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Conversazione con Stefano Bollani e Valentina Cenni attorno a “Tutta vita”

Conversazione con Stefano Bollani e Valentina Cenni attorno a “Tutta vita”

29 maggio 2026

Presentato alla Festa del Cinema di Roma e successivamente accompagnato da un tour di proiezioni in tutta Italia, Tutta Vita nasce da una settimana di residenza artistica ospitata a Palazzo Lantieri, a Gorizia, dove Stefano Bollani ha riunito alcuni tra i più importanti musicisti jazz italiani: Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto insieme ai più giovani Matteo Mancuso, Christian Mascetta e Frida Bollani Magoni.

Più che raccontare un concerto, il film osserva ciò che accade prima della musica: il tempo condiviso, l’ascolto reciproco, l’improvvisazione come forma di relazione e di presenza. Un lavoro che trasforma il jazz in qualcosa che va oltre il linguaggio musicale, avvicinandolo a un’idea di comunità, fiducia e libertà creativa.

Con Stefano Bollani e Valentina Cenni l’intervista perde rapidamente la sua forma tradizionale. Prima ancora di parlare di Tutta Vita, il docufilm nato dalla loro esperienza a Palazzo Lantieri, la conversazione prende subito una piega sorprendentemente umana e quotidiana.

Arrivano insieme al loro inseparabile Jobim, il piccolo barboncino che nel film compare quasi come un personaggio aggiunto ed è, simpaticamente, presente anche nella locandina del film. Si parla di cani, di Chiavari, di Enrico Rava, dei pranzi insieme, persino del parabrezza dell’auto appena sostituito prima di partire. Piccoli dettagli apparentemente marginali che, però, finiscono per raccontare molto bene anche il senso del film.

L’impressione è che Tutta Vita inizi proprio lì, in quella dimensione sospesa tra amicizia, ascolto reciproco e quotidianità condivisa. E infatti l’intervista prende quasi subito la forma di una conversazione libera, piena di deviazioni spontanee, riflessioni improvvise e momenti ironici mai costruiti.

Si ride spesso. Stefano Bollani alterna osservazioni lucidissime a battute fulminanti, mentre Valentina Cenni riporta continuamente il discorso verso una dimensione più umana e quasi filosofica dell’improvvisazione e del vivere insieme.

Anche la chiusura, in fondo, arriva così, senza essere davvero preparata. Si finisce a immaginare improbabili Ministri della Cultura ideali, tra ironia, stima reciproca e risate condivise. E forse è proprio lì che l’intervista restituisce meglio il senso più profondo di Tutta Vita: la sensazione che, prima ancora della musica, conti il modo in cui si sceglie di stare insieme.

a cura di Rosario Moreno

Tutta Vita dà quasi la sensazione di nascere da un bisogno di fermare qualcosa: non tanto un punto d’arrivo, quanto un momento particolarmente significativo del vostro percorso umano e artistico. È una sensazione corretta o il progetto è nato in modo completamente diverso?

Valentina Cenni: Tutto è nato dal desiderio di raccontare ciò che c’è di buono, saggio e illuminante nel jazz. Per me il jazz è proprio un modo di vivere, di stare al mondo, è una metafora della vita. Il fatto che i musicisti jazz facciano dell’improvvisazione il cuore del loro linguaggio li rende, in qualche modo, naturalmente predisposti all’ascolto. E quest’ultimo richiede attenzione costante verso sé stessi e gli altri. Richiede autenticità, presenza e fiducia. Si crea insieme qualcosa che prima non esisteva, e insieme si attraversa uno spazio sconosciuto. Un musicista jazz non sa quello che accadrà un istante dopo, ma si affida: al destino, al presente, ma anche al futuro, e agli amici di gioco, per cui questa libertà, questo modo di vivere la musica per me è sempre stato quasi miracoloso. Avendo la fortuna di conoscere e amare molti dei musicisti più bravi che ci sono in Italia, ho deciso di radunarli, di metterli in un palazzo e di vedere come questi grandissimi artisti potessero comunicare tra di loro per creare quasi dal nulla un concerto. Tutto è nato da questo desiderio.

La sensazione, guardando il film, è che quella settimana non fosse realmente una serie di “prove” nel senso classico del termine, ma piuttosto un tempo condiviso necessario a creare uno spazio comune.

