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La musica come fatto sociale</br>Intervista a Klaus Savoldi

La musica come fatto sociale
Intervista a Klaus Savoldi

29 settembre 2017

Claudio Savoldi Bellavitis, in arte “Klaus”, è un compositore, pianista e cantante che  ha fatto parlare di sé nella sua veste di filantropo, quando – dopo aver organizzato ben dieci concerti a favore della comunità locale di Amatrice – ha raccolto e donato circa 70.000€ alle popolazioni colpite dal sisma. Il tutto da solo e senza aiuto da parte di associazioni.
Definito dal noto compositore Burt Bacharach il ‘Burt Bacharach italiano’, Klaus ha concluso il tour benefico in Milano, ospitato nel prestigioso Teatro dal Verme, dove ha inscenato un vero e proprio One Man Show dal titolo, volutamente, e provocatoriamente, ironico: ‘il Jazz non Paga’.
Klaus ha vissuto a Boston e lì si è laureato nel 1988, frequentando il Berklee College e diventando compositore specializzato in colonne sonore per film.

Di Luciano Vanni

Ci racconti brevemente come e perché è iniziata la tua iniziativa di raccolta fondi ad Amatrice? Come sei riuscito a raccogliere i fondi?
Troppo spesso ho fatto mia la frase ‘non ci sono limiti all’arte’ e, seppur credendoci, non l’avevo mai realmente ‘testata’. Quanto è accaduto ad Amatrice mi ha profondamente colpito, insieme alla straordinaria, ma composta, reazione emotiva del suo Sindaco Sergio Pirozzi, che oggi ho il privilegio di poter considerare mio amico.
Queste due cose mi hanno spinto a verificare se quell’aforisma fosse vero.
Perché mi sono fatto coinvolgere da questa tragedia? Semplicemente non mi concesso il permesso di tirarmi indietro e ho ascoltato l’impulso interiore che mi ha detto di attivarmi e fare qualcosa.
Forse a spingermi nel subconscio c’era anche la memoria dei terribili racconti di mio padre, sopravvissuto al terremoto in Perù del 1974, che ebbe l’epicentro a Lima, il quale causò oltre trecento morti e tremila di feriti.
Comunque sia, mi sono ritrovato completamente, e gioiosamente, coinvolto da questa vicenda e decisi di dedicare 10 concerti ad Amatrice alla quale avrei donato, non il 50 o il 70% degli incassi, ma il 100%! Sebbene in molti mi dicessero che non sarei riuscito, si dovettero ricredere.
Sin da subito mi contrai con il dilagante disinteresse della gente per il jazz, all’estero forse sarebbe stato diverso, ma qui, in Italia, a smuovere pubblico per concerti jazz, si fa una fatica tripla rispetto ad altri paesi.
Fortunatamente non mi arresi e, oggi, sono molto felice di ciò che, da solo e senza aiuto di associazioni varie, sono riuscito a ottenere.
Iniziai convertendo due miei concerti programmati da tempo, per trasformarli da normali concerti in evento a scopo benefico e ci riuscii. Con buona pace degli organizzatori, che rinunciarono all’intero incasso, il denaro venne bonificato sul conto del comune di Amatrice, operazione che, per trasparenza, venne fatta a fine concerto e davanti al pubblico, mentre il Sindaco Pirozzi, in diretta telefonica, ringraziava tutti i presenti.
Fu un momento davvero memorabile, commovente e fui orgoglioso di me stesso.
Tutto ciò che avrei raccolto nei 10 concerti, a Milano, Torino, Piovera, Cerro Maggiore, ecc. sarebbe stato donato e, proprio durante quelle serate, il filo d’oro che lega le persone grazie al loro entusiasmo, magicamente, si palesò. Fu così che, tra il pubblico e del tutto casualmente, incontrai, serata dopo serata, gli sponsor dei quali avevo assolutamente bisogno.

Come hanno reagito gli abitanti di Amatrice alla musica e alla tua iniziativa?
Inizialmente la loro reazione fu davvero… spiacevole, mi trovai un muro di resistenze di fronte, non ricevetti supporto alcuno, a partire dai nominativi delle 60 famiglie più bisognose e, alle quali, avrei donato 800€ ciascuno. Nessuno me li volle fornire e, alla fine, toccò a me redigerla, faticosamente, da solo, andando personalmente in quelle aree devastate.
Fu così che creai una specie di straziante ‘Schindler List amatriciana’, come fosse una specie di ‘top hit’ del dolore, ma purtroppo era l’unico modo per donare il denaro raccolto: l’idea in quei giorni di tutti coloro che avevo interpellato, era di dare poco, ma a tutti.
Concetto nobile, quanto irrealistico, poiché gli abitanti di Amatrice erano 3.000 e il denaro dei primi 8 concerti ammontava a soli 66.000€!
Quando il 26 ottobre scesi ad Amatrice, andai in camper portando tastiera e microfono per fare un concerto al termine del quale avrei donato a sorpresa il denaro. Dopo un po’ di diffidenza da parte di chi avevo invitato, non appena iniziai a suonare, cantare, intrattenere e scherzare con loto, tutto cambiò come per magia.
Quando venne poi il momento di comunicare il vero scopo del concerto, i sorrisi e l’affetto che ricevetti  furono qualcosa che porterò dentro di me per tutta la vita.

