Ultime News
John Scofield Trio a Sanremo: il linguaggio della sintonia
Photo Credit To Mauro Vigorosi

John Scofield Trio a Sanremo: il linguaggio della sintonia

6 luglio 2026

John Scofield a Sanremo, con Ben Street e Bill Stewart: un organismo musicale che respira all’unisono.

Il Teatro dell’Opera del Casinò di Sanremo si presenta esaurito in ogni ordine di posti. Del resto, non poteva essere diversamente: il cartellone di UnoJazz&Blues Festival porta sul palco uno dei musicisti che hanno ridefinito il linguaggio della chitarra jazz contemporanea. Accanto a John Scofield, Ben Street al contrabbasso e Bill Stewart alla batteria. Un trio che da oltre quindici anni affina un linguaggio comune, sostenuto dalla collaborazione ultratrentennale tra Scofield e Stewart.

Per chi scrive quello di Sanremo è il secondo incontro con John Scofield nell’arco di poco più di un mese. Il precedente, in duo con Gerald Clayton, aveva già restituito l’immagine di un musicista ancora capace di abitare il presente con curiosità e libertà. A Sanremo, però, accanto a Ben Street e Bill Stewart, emerge forse la sua condizione più naturale: il trio come spazio di ascolto, rischio e invenzione condivisa.

L’apertura è affidata a Blue Monk di Thelonious Monk. È una dichiarazione d’intenti. Il blues diventa immediatamente terreno di dialogo, di ascolto reciproco e di improvvisazione condivisa. Scofield è nel suo habitat naturale: il trio gli permette di modellare ogni frase con assoluta libertà, sostenuto da una sezione ritmica che non accompagna semplicemente, ma costruisce insieme a lui il discorso musicale.

Photo Credit To Mauro Vigorosi

Con Mo Green emerge tutta la cifra stilistica del chitarrista americano. Il groove è ruvido, il suono volutamente imperfetto, pungente e vivo. Bill Stewart e Ben Street formano una macchina ritmica di impressionante elasticità: il primo cesella ogni accento con una fantasia inesauribile, il secondo mantiene il centro gravitazionale del trio senza mai rinunciare all’invenzione melodica. Il risultato è una musica che procede per chiaroscuri, dove le tensioni producono colori inaspettatamente luminosi.

Dopo un breve saluto al pubblico, Scofield introduce The Days of Wine and Roses, celebre ballad composta da Henry Mancini. La chitarra apre in solitudine, con un fraseggio essenziale e profondamente lirico. Le spazzole di Stewart disegnano un paesaggio sonoro di rara eleganza, mentre Street sostiene il movimento con un contrabbasso sempre presente, mai invasivo. È uno dei momenti più intensi della serata, sospeso tra delicatezza e profondità espressiva.

L’energia cambia radicalmente con una composizione di Scofield dal titolo provvisorio F#. È un brano entrato di recente nel repertorio e che, per restituire pienamente la propria forza, richiede carattere, tensione e una certa “garra”: qualità che il trio dimostra di possedere in abbondanza. L’esecuzione, densa di idee e sviluppi, rapisce il pubblico e rende il brano uno dei passaggi più fulminanti della serata.

Con I Want to Talk About You, celebre ballad di Billy Eckstine, il concerto ritrova una dimensione più raccolta. Il tema, esposto con estrema semplicità, apre uno spazio di rara intensità emotiva. L’assolo di Ben Street rappresenta uno dei vertici della serata: ogni nota sembra trovare il proprio peso naturale, senza ostentazione, lasciando nell’ascoltatore quella sensazione di equilibrio che solo i grandi musicisti riescono a trasmettere.

Photo Credit To Mauro Vigorosi

Il successivo Afro Blue di Mongo Santamaría riporta immediatamente la tensione verso l’alto. Il ritmo si fa serrato, Stewart moltiplica gli incastri metrici con apparente facilità e Street risponde con un sostegno sempre dinamico. Scofield sviluppa il materiale tematico trasformandolo continuamente, ripetendolo sotto prospettive sempre diverse, dimostrando ancora una volta come la ripetizione possa diventare continua reinvenzione. L’assolo di Stewart è semplicemente magistrale.

Con Yawn il trio torna ad abitare territori più introspettivi. Il tempo sembra rallentare, ogni suono acquista spazio, ogni silenzio diventa parte integrante della costruzione musicale. È una delle caratteristiche che rendono unico questo trio: la capacità di attribuire lo stesso valore alle note e alle pause, trasformando l’essenzialità in forza espressiva.

TV Band, una delle composizioni più riconoscibili di Scofield, riporta il concerto su coordinate più brillanti e leggermente funk. L’interplay raggiunge livelli impressionanti: nessuno prevale sugli altri, ogni intervento modifica istantaneamente la direzione del discorso collettivo. È jazz nella sua forma più autentica: conversazione, rischio e ascolto.

Photo Credit To Mauro Vigorosi

Il lungo applauso finale richiama inevitabilmente il trio sul palco per il bis. Arriva Ida Lupino, una delle composizioni più riuscite di Carla Bley. È un finale perfetto: grande libertà improvvisativa e quella straordinaria capacità di trasformare ogni frase in racconto. Ancora una volta Ben Street apre la strada, in punta di dita; Stewart costruisce un tappeto ritmico inesauribile e Scofield sembra prendere per mano tutti i presenti, conducendo il viaggio con la naturalezza di chi continua, dopo decenni di carriera, a sorprendere senza cercare l’effetto.

La grandezza di questo concerto non risiede tanto nel virtuosismo — pure evidente — quanto nella qualità dell’ascolto reciproco. Tre musicisti che sembrano anticipare il pensiero l’uno dell’altro, costruendo una musica che nasce nel momento stesso in cui viene eseguita.

E allora torna inevitabilmente alla mente una frase attribuita a Heinrich Heine: «Dove le parole finiscono, inizia la musica». A Sanremo, per quasi due ore, è stato esattamente così.

a cura di Rosario Moreno