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Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Ivan Farmakovskiy
Photo Credit To Roberto Cifarelli

Le interviste da Chiavari in Jazz di Rosario Moreno – Ivan Farmakovskiy

22 settembre 2025

Tradizione e libertà: il mondo sonoro di Ivan Farmakovskiy

Ivan Farmakovskiy è una delle voci più raffinate del pianismo jazz contemporaneo. Nato a Mosca, ha saputo fondere la solidità della grande scuola pianistica russa con la libertà espressiva del linguaggio afroamericano, creando un suono personale fatto di lirismo, precisione ritmica e improvvisazione consapevole. La sua esibizione a Chiavari in Jazz 2025 ha messo in luce queste qualità in modo esemplare, affiancato dall’eccellente Robert Bonisolo al sassofono e da una ritmica solida e impeccabile con Lorenzo Conte al contrabbasso e Pasquale Fiore alla batteria. Farmakovskiy e i suoi compagni hanno offerto un concerto ricco di emozioni, dinamiche e dialogo musicale. Il pubblico ha vissuto un viaggio sonoro in cui l’intensità lirica si è intrecciata con momenti di puro swing, trasformando la piazza in uno spazio di ascolto condiviso.

Ivan, come ti sei avvicinato al pianoforte e al jazz? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che sarebbe stata la tua strada?
Sono entrato alla scuola di musica per bambini presso lo Studio D/K “Moskvorechye” quando avevo cinque anni. All’epoca era quasi l’unica istituzione educativa in Russia con un focus sul jazz. Quindi direi che è stato piuttosto il destino a scegliere per me.

Quali sono stati i tuoi maestri o riferimenti principali, sia in Russia che a livello internazionale? C’è un incontro musicale che ti ha cambiato la prospettiva, sul piano umano o artistico?
I miei insegnanti, che hanno influenzato ciò che sono oggi, sono stati Georgy Golosov e Naira Serapionyants alla scuola di musica e al college, e poi, all’Accademia Gnessin, sono entrato nella classe del celebre pianista jazz, il professor Igor Bril, con cui ho studiato per tutti gli otto anni. Vorrei anche menzionare Natalia Savinkova, la mia insegnante di pianoforte classico. Al college il mio compagno di corso era l’ormai famoso pianista jazz russo Yakov Okun, grazie al quale la mia visione del mondo si è ulteriormente ampliata. In giovane età ho avuto l’onore di suonare in concerto con il grande Benny Golson, portato a Mosca dal trombettista Valery Ponomarev, che suonava con gli Art Blakey’s Jazz Messengers. Questo concerto a Mosca è diventato un momento cardine e di svolta per me e per la mia carriera.

Ci sono dischi o musicisti che continui a considerare punti di riferimento e che ancora oggi ti ispirano?
Per quanto riguarda le fonti di ispirazione, da bambino adoravo i dischi di Louis Armstrong con Ella Fitzgerald e quelli di Oscar Peterson con Count Basie. Negli anni successivi sono sempre stato ispirato da Miles Davis, in particolare nel periodo del suo cosiddetto secondo grande quintetto. Un altro musicista che non potrà mai lasciarmi indifferente è Wayne Shorter, con la sua straordinaria musica e il suo incredibile stile interpretativo. Tra i miei pianisti preferiti vorrei inoltre citare Lennie Tristano, Bill Evans, Herbie Hancock, McCoy Tyner e Keith Jarrett.

Nel tuo stile si avverte sia il rigore della formazione classica sia la libertà dell’improvvisazione jazz: come convivono queste due anime nella tua musica?
Non vedo alcuna contraddizione. Già ai tempi del grande Bach, e penso anche prima, i compositori-esecutori padroneggiavano l’arte dell’improvvisazione, persino in forme complesse come la fuga! Vorrei riuscire a raggiungere un livello tale da poter improvvisare almeno una fuga a tre voci!

Quanto della tua identità russa resta nella tua musica, anche quando suoni un repertorio jazzistico internazionale?
Mi identifico più come una persona del mondo che con una nazionalità in particolare, e la mia identità russa si manifesta solo quando suono canzoni di compositori sovietici.

Cosa ti colpisce della scena jazz italiana e che rapporto hai sviluppato con essa?
Dopo New York è difficile stupirsi di qualcosa, ma vorrei sottolineare in particolare l’alto livello di professionalità, la sincerità e il piacere autentico di fare musica che riscontro nei musicisti jazz italiani. E anche la loro sorprendente cantabilità.

Come nascono i tuoi progetti discografici, da un’idea solitaria al pianoforte o dal confronto con altri musicisti?
I miei progetti musicali nascono sempre in modi diversi: possono essere idee nate al pianoforte, o semplicemente nella mia mente, ma i progetti sono sempre legati all’interazione con musicisti, partner e amici.

C’è un brano del tuo repertorio a cui sei particolarmente legato, che pensi rappresenti al meglio la tua identità musicale?
È difficile sceglierne uno solo, ce ne sono diversi. Tra le mie composizioni direi Soul Inside Out, Penguin Dance, Moon Song e Time’s Flow; tra quelle sovietiche probabilmente Roshin Song di Nikita Bogoslovsky; tra quelle internazionali Pinocchio e Dance Cadaverous di Wayne Shorter e The Sorcerer di Herbie Hancock.

Oggi il jazz dialoga con tante influenze, dall’elettronica all’hip hop alla world music. Tu come vivi queste contaminazioni e in che direzione senti di muoverti?
Non sono affatto contrario ai vari esperimenti e alla commistione di stili, ma nel mio cuore resto comunque un appassionato di jazz mainstream, nel senso più ampio del termine.

Su cosa stai lavorando ora? Possiamo aspettarci un nuovo disco o progetto a breve?
Ora, come disse il poeta Joseph Brodsky, sto lavorando su me stesso. Ma un nuovo album è già in programma e spero davvero di poterlo registrare presto per l’etichetta SteepleChase Records.

Ogni concerto vive del dialogo tra musica, luogo e persone. Quali impressioni ti ha lasciato Chiavari in Jazz e quali emozioni hai vissuto nel suonare in questa cornice?
Tutta l’atmosfera che ho trovato a Chiavari in Jazz mi ha lasciato un’impressione straordinaria! C’era così tanta gente che ci ascoltava con molta attenzione e rispondeva davvero sensibilmente a ogni cambiamento di umore della nostra musica, che mi sono sentito colmo di vera gratitudine verso queste persone meravigliose! In generale è un luogo magnifico, vicino al mare, che suggerisce uno stato d’animo esclusivamente positivo! Non potevamo permetterci di suonare male!

Per concludere: se potessi dare un consiglio al giovane Ivan che inizia a suonare jazz, cosa gli diresti?
Gli direi: «Fai ciò che devi, accada quel che accada». Ma darei comunque un consiglio in più: «Impara l’italiano, fannullone!».

Dalle parole di Ivan Farmakovskiy emerge l’immagine di un artista che vive il jazz come ricerca costante, capace di trasformare ogni concerto in un’esperienza collettiva, con la consapevolezza che il jazz è prima di tutto dialogo, e che a Chiavari, con la complicità di Robert Bonisolo, Lorenzo Conte e Pasquale Fiore, ha creato un equilibrio perfetto. La sua presenza a Chiavari in Jazz 2025 incarna lo spirito della rassegna: un festival che unisce tradizione e innovazione, creando ponti tra culture e sensibilità diverse. Con il suo pianoforte Farmakovskiy ci ricorda che il jazz non è solo musica, ma un dialogo vivo e necessario, capace di emozionare e di connettere chi suona e chi ascolta.

INFO

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