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Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Michele Polga
Photo Credit To Roberto Cifarelli

Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Michele Polga

17 novembre 2025

Il suono come forma di sincerità: la visione jazz di Michele Polga

Elegante, riflessivo e profondamente musicale, Michele Polga è tra i sassofonisti più apprezzati della scena jazz italiana. Musicista e docente, ha saputo unire la solidità della formazione classica alla libertà dell’improvvisazione, costruendo nel tempo un linguaggio personale, lirico e al tempo stesso energico. La sua carriera si è intrecciata con quella di grandi interpreti del jazz italiano e internazionale, ma anche con una costante attività didattica, che lo vede impegnato nella formazione delle nuove generazioni di musicisti. In occasione del Chiavari in Jazz 2025 Michele si è esibito accanto a Enrico Pieranunzi, Thomas Fonnesbæk e Mauro Beggio in un concerto di straordinaria intensità. In questa conversazione ci ha raccontato le origini del suo percorso, la ricerca timbrica, la dimensione dell’insegnamento e l’importanza dell’ascolto come chiave di crescita e libertà.

Partiamo dalle origini: come è nato il tuo rapporto con il sassofono e quando hai capito che sarebbe diventato il tuo strumento di vita?
All’età di otto anni i miei genitori mi iscrissero a una scuola di musica per imparare a suonare il pianoforte, ma diventato teenager gli amici e il pallone ebbero il sopravvento sullo strumento, che smisi di suonare. Passato un po’ di tempo mio padre, sassofonista per diletto, mi disse «perché non provi a venire nella banda del paese?». Fu così che iniziai, e dopo un tentativo poco fruttuoso con la tromba, sperimentai il sassofono. Gli anni successivi furono un po’ altalenanti. Per alcuni periodi smettevo anche di suonare. La decisione di studiare veramente la musica avvenne quando decisi di lasciare il liceo, in quarta, per iscrivermi al conservatorio. Posso dire che da lì ebbe inizio il mio percorso musicale, inizialmente con gli studi classici al Conservatorio di Bologna e successivamente con quelli jazz al Conservatorio di Trento insieme a Franco D’Andrea.

Il sassofono nel jazz ha una tradizione enorme, da Coleman Hawkins a John Coltrane fino ai contemporanei. Quali sono stati i tuoi punti di riferimento e in che direzione hai poi sviluppato la tua voce personale?
In effetti il sassofono è uno strumento che ha dato voce a molti esponenti importanti, se non fondamentali, per questo genere musicale. A seconda del periodo ci sono stati vari riferimenti, difficile individuarne soltanto alcuni. Non posso, naturalmente, non citare John Coltrane, Sonny Rollins, Stan Getz, Wayne Shorter e soprattutto Joe Henderson. Quest’ultimo rimane il mio preferito. Di quella che io definisco “la generazione di mezzo” importanti per me sono Jerry Bergonzi, Steve Grossman, Bob Berg (quando suonava con Horace Silver e nel quartetto di Cedar Walton, più le varie collaborazioni di quegli anni), Rich Perry, Joe Lovano, George Garzone (che adoro). E tra quelli della mia generazione Seamus Blake, Mark Turner, Chris Cheek, Joshua Redman, John Ellis, Walt Weiskopf. Della generazione successiva invece Walter Smith III, Dayna Stephens, Noah Preminger, Alex Hitchcock… ce ne sono davvero tanti e confermo che li ascolto tutti molto volentieri. Lascio perdere gli altoisti vero?! Cito soltanto Massimo Urbani sul quale ho fatto la tesi a Trento e Dick Oatts con il quale ho tenuto due workshop estivi che sono stati per me molto formativi. Per quanto riguarda la mia voce personale non so bene come rispondere… credo sia una qualità che cresce e si modella con il susseguirsi delle esperienze. Gli ascolti, gli incontri con altri musicisti, le esperienza di vita sono tutti fattori determinanti per far uscire qualcosa che probabilmente in potenza già esiste, ma ha bisogno di tempo per manifestarsi, e tu sei lì in parte artefice e in parte spettatore di questa cosa che un po’ comandi e un po’ ti comanda.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

Hai un suono riconoscibile, caldo e lirico, ma allo stesso tempo energico. Come descriveresti la tua ricerca timbrica e cosa cerchi di trasmettere ogni volta che suoni?
Ti ringrazio e sono felice che il mio suono possa avere un’identità definita e riconoscibile. La risposta a questa domanda la si può leggere in parte in quella precedente. Nello specifico posso dirti che ancora adesso lo studio che preferisco è quello del suono. Può sembrare strano ma passo più tempo a contatto con il suono che con le note e credo che questa sia più un’esigenza che una volontà. Soprattutto cerco di aumentare la mia capacità di percezione uditiva. Più le orecchie sentono nei minimi dettagli il suono, più si ha la possibilità di costruirlo e modellarlo. Per quanto riguarda ciò che cerco di trasmettere quando suono ti posso dire che sarei felice se si percepisse la sincerità che metto in quello che faccio.

