici; è un’osmosi naturale tra culture diverse che generano un nuovo vocabolario. Quando invece è solo un’operazione di restyling superficiale per rincorrere le tendenze del momento, diventa una formula arida e commerciale. Il pubblico percepisce subito la freddezza dell’artificio rispetto al calore della verità.

Nel “Jazz Radio Tour” stai proponendo anche nuove composizioni che confluiranno nel disco previsto per il 2027. Che disco sarà?
È un lavoro nato e cucito su misura per questa straordinaria band con cui condivido il palco in tour. Ho scritto le nuove composizioni pensando espressamente al suono, all’energia e alla sensibilità di ciascuno di questi giovani talenti. Dal punto di vista musicale non rinuncio alla mia cifra identitaria. E’ un repertorio interamente originale dove la visione ritmica, la ricerca del groove e quella componente gioiosa, solare ed empatica restano il motore pulsante di ogni brano. Definirei il nuovo album stilisticamente “contemporary old school”: non dimentica le radici e le sonorità del quintetto jazz classico, ma le affronta con un approccio viscerale e assolutamente contemporaneo. Il tutto arricchito da suggestioni, atmosfere e citazioni dal mondo della radio.

Il Montecatini Jazz Festival investe molto sui giovani, attraverso workshop, jam session e formazione. Quanto è importante oggi costruire una comunità intorno alla musica, oltre a organizzare concerti? E cosa diresti ai giovani musicisti che incontrerai a Montecatini?
Costruire una comunità è fondamentale: la musica non vive nel vuoto, ma cresce nello scambio. Festival come quello di Montecatini creano il terreno fertile per far circolare idee ed energie. Ai giovani dico sempre di studiare con rigore i maestri, ma di non aver mai paura di cercare la propria voce autentica. Il jazz non è una reliquia da museo, ma una materia viva, fluida e rivoluzionaria. Siate curiosi, generosi e non abbiate fretta di “arrivare”: il viaggio stesso è la meta.

Viviamo in un’epoca in cui gli algoritmi suggeriscono cosa ascoltare e tendono a premiare la velocità. Il jazz, invece, chiede tempo, ascolto e curiosità. È ancora possibile educare il pubblico all’ascolto o bisogna prima conquistarlo attraverso l’intrattenimento?
Intrattenere ed educare non sono termini in opposizione. L’intrattenimento intelligente è la chiave per aprire la porta dell’attenzione. Se riesci ad accogliere il pubblico con gioia, ritmo ed empatia, puoi guidarlo gradualmente dentro strutture più complesse e profonde. Non si tratta di “addomesticare” l’ascolto, ma di stimolare la fame di scoperta, affrancandoci dalla pigrizia dei flussi automatici.

C’è un progetto che ancora non hai realizzato e che continua a ronzarti in testa? Una collaborazione, un disco, uno spettacolo che vorresti ancora riuscire a fare?
Un desiderio forte è quello di amplificare e strutturare ancora di più l’impegno che porto avanti con Paolo Fresu per IJVAS (Associazione Nazionale Il Jazz Va A Scuola), di cui siamo promotori e ambasciatori. Vorrei realizzare un’opera multimediale e didattico-musicale da portare nei teatri e nelle scuole di tutta Italia, uno spettacolo interattivo che metta insieme il linguaggio dell’improvvisazione, la radio, le arti visive, per trasmettere ai bambini e ai ragazzi il valore della libertà espressiva e dell’ascolto dell’altro. E magari fare dialogare in una grande orchestra giovani talenti di estrazioni diverse, celebrando il jazz come codice universale di condivisione e inclusione.

Se dovessi indicare oggi dei giovani musicisti italiani sui quali scommetteresti per il futuro del jazz, chi sceglieresti e perché?
Ho la fortuna e il piacere di condividere il palco con straordinari talenti che non sono più soltanto promesse, ma certezze del nostro panorama. Penso a Francesco Fratini alla tromba, Lorenzo Simoni al sax, al pianista e ottimo arrangiatore Vittorio Solimene, Giulio Scianatico al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria. Con loro sono attualmente in tour con Jazz Radio e, come dicevi, abbiamo appena finito di registrare il nuovo album per l’etichetta americana Ropeadope, che uscirà nei primi mesi del prossimo anno. Hanno una preparazione tecnica mostruosa, un rispetto smisurato per la tradizione e una freschezza creativa che mi riempie di entusiasmo ogni sera. E nella lista inserirei anche altri musicisti straordinari con cui collaboro: il chitarrista Christian Mascetta, i fratelli Giovanni e Matteo Cutello, la straordinaria vocalist Daniela Spalletta e il batterista Michele Santoleri. Il futuro del jazz italiano è già in ottime mani.

Una provocazione per chiudere: il jazz ha ancora bisogno di essere “spiegato” al pubblico oppure deve semplicemente tornare a essere ascoltato?
Più che “spiegato”, il jazz va raccontato e vissuto. Quando trasformiamo il jazz in una lezione accademica per pochi intimi, ne uccidiamo l’anima popolare e travolgente. Bisogna riportarlo nei luoghi delle persone, restituirgli il corpo, il ritmo e l’emozione immediata. Una volta che lo swing e l’energia del suono ti colpiscono ed entrano in circolo, non c’è più nulla da spiegare. Bisogna solo lasciarsi andare, e ascoltare con le orecchie e con il cuore.

INFO

www.officinedellacultura.org/progetti-speciali/montecatini-jazz-festival