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Face The Music</br>Parla Luigi Martinale
Photo Credit To Leonardo Schiavone

Face The Music
Parla Luigi Martinale

Il pianista e compositore Luigi Martinale ci parla del suo nuovo album “Face The Music” (Abeat Records, 2015), un lavoro, che include rivisitazioni e brani originali, suonato in trio con Reuben Rogers al contrabbasso e Paolo Franciscone alla batteria, e del suo modo di “affrontare la musica”.

di Roberto Paviglianiti

Partiamo dal titolo del nuovo album “Face The Music”. Qual è il modo che preferisci per “affrontare la musica”?
Seguo tre principi: umiltà, onestà ed entusiasmo. Umiltà in quanto la storia del jazz non ha certo bisogno della mia musica, ma ognuno di noi ha diritto di esprimersi e dare vita alle proprie idee, e se tutto ciò è condotto con onestà intellettuale, allora avrà un significato. L’entusiasmo nel suonare è il motore principale, mi rende felice e non posso farne a meno.

“Face The Music” è il tuo primo album per Abeat Records, dopo alcune incisioni per il mercato giapponese.
È un piacevole ritorno sulla scena italiana e un debutto per la Abeat di Mario Caccia, con cui da anni si parlava di fare qualcosa insieme e finalmente l’occasione giusta è arrivata. Negli ultimi anni, dal 2009 al 2013, ho registrato tre album, “Strange Days”, “Le sue Ali” e “Arietis Aetas”, che solo il coraggio del produttore discografico Satoshi Toyoda di Albóre Records ha reso possibile.

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Dei primi tre brani in scaletta ben due sono di Thelonious Monk, Ask Me Now e In Walked Bud. Tra le tante, qual è la caratteristica che maggiormente ti attrae in lui?
Monk è stato principalmente un compositore, e probabilmente questa è stata la sua maggiore influenza e forza.  Il lavoro di scrittura mi ha sempre attratto e quindi non posso sottrarmi al magnetismo delle sue composizioni. Inoltre, il suo pianismo è talmente originale che ha trovato pochi seguaci in grado di aggiungere qualcosa di personale: il rischio di farne una brutta copia è sempre in agguato.

Per la scrittura dei tuoi brani, sei stato ispirato da particolari fattori?
No, la risposta sarà deludente, ma i miei brani nascono suonando al pianoforte: una buona idea nasce direttamente alla tastiera e poi viene sviluppata seguendo i princìpi della logica musicale. Alla fine, se il risultato mi emoziona, chiudo il brano e cerco un titolo che il più delle volte è legato al momento in cui è stata realizzata la composizione.

Quanto spazio lasci all’improvvisazione?
Concettualmente il mio modo di pensare la musica segue la strada maestra del jazz. Cerco di evitare banalità armoniche, inserendo la melodia in una struttura formale interessante, ma chiara. Un buon tema costituisce la metà di un’esecuzione, ma allo stesso tempo ci deve essere spazio per l’improvvisazione, il momento del rischio, l’essenza del jazz.

Il piano trio è la formazione che preferisci in assoluto?
Sì, negli ultimi anni è stata la mia formazione preferita, perché mi piace suonare i temi, cosa che in altre formazioni puoi fare di rado. Il trio è molto impegnativo, però mi permette di controllare maggiormente tutti i parametri di un’esecuzione, e questo mi diverte e mi gratifica.

Quando realizzi un album, hai in mente il tipo di pubblico al quale potrebbe maggiormente interessare?
Se ciò che ho composto e suonato mi emoziona, allora penso che potrà emozionare anche chi ascolta. Il pubblico, com’è giusto che sia, ha gusti diversificati e non possiamo rincorrerlo.

Hai nuovi progetti in programma?
Sì, dopo tanti anni ho registrato un nuovo lavoro in quartetto, e sono molto soddisfatto del risultato raggiunto.  Ho scritto del materiale originale pensando alla personalità degli straordinari musicisti che mi hanno seguìto: Stefano “Cocco” Cantini ai sassofoni, Yuri Goloubev al contrabbasso e Zaza Desiderio, un fantastico batterista brasiliano che in Italia non è ancora molto conosciuto. Dal vivo il quartetto mi ha dato i brividi dietro la schiena, e ascoltando la registrazione la sensazione è stata confermata in pieno.