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I sessant’anni di Antonio Faraò al Blue Note
Photo Credit To Marco Glaviano

I sessant’anni di Antonio Faraò al Blue Note

18 gennaio 2025

Forse non c’è niente di meglio che un concerto al Blue Note per festeggiare una ricorrenza importante come un sessantesimo. Il protagonista sarà Antonio Faraò e l’appuntamento è previsto per il 19 gennaio con i tradizionali due set offerti dal tempio del jazz milanese, a cui parteciperanno anche Chico Freeman, Tony Esposito, Gigi Cifarelli, Luca Jurman, Roberta Gentile, Simona Bencini, DJ Jad e altri ospiti a sorpresa. Faraò è un autentico virtuoso del piano, con lodi sperticate e convergenti anche da parte di quelle icone intoccabili del jazz come Herbie Hancock, tanto per nominarne solo uno che spesso è stato visto in qualità di prestigioso uditore in platea. Ma Antonio è stato anche coinvolto di recente in una formazione di all-stars che ha girato per l’Europa per omaggiare McCoy Tyner, altro nome imprescindibile dello strumento: «È stato un grande onore sedersi per rappresentare un gigante come McCoy – sottolinea – ho avuto dei feedback entusiastici un po’ da tutti. Mi hanno fatto particolare piacere i complimenti di Avery Sharpe che ha suonato con lui fino all’ultimo. Io l’ho assimilato molto, provando ad entrare nell’anima di uno dei musicisti che non solo ha inventato uno stile, ma che per me è stato una fonte di ispirazione costante. È stata davvero una soddisfazione enorme realizzare questo tour organizzato da mia moglie Sylvie e fortemente voluto da Deen Tyner, suo figlio, che appunto mi ha scelto».

a cura di Vittorio Pio

Chick Corea, McCoy Tyner, Herbie Hancock sono stati oggettivamente dei tuoi riferimenti: cosa li accomuna?
Sono tre giganti che appartengono allo stesso periodo, si sono influenzati vicendevolmente. Chick Corea, nel suo disco ECM che realizzò in trio con Roy Haynes e Miroslav Vitous, nella pulizia del suo tocco ha un chiaro riferimento nel giovane McCoy Tyner, così come quest’ultimo è stato influenzato da Bud Powell, specialmente nei suoi solo, però anche in lui, specie quando si è trovato a suonare con Roy Haynes nel disco live di John Coltrane in quel di Newport del 1963 in cui sostituiva Elvin Jones, si possono riscontrare degli elementi cari a Herbie Hancock. A questo punto mi va anche di sottolineare la genialità di Roy Haynes, che non fece per nulla rimpiangere Elvin Jones, che pure rappresentava un perno fondamentale nella musica di Coltrane: nei ventitré minuti di “Impressions” c’è un dialogo fra di loro che è a dir poco pazzesco. Incroci fondamentali, capaci di fornire un contributo insostituibile alla nostra generazione.

A quali delle loro composizioni ti senti maggiormente legato?
Passion Dance per quanto riguarda McCoy Tyner, che era presente nella scaletta di questo tributo condiviso con Steve Turre, Chico Freeman, Ronnie Burrage e Avery Sharpe. Poi Dolphin Dance di Herbie Hancock e Matrix di Chick Corea, un blues pazzesco ancora una volta eseguito con Miroslav Vitous e Roy Haynes in un fantastico album della Blue Note, ma ce ne sono tante altre che mi piace tanto suonare e che inserisco periodicamente nel mio repertorio.

Photo Credit To Marco Glaviano

A proposito di dischi e repertorio: le tue ultime fatiche riguardano un bel disco natalizio con Mario Rosini e poi c’è l’ennesimo, superlativo capitolo in trio con John Patitucci e Jeff Ballard… com’è andata?
Anni fa, quasi per gioco, avevo arrangiato Jingle Bells, poi è capitata questa occasione di realizzare un disco natalizio con l’etichetta Azzurra Music, con cui ci conosciamo da anni, quindi ci siamo detti, perché non farlo? Penso sia riuscito molto bene. Il disco in trio rappresenta la naturale evoluzione del mio approccio a questa dimensione basica del jazz, iniziato molti anni fa con “Black Inside”, l’album registrato per la Enja che mi ha conferito la prima notorietà. A un certo punto ho iniziato a pensare a delle ritmiche “straight”, ma anche aperte allo stesso momento. Sono legato alla libertà dal punto di vista ritmico. A me non piace restare nel box della battuta perché preferisco uscire ed entrare, come succede anche nell’armonia di celebri standard, in cui c’è una grande apertura ritmica; io amo in particolare il modo di suonare di John Patitucci, che non per niente è stato per anni al fianco di Wayne Shorter. Sono proprio loro quelli che hanno inventato questa modalità di interpretare fuori dagli schemi.

