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“Gonzalo Plays Pino”, Cuba incontra la musica del mascalzone latino. Intervista a Gonzalo Rubalcaba

“Gonzalo Plays Pino”, Cuba incontra la musica del mascalzone latino. Intervista a Gonzalo Rubalcaba

25 giugno 2026

Gonzalo Rubalcaba ha pubblicato per Itinera / TCSette il suo nuovo lavoro discografico “Gonzalo plays Pino”, in cui il celebre pianista suona Pino Daniele. Cuba incontra così la musica del mascalzone latino, con le partiture originali riscritte da uno dei musicisti e compositori di latin jazz più influenti in circolazione, che ha completamente rivisitato alcuni brani iconici dello straordinario artista partenopeo. Registrato tra Napoli e Miami – da Carlo Gentiletti all’Elios registrazioni audiovisive di Castellammare di Stabia e da Mario García Haya (Mayitin) al 5Passion Records Studio di Miami, mixato e masterizzato da Oscar Autie a El Cerrito Records di San Francisco – l’album comprende undici brani originali di Pino Daniele riarrangiati dallo stesso pianista cubano. Ad affiancarlo in questo viaggio tra jazz, sonorità mediterranee e gemme della tradizione napoletana ci sono Maria Pia De Vito (voce), Daniele Sepe (sax tenore), Aldo Vigorito (contrabbasso), Claudio Romano (batteria), Giovanni Imparato (percussioni) e Giovanni Francesca (chitarra), che insieme hanno dato vita a un progetto speciale che va oltre il semplice tributo a uno degli artisti più importanti della cultura partenopea. Gonzalo Rubalcaba ha scavato nel repertorio di Daniele scegliendo, oltre ai brani più famosi, anche pezzi meno battuti, come Pace e serenità, straordinaria ballad pescata in “Che Dio ti benedica”. E sempre da questo disco sceglie la Sicily di Coreana memoria. Perfettamente congeniale alle maniere musicali del pianista l’afrocubana Cumbà dall’album “Schizzechea with Love”, da cui è tratta anche la bellissima Gesù. Dallo shorteriano “Bella ‘Mbriana” arrivano la fusion di Toledo, la delicata Maggio se ne va e l’inno generazionale Tutta n’ata storia. Per poi passare in rassegna capolavori senza tempo come Quando, Chi tene ‘o mare, Lazzari felici e Napule è, diventati veri e propri standard. Figura di primo piano nella scena jazzistica contemporanea, scoperto negli anni Ottanta grazie a mentori quali Dizzy Gillespie e Charlie Haden, Gonzalo Rubalcaba è un artista acclamato a livello internazionale per il suo virtuosismo e la capacità di innovarsi continuamente. Vincitore di 3 Grammy© e 4 Latin Grammy, ha registrato più di quaranta dischi come leader o co-leader e collaborato con alcuni dei più grandi nomi del jazz, guadagnandosi il rispetto e l’ammirazione della comunità musicale internazionale. Nel corso della sua attività concertistica in tutto il mondo, si è esibito con leggende come Paul Motian, Ron Carter, Jack DeJohnette, Richard Galliano, Chick Corea e Herbie Hancock. La sua musica unisce raffinatezza classica, ritmi afrocubani e improvvisazione jazz in un linguaggio espressivo unico, profondamente personale e di risonanza universale. Ne abbiamo parlato in questa intervista, in cui ci racconta il suo nuovo progetto e la sua storia musicale.