A Chiavari ti presenti con al pianoforte Enrico Pieranunzi. Come nasce questo incontro e che tipo di dialogo si crea tra i vostri strumenti?
Il tutto nasce da una registrazione realizzata con Mauro Beggio, che voleva dare vita a un suo organ trio un po’ di anni fa. Facemmo una session a casa mia e registrammo, tra gli altri, il brano di Enrico Don’t Forget The Poet. Mauro fece poi sentire la registrazione a Enrico e mi disse che fosse rimasto colpito dal mio suono tanto da dire che prima o poi gli sarebbe piaciuto provare a suonare assieme… da non crederci! L’anno scorso Enrico mi coinvolse per un paio di concerti in un suo progetto allargato (jazz band e orchestra classica) su Duke Ellington e George Gershwin e fu in quei giorni che ne parlammo e decidemmo di provare a suonare in quartetto. Premetto che poter stare al fianco di Enrico per me è un privilegio e un grande onore, e ancora un po’ non mi sembra vero. La sua caratura artistica è enorme e quando suono con lui cerco di essere il più ricettivo possibile per rimanere pertinente a ciò che accade nella musica e permettere che tutto esca nel modo più naturale e spontaneo possibile.

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Sei molto attivo anche come didatta. Insegnare musica oggi significa confrontarsi con generazioni che ascoltano e vivono la musica in modo diverso dal passato: quali sono le sfide e le soddisfazioni principali del tuo ruolo di docente?
La sfida è quella di riuscire a far emergere l’unicità di ogni studente/musicista, fargli trovare la propria voce, metterlo nella condizione di capire che l’insegnante con cui passerà più tempo è se stesso e che pertanto dovrà sfruttare al massimo tempo e potenzialità. La soddisfazione più grande si ha quando si percepisce che il bisogno di fare musica di uno studente vada oltre la ragione e venga dal profondo. Allora i risultati arrivano.

In base alla tua esperienza quali sono le qualità fondamentali che un giovane musicista dovrebbe coltivare per trovare la propria voce?
Difficile dirlo, siamo tutti esseri unici e ciò che funziona per uno magari per qualcun altro non va bene. Ci sono però certe qualità che credo possano sicuramente essere di aiuto. La caparbietà, la curiosità, essere disponibili alle esperienze, cercarne e crearne sempre di nuove. Anche il confronto e la condivisione sono strumenti per la crescita personale e per lo sviluppo della propria voce. E poi l’amore, bisogna mantenere sempre vivo l’amore per questa musica.

La scena jazz italiana è vivace, ma spesso si parla delle difficoltà per i giovani musicisti a trovare spazi e continuità. Come la vedi tu dall’interno, da artista e da insegnante?
Non è sempre facile in effetti trovare gli spazi dove poter proporre la propria musica. Personalmente nel tempo ho avuto modo di allacciare un po’ di relazioni e questo mi permette di avere un’attività artistica di cui, tutto sommato, non posso lamentarmi. Ad essere pignoli direi che ho suonato pochissime volte al sud e non molto nel centro Italia, ma credo sia abbastanza naturale. Fino a che il proprio nome non ha un certo rilievo capisco anche che chi ti dovrebbe ingaggiare possa avere qualche perplessità sulla riuscita dell’evento. Per quanto riguarda i giovani mi sembra che, rispetto a qualche anno fa, forse ci siano un po’ di possibilità in più. Le associazioni si impegnano per dare voce a questa musica e per dare loro maggiore spazio: MIDJ con il bando AIR, Italia Jazz Club con la seconda edizione dell’Italia Jazz Music Contest, iniziativa rivolta ai giovani musicisti e alle formazioni jazzistiche con l’obiettivo di sostenere il talento e di promuovere la cultura jazz in Italia, il progetto “Il Jazz a scuola…dal palco”, I-Jazz che dà grande importanza anche alla promozione delle nuove generazioni di musicisti, DDJ – Dai De Jazz con il bando “Largo ai giovani”… insomma qualcosa si è sicuramente mosso.