Nel film si percepisce che quella settimana non servisse tanto a fissare qualcosa, quanto a creare le condizioni perché questo potesse accadere. È stata questa la vera funzione della residenza?

Valentina Cenni: Sì, ed è il contrario del congelare un momento. C’era talmente tanta vitalità, tanto amore e tanta passione, che è proprio da questo che è arrivato il titolo, Tutta Vita. Tutti scoppiavano di vita, erano proprio come se ci fossero dei fuochi d’artificio continui.

Nel corso della conversazione emerge continuamente una parola: ascolto. Non soltanto come elemento musicale, ma come vera pratica relazionale.

Guardando il film si ha la sensazione che abbiate provato a fare qualcosa di molto semplice e allo stesso tempo radicale: stare insieme, suonare, ascoltarvi. L’improvvisazione sembra assumere una dimensione che va oltre la musica, diventando una pratica di ascolto reciproco.

Valentina Cenni: Il film è nato proprio da questo, dal loro modo di vivere la musica, che mi sembra un modo meraviglioso. E devo dire che vederli tutti insieme non era mai accaduto. Per la prima volta questi dieci grandi musicisti si sono ritrovati insieme in uno spazio e non tutti si conoscevano bene. I grandi, i colossi del jazz, avevano già tra loro un rapporto quasi familiare, erano una famiglia. I tre più giovani invece, a parte Frida ovviamente, che è già molto legata a quel mondo, non lo erano, erano più esterni. Eppure, proprio grazie a questo ascolto che loro mettono in pratica in ogni istante, sono riusciti a integrarsi spontaneamente, senza sforzo. Tre ragazzi con i quali avevano suonato pochissimo, se non quasi per niente, per cui, ecco, l’ascolto, non soltanto è necessario nel jazz ma è proprio materia di conoscenza. Sei d’accordo Stefano?

Stefano Bollani: Tutto giusto.

Stefano, si è parlato dell’improvvisazione come di una situazione in cui sei “tenuto a fare qualcosa che gli altri non si aspettano”, ma allo stesso tempo in cui puoi fidarti completamente degli altri. Come si costruisce una fiducia di questo tipo soprattutto in un gruppo così eterogeneo per generazioni, linguaggi ed esperienze?

Stefano Bollani: Buona domanda. Non si costruisce per fortuna. Quando Valentina mi ha parlato del progetto, abbiamo semplicemente immaginato sin da subito che la cosa più importante fosse che tutti si sentissero a proprio agio. Poi su cosa voglia dire essere a proprio agio avevamo già un’idea, perché io molti di loro li conosco da anni, per cui ho impostato una scaletta che li facesse sentire rilassati. In realtà i brani che abbiamo suonato a Trieste non hanno necessitato di grandi prove, si intuisce anche nel film, più che altro in esso poi suoniamo altro per divertirci fra di noi o per richiesta esplicita di Valentina; quindi ho costruito un telaio che fosse molto facile da attraversare. Alcune cose le abbiamo decise insieme durante quei giorni. Io lì l’unica cosa che potevo fare era il coordinatore. Dopodiché, secondo me, la fiducia c’è perché queste persone, anche quando non si conoscono, e c’era appunto qualche coppia inedita (pensa che Daniele Sepe e Ares Tavolazzi non si erano mai incrociati, si conoscevano solo di fama), riescono comunque a riconoscersi immediatamente. La fiducia nasce innanzitutto dal fatto che tutti suonano bene, questo è il primo requisito, parliamoci chiaro. Ma come dice anche Enrico Rava nel film, questo non basta. Devi suonare con musicisti con cui condividi una certa idea, una certa empatia, non basta che suonino bene. E infatti li abbiamo scelti proprio per questo: perché, oltre ad essere dei grandi musicisti, sono persone decisamente empatiche. Nel mondo del jazz l’empatia è molto diffusa proprio perché, come diceva Valentina, per suonare con un altro devi ascoltare davvero quello che sta facendo, non puoi immaginare di sapere cosa farà Ares, non funziona così, per quanto tu possa conoscerlo.»

A quel punto emerge quasi spontaneamente una considerazione che sembra riassumere perfettamente il senso del film.

