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Summertime</br> Intervista a Luciano Linzi
Photo Credit To Paolo Soriani

Summertime
Intervista a Luciano Linzi

20 luglio 2017

Intervistiamo Luciano Linzi, coordinatore della Casa del Jazz, per saperne di più della rassegna ’Summertime’ e del futuro di questa stessa istituzione culturale.

Di Luciano Vanni

Partiamo da una presentazione veloce della rassegna: cosa significa promuovere eventi alla Casa del jazz?
Continuiamo a vivere una stagione di emergenza dalla fine del 2014, da quando il comitato artistico si è preso l’impegno di rilanciare la ‘Casa del Jazz’. Ma dovrebbe essere l’ultima: il Vice Sindaco di Roma Luca Bergamo ci è vicino e ci sostiene, ha a cuore le sorti di questo luogo prezioso e partire dal 2018 si dovrebbe riconquistare stabilità e programmazione per un arco di tre anni,almeno. Nonostante ciò abbiamo messo insieme, anche quest’anno, il cartellone jazz più importante nell’estate della Capitale. Di Luciano nVanni

Cosa la distingue?
L’atmosfera unica, perché è, semplicemente, il miglior posto a Roma per ascoltare un concerto per qualità acustica e cornice sin dal 2005. Il pubblico viene per ascoltare la musica nelle migliori condizioni possibili,non per trascorrere una serata, e i musicisti lo sanno e lo sentono.

Come avete selezionato gli artisti? Cosa metterete in scena?
Un mix equilibrato di artisti internazionali e italiani, affermati e meno:  a cavallo di stili diversi e con alcune esclusive. Tutti i musicisti, indistintamente, hanno accettato di venire a condizioni davvero speciali perché sanno lo sforzo che stiamo facendo, conoscono l’importanza di questo luogo e vogliono sostenerlo.

Quali sono le novità di questa edizione?
Ci tengo a citare la presenza del quintetto del chitarrista Wolfgang Muthspiel, il 13 luglio, con Ralph Alessi, Gwylim Simcock, Larry Grenadier e Jeff Ballard: hanno proposto la musica di “Rising Grace” (ECM), a mio avviso uno dei migliori cd dell’ultimo anno; è l’unica data italiana di un piccolo tour che tocca anche il festival di Montreux e il North Sea Jazz Festival. E poi il 28 luglio arriverà Charles Lloyd con il suo quartetto: una leggenda vivente e un grandissimo onore per noi. Erano anni che il manager di Keith Jarrett, Steve Cloud, nostro grande sostenitore, diceva a Dorothy Darr, moglie e manager di Charles Lloyd, che il parco della  Casa del Jazz è il miglior posto dove suonare all’aperto in Italia. E finalmente ci siamo riusciti. E poi alcuni progetti di interessante collaborazione tra musicisti italiani e americani.

Cosa significa essere promoter?
Significa cercare di dialogare con i principali protagonisti del nostro lavoro, gli artisti: ascoltarli, comprenderli e stimolarli. Significa proporre i progetti artisticamente più interessanti, proporre artisti che hanno meno visibilità di altri nell’area in cui operi; essere credibili agli occhi di artisti e pubblico; tenere quanto possibile in equilibrio i bilanci tra costi, oneri, burocrazia, carenze di fondi, etc.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
A me è sempre interessato maggiormente riuscire a promuovere e diffondere la cultura del jazz e il patrimonio rappresentato dal jazz italiano; riuscire a far scoprire questa musica, la sua Storia ed i suoi protagonisti, e a farne affascinare il pubblico più ampio possibile.
Credo che, ancora oggi, i contenuti culturali della musica jazz siano il miglior strumento per comprendere il nostro tempo ed il nostro futuro.
Inoltre il riconoscimento finalmente ottenuto per il settore del jazz italiano dal MiBACT con il Ministro Franceschini credo sia stato un risultato di portata storica.

Come è cambiato il tuo mestiere nel corso degli anni?
Molto. Da un mondo che viveva soprattutto di passione ed ingenuità ad uno che si è sempre più evoluto professionalmente, ma in cui la passione gioca sempre un ruolo assolutamente fondamentale.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
V
edere costituito un ufficio ‘export’ per il jazz italiano nel mondo presso il o finanziato dal MiBACT.

Come vedi la Casa del jazz tra dieci anni?
Un luogo al centro di una rete internazionale dei più importanti centri di produzione culturale, dove divulgazione e didattica per la musica jazz siano attività quotidiana, in un sistema di relazioni che coinvolga le principali strutture didattiche presenti nella Capitale e tutte le istituzioni pubbliche; dove le potenzialità della Casa del Jazz siano finalmente e completamente sfruttate per programmi regolari di residenze artistiche, co-produzioni di progetti speciali e laboratori. Un luogo che faccia parte però anche di una rete locale che metta in regolare relazione virtuosa tutte le istituzioni culturali presenti nella Capitale; e che continui e rafforzi il suo ruolo di luogo di massima rappresentatività del jazz italiano in Italia e nel mondo.