20 gennaio 2026
Non si può separare l’anima dal suono. Judith Hill tra eredità afroamericana, esperienza vissuta e libertà musicale
Con una voce capace di fondere soul, jazz, gospel e pop, Judith Hill è una delle artiste più complete e sorprendenti della scena internazionale. Cantante, chitarrista, pianista e polistrumentista, ha calcato i palchi del mondo al fianco di leggende come Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder, prima di intraprendere un percorso da solista che ha conquistato pubblico e critica. La sua è una musica che nasce dall’incontro tra energia e intimità, tradizione e contemporaneità, dolore e catarsi creativa. A Chiavari, per il concerto di chiusura della rassegna Chiavari in Jazz 2025, ha portato il suo talento multiforme e una presenza scenica che ha incantato il pubblico.
La tua carriera ha attraversato contesti molto diversi: dal pop internazionale al soul, fino al jazz. Qual è stato il filo conduttore che ti ha sempre guidata come artista?
La musica che accende il fuoco dentro di me. Finché quel fuoco è vivo, può assumere qualsiasi colore.
In molti ti conoscono per la tua voce, ma tu sei anche chitarrista, pianista e polistrumentista. Quanto conta per te la dimensione “totale” della musica, che unisce voce e strumenti?
Non è detto che debbano sempre andare insieme. Tuttavia sono tutte espressioni di me stessa, quindi sono profondamente connessa a tutti gli strumenti e alle texture della mia voce.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
I tuoi album hanno un’impronta molto personale, tra soul, funk, gospel e jazz. Quando componi, da dove nasce l’ispirazione: da una storia vissuta, da un’emozione, da un suono?
Nasce dall’esperienza vissuta. È anche una memoria. Il blues non si impara, si eredita. È un sentimento collettivo, e il mio percorso personale è un’estensione di un sentiero già profondamente battuto.
Hai avuto la forza di trasformare esperienze dolorose in musica. Pensi che l’arte abbia ancora oggi un potere catartico e di guarigione, per chi la fa e per chi l’ascolta?
Sì, guarisce le ferite e risveglia parti di noi che sono sopite.
Sul palco trasmetti sempre energia e intensità. Cosa ti emoziona di più: il dialogo intimo con la tua band o l’energia che arriva dal pubblico?
L’energia del pubblico è entusiasmante.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Il tuo stile unisce radici afroamericane, gospel e influenze contemporanee. Come vedi oggi il ruolo delle contaminazioni nella musica jazz e soul?
Il legame che i generi musicali avevano con le comunità si sta allentando, man mano che le persone iniziano a mescolare i suoni. D’altra parte molti di questi generi nascono dalla lotta della comunità nera in America. Non si può separare l’anima dal suono. Si può remixare il suono, ma bisogna preservarne l’essenza.
Come donna e artista afroamericana hai aperto strade e rappresentato un modello per molti giovani musicisti. Ti senti anche un po’ una “mentore”?
Sì, sempre di più mi vedo come una mentore. Sto entrando in una fase in cui sono pronta ad aprirmi un po’ di più agli altri. Sono felice di condividere le mie esperienze e qualsiasi parola di saggezza che possa aiutare o ispirare qualcun altro.
Guardando alla scena musicale di oggi, c’è un’artista o una band che ti entusiasma particolarmente e che segui con attenzione?
Yebba è fantastica.
C’è un brano del tuo repertorio a cui ti senti molto legata in questo momento e che consideri il tuo “biglietto da visita musicale”?
Angel in the Dark. È uno dei miei biglietti da visita perché parla direttamente della presenza miracolosa di Dio e di come ci incontri esattamente dove siamo.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Hai collaborato con leggende come Michael Jackson, Prince e Stevie Wonder. Cosa hai imparato da queste esperienze e cosa ti porti ancora oggi sul palco da quegli incontri straordinari?
La trascendenza e l’espressione di sé senza compromessi. Queste sono le lezioni che ho imparato dai grandi.
Se dovessi dare un consiglio a una giovane cantante che sogna un percorso artistico come il tuo, quale sarebbe?
Il mio consiglio è di esserci ogni giorno e permettere allo slancio della propria creatività di farsi portare sempre più in alto. Inoltre suggerirei di trovare la propria tribù e lasciare che gli altri scoprano la vera personalità di ognuno e come si riflette nella musica che si fa.
C’è una domanda che rivolgo a tutti i musicisti di questa edizione di Chiavari in Jazz: ogni concerto vive del dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni ti ha lasciato Chiavari in Jazz e quali emozioni hai vissuto nel suonare in questa cornice?
Chiavari è uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Passeggiare per la città è stato davvero magico.
Photo Credit To Enrico Rolandi
Ascoltare Judith Hill significa lasciarsi attraversare da una musica che non conosce confini: un dialogo costante tra radici afroamericane e linguaggi globali, tra il potere del soul e la libertà del jazz. La sua voce, insieme alla sua sensibilità artistica, racconta storie universali di passione, resilienza e speranza. Il suo concerto ha chiuso la rassegna Chiavari in Jazz 2025 con un messaggio forte e luminoso: la musica è ancora oggi un luogo di incontro, guarigione e futuro condiviso.
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Photo Credit To Roberto Cifarelli
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Photo Credit To Enrico Rolandi