In effetti è un film che parla di musica, ma poi nel film di musica se ne ascolta poca, nel senso che è lì nascosta in qualche modo. Non sono stati probabilmente neanche sei giorni di prove, anche perché se fossero stati sei giorni di vere prove, Rava sarebbe esploso, perché non ha mai fatto una roba del genere con nessuno. Quindi la cosa bella di questo lavoro è proprio che si parli di musica ascoltandone poca, però poi nasce la voglia di venire a sentirvi suonare dal vivo.

Stefano Bollani: Ah, bene. La mia impressione, quando lo guardo, è che si parli di una comunità. E questa comunità è fatta da persone di provenienza diversa, esperienze completamente diverse ed età totalmente differenti, che si ritrovano nel nome della bellezza. E proprio per questo non vedono il motivo per avere delle questioni di ego, né di rabbia, né di invidie o di chissà cos’altro. Semplicemente giocano insieme, e questa mi sembra che sia la cosa principale.

In un certo senso nel film emerge di più il rapporto tra musicisti, tra artisti, tra uomini e persone, che il discorso musicale in sé.

Stefano Bollani: Assolutamente. Anche perché parlare di musica può essere noioso. In quei sei giorni noi non parliamo di musica, perché di musica non si parla. Noi ci occupiamo di musica, la suoniamo, non c’è motivo di perdere tempo a dire “ma secondo te la scala di re maggiore… ma quando la scala di do minore”, la facciamo semplicemente e credo che il bello di questo documento sia proprio mostrare come vivono i musicisti di jazz. Non siamo soltanto quei dieci lì, è un modo di prendere la vita, di stare insieme e di accogliere l’altro. Nel mondo della musica classica o del pop passa inevitabilmente un’immagine diversa: quasi sempre esiste un leader ben definito, una gerarchia molto chiara. Qui invece no. Qui il rapporto è più orizzontale, più umano, persino il “nonnismo”, se vogliamo chiamarlo così, è completamente differente. E allora questo film diventa importante anche per questo: perché mostra un’idea diversa di relazione tra musicisti. E quindi lode e gloria a Valentina che ha deciso di raccontarla e di mostrarla al pubblico. Anche a un giovane musicista, magari, che così può capire che un mondo ideale fra musicisti possa davvero esistere.

Il jazz è una grandissima fortuna perché non è semplicemente un genere musicale. È soprattutto un approccio.

Valentina Cenni: Infatti. Secondo me una cosa interessantissima è proprio mostrare ai giovani musicisti quanto sia importante la relazione che si crea. Perché quando costruisci una buona, sana e sincera relazione puoi fare davvero qualcosa di grande, di sentito, dove c’è cuore e si sente un’anima pulsante. Per cui mi piacerebbe che questo film venisse visto da tanti giovani, anche da tanti musicisti, per far capire che questi straordinari artisti che abbiamo in Italia non sono soltanto dei grandi musicisti ma sono proprio delle anime belle, curiose, che hanno voglia di stare in relazione, di empatizzare. Perché questo è fondamentale per un artista.

Stefano Bollani: Scusa Rosario, aggiungo una nota romantica che mi ha ispirato il discorso di Valentina. In realtà questa relazione empatica, questo piacere che si prova nel suonare con qualcuno si crea sin da subito. Stavo pensando a tutti i musicisti presenti nel film, e ovviamente anche a Frida, e mi sono reso conto che ogni volta che ho incontrato uno di loro per la prima volta, tutto ha funzionato immediatamente. Quindi la notizia è che esiste una forma di amore musicale che non si riesce a spiegare del tutto. Io e Rava, per esempio, abbiamo suonato insieme la prima volta a Prato. Nessuno dei due, credo, ti dirà mai che quel duo, allora, fosse acerbo, o che non ci stessimo ascoltando abbastanza, o che ancora mancasse l’intesa che c’è oggi. Anzi, se oggi riascoltassimo quella registrazione, probabilmente ritroveremmo la stessa identica intesa che abbiamo attualmente. E questo è qualcosa di misterioso, in fondo. Però è bello che una cosa del genere possa nascere e crearsi proprio grazie alla musica.

Photo Credit To Guido Harari

Valentina, filmare un processo così fragile, che nasce e scompare all’istante, significa anche decidere quanto restare invisibili. Hai mai avuto la sensazione che la presenza della macchina da presa potesse alterare quell’equilibrio?