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Cosa significa considerare la ‘musica come fatto sociale?
Significa rendersi conto che l’arte non è proprietà esclusiva dell’artista, ma un patrimonio condiviso della società. Credo che l’intuizione artistica stessa provenga da un serbatoio universale di esperienze, luoghi e cultura che sono esterni a noi. Coloro i quali, ricevendo stimoli simili e hanno la capacità – o fortuna – di trasformarli in ispirazione, in qualche modo dovranno poi restituirne una parte al mondo.
Io credo che se vivi o viaggi molto, sviluppi una creatività maggiore di chi suona tra le sue quattro mura di casa, e che se diventi una persona migliore diventi anche un musicista migliore. Tutto ciò che siamo e sappiamo lo impariamo dalla gente e, quindi, verso quella stessa gente dovremmo sentirci debitori.
Gli artisti dovrebbero trasformare la propria vita, in tutte le sue espressioni gioiose o dolorose che siano, in bellezza, qualora vi riuscissero, e il mondo avrebbe il diritto di poterne usufruire liberamente.
Per questo penso che sia giusto, quando è possibile, regalare la propria arte, anche se consiglio a tutti i compositori di proteggere le proprio opere alla SIAE poiché, in Italia specialmente, vi sono personaggi che potrebbero fraintendere tale principio. (Klaus ride)
Una mia recente esperienza di ‘musica come fatto sociale’ mi è capitata proprio ad Amatrice, quando ho tenuto il concerto del 26 di ottobre.
Poiché molti degli abitanti rimasti in quei luoghi dopo il sisma erano agricoltori che non potevano allontanarsi dai propri animali, li invitai al mio concerto e, alcuni di loro, con un adorabile e deferente candore, mi dissero che il ‘Giass’ (così scriverebbero la parola ‘Jazz’) a loro non piaceva per niente.
Ovviamente ciò non mi dissuase dal suonare ugualmente per loro e, fortunatamente, al termine del concerto, mi dissero di aver cambiato idea. In questo modo ho, forse, inconsciamente legato un’iniziativa sociale con un’operazione culturale.Se, come credo, sono riuscito a far conoscere ed apprezzare il ‘Giass’ a molti di loro, la cosa mi riempie di gioia.

A breve sarai sul palco del Blue Note Milano. Cosa metterai in scena ‘da performer’?
La scia del centenario dalla nascita del più grande Crooner di tutti i tempi: Frank Sinatra, ci ha spinti a riproporre il suo repertorio, anche se ho deciso di metterlo a confronto con un secondo Crooner, uno dei più famosi cantanti ‘confidenziali’ attuali: Michael Bublè.
Per farlo sarebbero serviti alcuni importanti ingredienti: swing, pronuncia inglese impeccabile, la loro innata eleganza sul palco e l’immancabile arte dell’intrattenimento in stile ‘Rat Pack’.
Quest’ultima, a mio avviso piuttosto rara nel mondo del jazz italiano, l’ho imparata durante la mia pluriennale permanenza negli Stati Uniti dove ho tenuto centinaia di concerti tra Boston, Los Angeles e… Las Vegas.

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Come pensi si possa avvicinare il grande pubblico a questa musica a suo modo ‘popolare, ma impopolare’?
La parola magica, secondo me, in questo caso è: intrattenendo. Non puoi pretendere di salire sul palco, sederti al piano, chiuderti in te stesso e suonare come se fossi tra le quattro mura di casa: c’è un pubblico davanti a te. Quel pubblico ha gusti, personalità e cultura diametralmente diverse dalla tua, la tua musica potrebbe non piacere o, peggio, loro potrebbero non capire ciò che tu stai tentando di comunicare. Esiste, però, un linguaggio universale oltre alla musica: l’ironia.
Per saperla usare ti devi mettere alla pari con chi ti sta osservando, non puoi salire sul palco come se stessi salendo in cattedra, non puoi fare il ‘divo’, devi metterti in gioco rompendo quello che, nel mondo dello spettacolo, si chiama la ‘quarta parete invisibile’.
Quella che, appunto, è invisibile in quanto non esiste e non dovrebbe esistere mai, è il muro che, a volte, si erige tra l’artista che si crede divo e il suo pubblico, quella è la freddezza che bisogna rimuovere dal proprio ego.
A volte dovremmo imparare dagli americani, loro non usano il verbo ‘suonare il piano’, loro dicono ‘play the piano’ ovvero giocare con il piano. La musica è gioco, se ti diverti a farla, la gente si divertirà con te, questo vale anche per il jazz.
Se vuoi rendere il jazz ‘popolare’ devi rendere la performance genuina e giocosa.
Lo avevano capito Dizzy Gillespie, Louis Armstrong, Buddy Rich, Cab Calloway, Ella fitzgerald, Fats Waller e, ovviamente, Sinatra con il suo straordinario Rat Pack.
Non lo avevano capito, invece, Thelonious Monk. Miles Davis, Charlie Parker, Keith Jarrett, Chet Baker, Max Roach e altri ancora, la cui musica meravigliosa arrivava al pubblico, ma tenendolo sempre a una certa distanza.
Purtroppo, in quei casi, l’ego tormentato dell’uomo saliva sul palco con quello del musicista.
Vi faccio un paio di esempi Miles Davis arrivò a suonare addirittura di spalle al suo pubblico o, come di recente, Keith Jarrett – ne sono stato testimone – ha interrotto il suo concerto solo perché è squillato un telefonino in mezzo al pubblico!
Simili comportamenti, a mio avviso, lasciano l’amaro in bocca e allontanano la gente dal jazz: se un artista sa essere divertente, la gente seguirà lui e la musica che fa.
Se io non sapessi far sorridere le persone, non riceverei in cambio i loro sorrisi e il loro affetto; suonare è come giocare, è come tornar bambini insieme a chi ti sta ascoltando. Questo ti rende più accessibile e, sicuramente, più ‘popolare’.
La musica è un gioco meraviglioso e, come tutti i giochi, è più divertente farlo in compagnia che da soli.