a cura di Arianna Guerin

Buonasera Gonzalo e bentrovato su Jazzit! Ci racconti la genesi del tuo nuovo album “Gonzalo Plays Pino” e come mai hai scelto il repertorio di Pino Daniele per questo tuo progetto discografico?
Innanzitutto sono molto grato alla rivista Jazzit per l’interesse dimostrato nel realizzare questa intervista dedicata all’album tributo a Pino Daniele. L’idea dell’album è nata da Onofrio Piccolo: è stato lui a immaginarlo e a volerlo realizzare. A mio avviso si tratta fondamentalmente di un ulteriore riconoscimento all’opera di Pino Daniele. Naturalmente quando parliamo dei capolavori di questo straordinario artista, è impossibile includere tutto ciò che ha scritto in un’unica produzione discografica. Onofrio mi ha fatto arrivare questa idea attraverso il nostro amico comune e mio agente in Europa Enrico Iubatti, dell’Agenzia Tema. Quando mi invitano a realizzare una produzione di questa portata ne resto sempre sorpreso e un po’ intimorito, dato il rispetto che provo per l’opera, l’essenza e la vita di altri compositori e colleghi. E in questo caso non si tratta di un collega qualsiasi: stiamo parlando di Pino Daniele. Per questo motivo ho pensato che la scelta della musica e del repertorio non potessi farla da solo. Ricordo che mi sono seduto a Roma con Enrico e gli ho chiesto anche di mandarmi alcune registrazioni. Ovviamente ho iniziato anche a cercare ulteriori informazioni su Pino, oltre a quelle che già conoscevo, e credo che, grazie allo stesso Enrico, io abbia compreso un po’ di più alcune sue canzoni, il loro peso e l’importanza che hanno avuto nel momento in cui sono nate e in ogni fase della loro esistenza.

Oltre ai brani più famosi di Pino hai rivisitato anche pezzi meno conosciuti: in che modo hai effettuato la selezione e come ti sei approcciato alle opere di questo eccezionale artista?
La selezione è stata fatta in diversi modi. Uno di quelli su cui ho voluto basarmi, in questo caso, è stato proprio il confronto con Enrico, affinché mi parlasse un po’ di queste canzoni. Ho voluto avvicinarmi alla musica di Pino, a brani che forse lui sentiva con maggiore attrazione, magari perché erano molto popolari per determinate generazioni. D’altra parte però volevo anche essere sicuro che le canzoni scelte avessero la stessa forza e suscitassero lo stesso interesse anche senza essere cantate, cioè comunicando solo attraverso il suono e la musica, senza testo perché, anche se all’interno del disco ci sono quattro canzoni interpretate da Maria Pia De Vito, la maggior parte del lavoro è strumentale. Ho spiegato in altre occasioni che è importante, quando si affronta questo passaggio dal cantato allo strumentale, e forse anche viceversa, prestare una particolare attenzione, perché ci sono canzoni che, quando si omette il testo, possono diventare qualcosa di completamente diverso, a volte in meglio, altre volte meno. Lo stesso accade quando si aggiunge un testo a una musica nata come strumentale: si scrive una storia e, all’improvviso, la narrazione che raccontava il suono, la musica, non va di pari passo con quella che è stata scritta verbalmente. Questo, per me, era forse uno dei punti più importanti da tenere in considerazione.