Valentina Cenni: Sì, all’inizio quella paura c’era. Anche perché molti di loro, a parte Stefano e pochi altri, non erano realmente abituati alla presenza di una macchina da presa così vicina. E in fondo nemmeno Stefano è abituato ad avere una camera che lo segue continuamente, che gli stia sempre addosso. Però quel timore iniziale si è dissolto abbastanza presto, credo anche grazie al fatto che avessi scelto persone che già conoscevo profondamente e che amavo. Ho cercato di stare accanto a loro facendomi quasi svanire, diventando il più possibile trasparente, invisibile. Penso che questa invisibilità sia nata anche dalla gioia e dalla serenità che ho cercato di costruire dentro il progetto e dentro quel palazzo. C’era un’atmosfera molto spontanea, decisamente libera. Io stessa ho cercato di accordarmi con loro, con il loro modo di stare insieme, perché quella spontaneità i musicisti jazz la portano naturalmente dentro ogni gesto. E così, fin dall’inizio, si è respirato un senso di agio molto forte. Ricordo ancora la prima scena che abbiamo girato: c’era Antonello Salis, che è anche una persona molto timida, riservata, eppure appena ha varcato la porta del palazzo insieme a Stefano hanno iniziato immediatamente a raccontarsi episodi di vita, a parlare tra di loro come se la macchina da presa non esistesse. In quel momento io e Luca Bigazzi, grandissimo direttore della fotografia, ci siamo resi un po’ invisibili, anche perché da parte nostra non c’era alcun giudizio, né la volontà di forzare qualcosa o di catturare a tutti i costi un momento speciale. Eravamo semplicemente in ascolto.

Questo, in effetti, lo avevate raccontato anche durante la presentazione del film: le ore di girato sono state moltissime. Eppure, nonostante una presenza così costante della macchina da presa, nel film non si avverte mai il peso dell’osservazione. Anzi, la sensazione è quasi opposta: sembra che siate riusciti a restare invisibili dentro quel processo, senza mai alterarne davvero l’equilibrio. Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più belli e sorprendenti del risultato finale.

Stefano Bollani: Valentina è stata bravissima a rendere invisibile non soltanto sé stessa, ma anche tutto quello che c’era intorno, perché era la responsabile del set, che era molto affollato. Noi eravamo in dieci, spesso tutti insieme, con microfoni ovunque, il tecnico del suono seguiva costantemente la musica, c’era Guido Harari che scattava le foto di scena ed era sempre in movimento tra noi. Ogni tanto Valentina doveva persino spostarlo fisicamente da una parte all’altra. Quello che voglio dire è che tutto questo accadeva senza che a noi arrivasse assolutamente nulla di tutti questi movimenti, che invece accadevano proprio lì.

C’è comunque una grande fatica da parte di Valentina.

Valentina Cenni: Guarda, io ho cercato soprattutto di creare un gruppo di persone profondamente appassionate. Tutti quelli che hanno partecipato al progetto, Guido Harari, Luca Bigazzi, Alessandro Bianchi per il suono, erano tutte persone innamorate della musica, per cui eravamo tutti davvero spettatori prima ancora che tecnici o membri della troupe. Tutti coinvolti emotivamente, tutti animati da una grande stima reciproca e da un ascolto autentico. Credo che il segreto di qualsiasi gruppo risieda proprio in questo: riuscire a condividere un intento comune, un desiderio comune. E in quel palazzo, durante quei giorni, si è creata davvero una sorta di tribù. E quella tribù non era formata soltanto dai dieci musicisti, ma da tutte le persone che hanno preso parte a questo progetto.

Nel film convivono generazioni molto diverse: da un decano del jazz italiano come Enrico Rava fino ai musicisti più giovani. Hai avuto la sensazione che, durante quei giorni, si sia creato un vero scambio di esperienze, sensibilità e vissuti tra queste generazioni? In fondo, forse, tu rappresenti proprio una sorta di generazione di mezzo.