Molti tuoi progetti mettono al centro l’interplay e l’improvvisazione. Quanto è importante per te il rischio creativo e l’imprevisto sul palco?
Direi che l’improvvisazione è uno degli elementi fondanti di questa musica e avviene nel migliore dei modi quando c’è interplay. L’imprevisto capita e può essere proprio il momento in cui la musica prende una direzione inaspettata, che non sempre si rivela in un errore o in qualcosa di non buono. Certamente l’esperienza e la sintonia dei musicisti coinvolti sono elementi fondamentali per poter abbracciare i rischi e gli imprevisti. Senza queste due qualità le cose possono anche diventare difficoltose.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

Tra i tuoi lavori discografici ce n’è uno a cui sei particolarmente legato, che consideri un punto di svolta nella tua carriera?
Credo di essere legato, per un motivo piuttosto che per un altro, a tutte le incisioni che ho fatto. Sicuramente i dischi in quintetto con Fabrizio Bosso sono stati molto importanti, soprattutto perché in quel periodo ho iniziato a relazionarmi con musicisti ispirati, performanti e fuori dal mio solito raggio di azione.

Guardando alla scena internazionale, ci sono artisti o band contemporanee che senti vicini al tuo linguaggio o che ti hanno stimolato di recente?
Seguo con molto interesse ciò che accade a New York e di conseguenza gli artisti che frequentano quell’ambiente. Ascolto tanta musica e posso farti qualche nome che in questo periodo gira nel mio player. Tra i sassofonisti Walter Smith III, Lucas Pino, John Ellis, Alex Hitchcock (lui è britannico), Dayna Stephens. Adoro i dischi di Nicholas Payton, Larry Goldings, non solo in trio con Peter Bernstein e Bill Stewart ma anche nei suoi progetti in solo e in trio con il pianoforte. Mi piacciono molto le produzioni da solista di Nate Smith, anche se sono più contaminate, e il trombettista Marquil Hill. Tra i pianisti apprezzo Gerald Clayton, Aaron Parks, Ethan Iverson. Da sempre amo Kurt Rosenwinkel. Potrei andare avanti all’infinito…

Hai suonato in piccoli club, grandi festival e contesti orchestrali. Cambia il tuo approccio all’improvvisazione e al rapporto con il pubblico a seconda della cornice?
Difficile dirlo, però non credo. Come sostenevo prima quando sono sul palco cerco di essere ricettivo al massimo per poter dare un contributo pertinente a ciò che accade.

C’è un progetto a cui stai lavorando ora e che vorresti raccontarci in anteprima?
In cantiere per ora non c’è nulla. A maggio del 2025 è uscito per la Red Records un disco a mio nome dal titolo “Doors” in quartetto con Alessandro Lanzoni, Gabriele Evangelista e Bernardo Guerra e nei primi mesi del 2026 uscirà, sempre per la Red Records, l’album del quartetto con Enrico, Thomas e Mauro. Spero davvero, nel prossimo futuro, di poter suonare molto con queste formazioni. Confesso però che mi piacerebbe registrare un progetto in trio, senza strumento armonico, e forse un disco di ballads, ma vedremo…

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C’è una domanda che rivolgo a tutti i musicisti di questa edizione di Chiavari in Jazz: ogni concerto vive del dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni ti ha lasciato Chiavari in Jazz e quali emozioni hai vissuto nel suonare in questa cornice?
Suonare a Chiavari in jazz, per la prima volta, è stato bellissimo: dalla città alla piazza dove c’è il palco, dall’organizzazione al pubblico desideroso di ascoltare e partecipe al concerto, cosa che aiuta sia i musicisti che la musica.

Per chiudere in leggerezza: se non avessi fatto il musicista, cosa pensi che saresti stato?
Leggerezza?! Mi sembra la domanda più difficile!!! Negli anni del liceo pensavo all’architettura, però chi lo sa cosa sarebbe successo se non avessi sbattuto contro la musica… Forse avrei comunque scelto qualcosa di creativo…

Dalle sue parole emerge l’immagine di un artista in costante dialogo con la musica, con sé stesso e con chi lo ascolta. Michele Polga vive il jazz come un territorio di scoperta e relazione, dove l’improvvisazione diventa una forma di ascolto profondo e la didattica un’estensione naturale del fare musica. La sua presenza a Chiavari in Jazz 2025 ha rappresentato non solo un momento di grande valore artistico, ma anche la testimonianza di un jazz che sa unire pensiero e passione, tecnica e spontaneità, radici e futuro.

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