Come hai lavorato agli arrangiamenti e alla riscrittura delle partiture originali? E che ruolo ha giocato l’improvvisazione?
Guarda, non ricordo di aver visto molte partiture originali in tutto questo processo. Ho fatto un lavoro di trascrizione: probabilmente ne avrò vista una o due, ma erano pochissime le partiture su cui ho potuto contare. Quindi l’esercizio è stato soprattutto uditivo: fare trascrizioni, cercare di comprendere attraverso l’ascolto e la sensibilità la struttura strumentale che Pino utilizzava in ciascuna di queste canzoni e capire anche il tipo di musicisti che utilizzava nei suoi gruppi. Da lì ho iniziato a lavorare su ciascuno dei brani, lasciandomi guidare soprattutto da ciò che Pino aveva lasciato impresso nelle sue registrazioni, alcune delle quali realizzate in studio, altre dal vivo. Ovviamente una delle sfide più grandi è stata quella di mantenere l’essenza di una musica che era già stata definita, che aveva ottenuto un grande consenso da parte del pubblico, della critica e dei musicisti, e allo stesso tempo fare in modo che vi rimanesse impressa anche la mia presenza come musicista, la mia visione. Bisogna raggiungere quell’equilibrio, quel connubio così fragile che esiste tra il rispetto per ciò che già esiste, per ciò che è già stato fatto ed è ampiamente dimostrato come valido e, allo stesso tempo, il fatto di trovare, o esplorare, uno spazio in cui aggiungere sé stessi, inserendosi come parte di tutto questo. È necessario quindi un giusto dosaggio dell’ego, dell’io, e il cercare di essere più osservatore rispetto a qualcuno che voglia assumere una posizione evidente all’interno del progetto. In alcuni casi capita che le cose si trasformino in qualcosa di molto personale: si perde così un po’ l’eredità, la storia e ciò che è o è stato quel materiale musicale. In altri casi, invece, può diventare una replica di ciò che già esiste. Quindi penso che il lavoro, più che tecnico o semplicemente legato all’arrangiamento, sia stato puramente emotivo, ma anche intellettuale e concettuale. E c’è qualcosa che credo si debba menzionare: non conta solo ciò che si scrive in una partitura, ma anche chi la suonerà. E in questo credo che si debba essere il più precisi possibile, cioè bisogna cercare interpreti che capiscano perfettamente l’obiettivo che si vuole raggiungere. E se poi questi interpreti hanno avuto o hanno ancora a che fare culturalmente o personalmente con quel materiale musicale, allora questo aiuta ancora di più.

Photo Credit To Titti Fabozzi

Se dovessi descrivere l’atmosfera musicale e il linguaggio espressivo dell’album come li definiresti?
La prima cosa che ti direi, in tutta sincerità, è che non saprei come definirlo. Ma se mi fermo a riflettere un po’ dovrei dirti che l’atmosfera è di rispetto, di celebrazione e di gioia. Sì, stiamo celebrando Pino e la sua musica, stiamo celebrando la storia di Pino, stiamo celebrando, inoltre, non solo Pino e i musicisti che lo hanno accompagnato, ma anche il pubblico che lo ha seguito e che continua a seguirlo. Perché è un pubblico che, per me, ha una dinamica straordinaria: si incontrano persone molto giovani che si sono unite a quel pubblico che già esisteva e che, per età, appartiene a un determinato momento della storia. C’è anche un’incredibile vivacità da parte delle generazioni più recenti, che si identificano con un aspetto della sua musica e la fanno propria, la comprendono come parte della loro cultura e persino come parte della loro realtà contemporanea. Questa è una celebrazione e, d’altra parte, è anche un piacere evidente, non solo mio, ma di tutti coloro che sono stati coinvolti nel progetto: ogni musicista, ogni tecnico del suono, ogni produttore, ogni assistente e ogni amico. Credo che tutti coloro che hanno partecipato abbiano goduto di ogni momento: i momenti in cui abbiamo suonato dal vivo, che sono stati due, e quelli in cui siamo stati in studio, nel processo di registrazione. Nonostante tutto lo stress che spesso comporta entrare in studio e registrare, credo che non abbiamo mai perso la capacità di goderci ciò che stavamo facendo. E poi c’è l’altro elemento: il rispetto. Tutto è stato fatto con profondo rispetto, che è anche sinonimo di un certo amore per ciò che Pino ha lasciato, per ciò che ha fatto, per ciò che significa e per ciò che rappresenta.