Stefano Bollani: Sì, sono quello che sta nel mezzo. Quindi, da osservatore “mediano”, ti direi assolutamente sì. E la cosa più bella è che questo scambio sia avvenuto direttamente suonando insieme. È successo così anche a me con tutte le persone che ho incontrato nella mia vita musicale. Con nessuno di loro ho mai chiacchierato più di pochi minuti prima di suonare insieme, che fosse una prova o un concerto. Però quando inizi a suonare ti accorgi subito che funziona e che c’è un passaggio di esperienza. Per un musicista è molto bello ascoltare Enrico Rava. Ma suonare con lui è cinque volte più diretto. Perché quando suoni con Enrico, ed è un esempio ma vale anche per gli altri, è tutto molto chiaro. Non c’è soltanto la sua esperienza, nella sua musica c’è anche una richiesta chiara, quello che vuole, secondo me, è molto evidente. Se ascolti i brani di Enrico, con Enrico presente, suonati da cinque gruppi differenti, in vari momenti della storia, prendi per esempio il brano Bella, lui la suona sempre in quel modo. La ascolti in cinque decenni diversi, con musicisti come Michel Benita o Jean-François Jenny-Clark, eppure l’idea di Enrico, l’atmosfera che crea, è sempre quella, è sempre presente. E gli altri la capiscono. Possono essere musicisti che vengono da musiche diverse, da esperienze differenti, ma lo sentono. Dalla prima nota di Enrico si capisce quale sia il mondo in cui devi entrare. È un mondo vastissimo, certo, ma è un mondo preciso. E ci entrano tutti. Enrico non parla di queste cose ai musicisti. Non dirà mai a un musicista: “cerchiamo di lasciare un po’ di spazio in modo tale che la tromba respiri meglio”. Queste cose le pensa ma non le dice perché dirle non serve a niente. Suoniamo e se non le capisci suonando, nel momento in cui te le devo dire significa che c’è già qualcosa che non va. Questo in realtà vale anche per gli altri. Antonello Salis, Ares Tavolazzi… sono sempre loro stessi, profondamente riconoscibili. Poi ognuno cambia nel tempo, naturalmente. Daniele Sepe, per esempio, si è addolcito molto con gli anni, ma nel senso migliore possibile: è maturato ed è migliorato continuamente. E questa è una cosa bellissima da vedere.

Photo Credit To Guido Harari

Vi racconto un piccolo aneddoto personale. Io sono di Napoli e, quando andavo al liceo, la mia scuola si trovava proprio accanto alla casa dove abitava Daniele Sepe. Lo sentivo provare da casa. All’epoca, Daniele, girava per Napoli con una Moto Guzzi, credo, acquistata a un’asta della polizia, sai, quando dismettono i loro mezzi. In moto con il sax dietro la schiena. Era davvero un personaggio incredibile, nel senso più autentico e libero del termine. Gliel’ho raccontato anche recentemente e lui stesso si ricordava perfettamente quel periodo. Ma tornando a Tutta Vita: nel progetto convivono molte forme diverse: il film, il disco, il concerto dal vivo. Vi è mai sembrato che, a un certo punto, i confini tra queste dimensioni venissero meno, fino a diventare un’unica esperienza? Io, sinceramente, ho avuto la sensazione opposta: che ogni forma mantenesse una propria identità molto precisa. Però mi piacerebbe sapere come l’avete vissuta voi.

Valentina Cenni: Sì, in effetti ogni forma ha una sua vita molto specifica. Per esempio, parlando del disco, questo arriva quando il film finisce, perché il disco è la registrazione del concerto di Trieste. Nel film, invece, quel concerto è un pretesto per raccontare tutto il processo creativo che lo precede, il percorso umano e musicale che porta fin lì. E poi c’è Tutta Vita Live, che sarà ancora un’altra cosa. I concerti dal vivo non assomiglieranno né al disco né, tantomeno, a ciò che si ascolta nel film. Per cui diciamo che l’albero è lo stesso ma i rami prendono direzioni differenti e finiscono per generare frutti diversi, ciascuno con una propria identità.»

Stefano Bollani: Non so se nella tua domanda ti riferivi anche tutti gli altri progetti, cioè la televisione, la radio e così via, ma anche in quel caso il principio resta lo stesso. La “ditta”, diciamo così, è sempre la stessa, però ogni progetto ha esigenze, necessità e obiettivi differenti. E soprattutto sono momenti diversi. A noi piace molto attraversare linguaggi differenti: la radio, la televisione, il cinema, il disco, il concerto. Ci piace perché ciascuno di questi richiede un’attenzione diversa.