Invece a cosa associ, a questo punto della tua carriera, il termine jazz?
Alla parola “libertà”. Ora come allora. Il jazz è sempre stata la musica più contaminata del mondo, è un genere senza confini, chi fa le guerre potrebbe immergersi in questo contesto per cambiare radicalmente la prospettiva: nella musica non ci sono barriere, questo è ciò che mi è stato insegnato dai grandi, di conseguenza io sono molto aperto a ogni forma di contaminazione, dimostrandolo sia in studio che dal vivo.

Hai sviluppato una parte molto importante della tua carriera fuori dall’Italia, però continui a vivere qui: non hai mai pensato di cambiare aria?
Rimango molto legato all’Italia, intanto perché sono stato con i miei genitori fino all’ultimo respiro. Mio padre è venuto a mancare nel 2006, io avevo 41 anni, per cui era ormai troppo tardi per decidere di lasciare tutto e provare da un’altra parte. Non avevo particolari certezze, quindi non me la sono sentita di andare allo sbaraglio. In Italia, malgrado le sue ataviche contraddizioni, mi piace sempre stare, mentre apprezzo di meno il modo di pensare, specie nel nostro ambiente, perché non capisco il motivo per cui sono fuori da certi giri. Ci tengo a ricordare Vincenzo Staiano, l’ultimo direttore artistico di Rumori Mediterranei a Roccella Jonica, un fantastico posto in Calabria, che ha presentato nel corso degli anni diversi e straordinari concerti come quelli di Ornette Coleman e Cecil Taylor. Uno dei miei pochi e convinti sostenitori in Italia è stato lui, lo ringrazio infinitamente e lo ricorderò sempre con particolare affetto.

Photo Credit To Marco Glaviano

Altri incontri umani e artistici che ti piace ricordare?
La primissima cosa che mi viene da ricordare sono i fantastici momenti condivisi con Benny Golson, musicista sensazionale ma anche essere umano sempre entusiasta che mi ha insegnato tantissimo a vari livelli, anche se c’è sempre qualcosa da imparare. E lo dico con un grande senso di autocritica, anche se magari fuori non lo lascio trasparire. Oppure ciò che per me continua ancora ad essere Herbie Hancock: una figura così imponente e ricca di significati da non riuscire proprio a condensarla in poche parole.

Prima hai accennato all’ECM: incideresti per loro e cosa ti piacerebbe ancora realizzare a livello di aspirazioni?
Assolutamente sì, come potrei tirarmi indietro? Piuttosto non so se loro potrebbero considerarmi un artista in linea con ciò che producono. Non ho mai suonato con un’orchestra sinfonica, mi piacerebbe tanto, ma adesso ho anche in programma la produzione di un disco in piano solo, perché me lo sto trascinando da un bel po’ di tempo, e magari un secondo capitolo del progetto “Eklektik”, un disco di quasi otto anni fa che mi è piaciuto moltissimo realizzare.

Photo Credit To Sylvie Da Costa

Che differenze riscontri fra i tuoi inizi e quelli che invece devono fronteggiare oggi i giovani?
Noi siamo stati avvantaggiati, non c’era internet, si consideravano i dischi realizzati, si stava attenti ad organizzare dei bei tour: oggi c’è un po’ più di superficialità, si mettono in conto altri elementi, tipo il numero di follower e altre cose che hanno poco a che fare con la musica, e anche se la preparazione tecnica risulta indiscutibile, magari si difetta, in qualche caso, di personalità.

Chi sei e cosa fai quando non suoni?
Sono tendenzialmente un padre, un amante degli animali, un marito, faccio le cose che fanno i comuni mortali, mi ritengo una persona semplice e alla fine cerco di conciliare la vita privata con lo studio dello strumento (a casa ho un bellissimo Yamaha C3 di cui sono endorser ufficiale, e degli album fondamentali, mi piace molto ascoltare ristampe e registrazioni storiche, quindi i dischi Verve, Blue Note, Impulse). Sono estremamente puntiglioso e preciso, da ideale capricorno quale mi ritengo… intanto festeggeremo questo bel traguardo al Blue Note di Milano, che è un posto in cui mi sento sempre a mio agio, come del resto avviene al Duc Des Lombards a Parigi e al Ronnie Scott’s a Londra, dove mi sono esibito anche con Benny Golson e Bireli Lagrene.

Photo Credit To Roberto Cifarelli

INFO

www.antoniofarao.net

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