Dopo la proiezione di Tutta Vita a Chiavari, alla quale avete partecipato personalmente, una città che negli anni è diventata anche casa di Enrico Rava, viene naturale chiedersi quanto contino i luoghi, per chi come voi ne attraversa continuamente molti, nel dare forma alla musica, alle relazioni e alla memoria che si crea intorno a loro. Quindi praticamente quanto contano, per voi, i luoghi e che cosa si riesce a creare da questa caratteristica?

Valentina Cenni: Io penso che ogni luogo abbia una propria storia, un proprio vissuto, una memoria che continua a rimanere lì, anche quando appartiene al passato. È qualcosa che si percepisce. Per cui, ad esempio, ho deciso di girare a Gorizia proprio perché è una città di frontiera, o comunque c’è questo confine. E mi interessava vedere questi musicisti che, attraverso la loro musica, fanno esattamente il contrario, cioè abbattono continuamente i confini o, forse ancora meglio, costruiscono ponti. Gorizia mi sembrava una città interessante. Inoltre era una città molto silenziosa, quasi sospesa, poco affollata. E questo ha fatto si che si creasse tra loro un rapporto ancora più stretto. Quindi si, il luogo è sempre importante perché cambia delle dinamiche anche tra questi musicisti.

Stefano Bollani: Su Gorizia confermo pienamente quello che dice Valentina, anche perché lì ci siamo rimasti sei giorni, quindi il rapporto con il luogo ha avuto il tempo di svilupparsi davvero. In generale, invece, nella vita di un musicista, come lo conosciamo, capita spesso di attraversare i posti molto velocemente. A volte stai talmente poco in una città che durante il concerto quasi ti dimentichi dove ti trovi. Ti ricordi alla fine che eri a Piacenza o da un’altra parte, ma mentre suoni non è necessariamente un’informazione fondamentale. Però sono d’accordo con Valentina, l’energia del luogo ti arriva lo stesso magari sei tu che hai deciso di non accoglierla.

Valentina Cenni: E poi l’energia di un luogo è anche quella delle persone che lo abitano. Il pubblico porta sempre qualcosa con sé, proprio perché vive lì, dentro quella città, dentro quella storia.

Stefano Bollani: È una cosa magnifica, ed è sempre responsabilità del musicista riuscire a creare davvero quella relazione. Perché il pubblico ha già dimostrato molto affetto pagando un biglietto, decidendo di uscire quella sera, venendo a sentirti stando in silenzio per un’ora e mezza, spegnendo il telefonino per ascoltarti. E quindi una responsabilità del musicista rispondere con la stessa generosità.

Photo Credit To Guido Harari

Da tutto quello che ci siamo detti, e anche da ciò che emerge molto chiaramente nel film, si percepisce un’idea di gruppo estremamente forte, quasi una “democrazia perfetta”, in cui l’ascolto reciproco sembra essere l’unica vera regola. Secondo voi, e forse soprattutto secondo Stefano che questa dinamica la vive direttamente dentro la musica, è un modello che appartiene ancora al jazz di oggi? E più in generale: il jazz è ancora un linguaggio capace di raccontare il tempo in cui viviamo?

Stefano Bollani: La grande fortuna del jazz è che, in fondo, non è semplicemente un genere musicale. È soprattutto un approccio e quindi vivrà più a lungo degli altri linguaggi, perché oltre le sue caratteristiche musicali, storiche, sociologiche, perfino aneddotiche, ha una cosa molto importante: brucia sotto. Ha questa idea di comunità, di improvvisazione, di ascolto, in cui se c’è un leader resta comunque un primus inter pares. Questa idea è molto forte secondo me, profondamente radicata nel jazz. Spesso la colleghiamo alle origini di questa musica, alle comunità afroamericane o italoamericane da cui è nata, ma in realtà credo che sia qualcosa di universale. La comunità dei musicisti di jazz ha questo modo di ragionare comune e di stare insieme. E secondo me farebbe bene anche alla società, non soltanto alla musica.

Quindi, in qualche modo, il jazz continua ancora oggi a essere un linguaggio capace di raccontare il tempo in cui esiste, il presente che attraversa?

Stefano Bollani: Direi di più, come direbbe l’amico di Tenten. Il jazz è capace di raccontare qualcosa di molto importante come il senso di comunità, che è senza tempo. Quindi non solo racconta il tempo in cui viviamo, ma racconta qualcosa di molto forte. Questa funzione della musica come collante per una comunità: stare tutti insieme a cantare attorno a un fuoco. Non c’è qualcuno che paga un biglietto, si sta semplicemente attorno a un fuoco. Magari esiste uno sciamano capo, ma non si fa pagare il biglietto; tutti ascoltano, tutti partecipano, e in qualche modo si canta insieme. Questa cosa qua è una funzione della musica importante. Il jazz conserva ancora oggi questa funzione originaria: la mantiene viva a modo suo, naturalmente, con i suoi linguaggi e le sue forme contemporanee. Però, sotto, il fuoco che continua a bruciare è ancora quello.»

Esiste una domanda che nessuno vi ha mai fatto e alla quale, invece, avreste avuto piacere rispondere?

Stefano Bollani: Ah, la dobbiamo trovare noi? Io speravo fossi tu a farci una domanda che non ci avevano mai fatto!

Valentina Cenni: Anche perché, ormai, ce le hanno fatte praticamente tutte…

Stefano Bollani: Beh, tutte magari no, però ce ne hanno fatte tante. Non ho mai pensato: “Speriamo che mi chieda…”.

Valentina Cenni: No, nemmeno a me.

Stefano Bollani: Per questo è difficile… bisogna proprio scavare bene.

Anche per noi che le facciamo è difficile.

Stefano Bollani: Forse una domanda che mi piacerebbe ricevere è: “Che cosa faresti se fossi Ministro della Cultura?”. Anche se, a dire il vero, una volta me l’hanno già fatta.»

Non male.

Stefano Bollani: Non sono sicuro della risposta di allora, però adesso direi che abdicherei immediatamente… a favore di qualcuno, però che scelgo io. Questo è importante: abdico, ma indico. E mi ricordo, se non sbaglio, che quella volta, avessi detto Antonio Rezza. Oppure forse avevo risposto che lo avrei voluto come mio assistente. Però insomma io a questa domanda, che per fortuna non mi fanno mai, su cosa farei da Ministro della Cultura, direi: “abdicherei”, però scegliendo io a chi lasciare il posto.

Quindi confermi questa risposta.

Stefano Bollani: Confermo. E mi riservo, nel momento in cui accade, perché si vive nel presente, di decidere a chi lasciare il posto. Oggi sarebbe direttamente Valentina.

Valentina Cenni: E sai cosa farei io? Abdicherei a mia volta, cercando di capire chi potrebbe essere davvero la persona giusta. Forse direi Paolo Fresu… che dici?

Stefano Bollani: Paolo Fresu è un buon candidato, perché accetterebbe. Sarebbe l’unico. Possiamo andare avanti per un po’ a continuare questo gioco, ma abdicherebbero tutti. Lui è l’unico che potrebbe accettare e ce la fa. Sarebbe l’unico che avrebbe la tempra per farlo.»

Valentina Cenni: E lo farebbe anche con grande maestria.

Stefano Bollani: E quindi, alla fine, ci siamo fatti da soli la domanda che volevamo ricevere: “Chi vorreste come Ministro della Cultura?”. E abbiamo risposto Paolo Fresu. Questo è il processo.

Valentina Cenni: Direi di sì.

Ragazzi, davvero, non so come ringraziarvi per questa conversazione così piacevole. Spero lo sia stata anche per voi.

Valentina Cenni: Assolutamente sì, anche per noi lo è stata. Grazie davvero.

E grazie ancora, davvero, per tutto quello che fate. È quasi inutile dirvelo, perché credo lo sappiate già, ma certe cose fa comunque piacere sentirsele dire.

Stefano Bollani: Fa piacere, fa piacere sentirselo dire.

Valentina Cenni: Grazie, fa sempre piacere.

Fate un lavoro molto importante, anche dal punto di vista della divulgazione. Un lavoro che serve, soprattutto in un momento in cui spesso le istituzioni sembrano dimenticare quanto la cultura abbia bisogno di essere sostenuta e raccontata.

Stefano Bollani: Beh, ormai ci pensa Paolo.

Lasciamo fare a lui.

Stefano Bollani e Valentina Cenni: Ci pensa Paolo.

L’intervista si chiude inevitabilmente tra ironia e risate condivise. Ma anche in quella battuta finale resta qualcosa che attraversa Tutta Vita: il piacere autentico dello stare insieme. Il resto, semplicemente, accade suonando.