Ci parli dei musicisti con cui hai scelto di condividere questa tua speciale produzione?
Sì, credo che non basti ciò che posso dire io, ma conti soprattutto ciò che loro hanno lasciato impresso nel progetto, ciò che hanno fatto, l’evidenza di ciò che hanno realizzato attraverso la loro arte e l’esperienza, il talento e la personalità musicale e anche umana di ciascuno di loro. Non penso di essere venuto qui a dare un contributo o a scoprire qualcosa di nuovo su ciascuno degli artisti presenti nel disco. Tutti hanno una carriera consolidata alle spalle: Maria Pia De Vito, Daniele Sepe, Aldo Vigorito, Claudio Romano, Giovanni Imparato e anche il più giovane, il chitarrista Giovanni Francesca. Tutti hanno una carriera che li sostiene ben oltre quanto loro stessi possano pensare, ben oltre i confini dell’Italia. Quindi per me è stata una garanzia enorme unire ciascuno di loro in questo album, perché so che ciò che hanno espresso musicalmente, che hanno interpretato, fosse già così ben radicato in un riferimento che hanno avuto molto vicino, ovvero Pino Daniele e la sua musica. E parlo anche di un certo gusto per ciò che faceva Pino e di un profondo rispetto per ciò che questo grande artista ha lasciato. Quindi sapevo che loro non mi avrebbero permesso di sbagliare o di commettere un errato atto di manipolazione o di cattiva gestione musicale di questo patrimonio della musica, aiutandomi tantissimo a inserirmi, a entrare molto più velocemente e a capire molto più rapidamente ogni pezzo, ogni brano. Credo che non avrei potuto avere più fortuna in questo senso e sono molto grato per il sostegno che ho ricevuto da ciascuno degli artisti presenti in questa produzione.

Come si sono svolte le sessioni di registrazione del disco che hanno permesso di raggiungere il risultato finale dell’album?
Beh la registrazione si è svolta, direi, nel modo in cui ancora oggi conosciamo le tipiche sessioni di registrazione: suonando dal vivo. Non c’è stato, in nessun momento, l’uso di una riproduzione musicale meccanica o sequenziata. Non è stato nemmeno utilizzato alcuno strumento digitale per suonarci sopra, cosa che oggi si fa spesso per produrre musica. In questo caso siamo andati in studio già con l’esperienza di aver suonato dal vivo, di aver provato a sufficienza, cosa che a me, in particolare, è sempre sembrata importante, necessaria, perché mi piace mettere insieme, preparare e provare. Le prove non servono infatti solo a combinare elementi e a concepire la musica, oltre che a creare coesione all’interno di una band, ma servono anche a unire personalità musicali. Ogni artista che suona in questo progetto ha una personalità specifica e il modo di imparare da ciascuno di loro, di relazionarci, di capirci, passa proprio attraverso tutto questo. È grazie alla possibilità di ripetere con le prove più volte ogni brano con totale sincerità e atteggiamento autocritico, che si capisce dove siano i punti fragili o più problematici, siano essi tecnici, stilistici, concettuali o di qualsiasi altra natura. E la prova offre questa possibilità di perfezionare la musica e l’intero repertorio. Quindi siamo arrivati in studio con un gran lavoro già fatto. E gli studi di registrazione io li vedo sempre come laboratori, all’inizio appaiono completamente freddi. I luoghi hanno sempre una loro energia, che dipende da molti fattori, non solo artistici e musicali. Ma quando arrivi in un posto dove anche il tecnico del suono, le persone responsabili dello studio, gli assistenti e tutto ciò che ha a che fare con la produzione vanno tutti nella stessa direzione, allora ci si capisce, ci si sostiene, tutti sono determinati a far funzionare ogni cosa. E per realizzare tutto questo è importante anche l’aspetto umano, non solo quello intellettuale, ma anche quello emotivo e spirituale. Perché le cose devono avere, alla fine, un risultato valido e sincero. Noi siamo stati lì per tre o quattro giorni, trascorsi in modo intenso. Iniziavamo più o meno al mattino e stavamo quasi tutto il giorno in studio, fino al tardo pomeriggio, arrivando ovviamente molto stanchi alla fine della giornata. Ma era una stanchezza saggia, felice, di quelle che ti dicono che hai lavorato con un giusto livello di concentrazione, di ricerca, di responsabilità e di dedizione. E tutto questo è un pensiero che sa di gloria.

Photo Credit To Titti Fabozzi

Parlando invece della tua carriera artistica, ci racconti com’è nata la passione per il pianoforte e come ti sei avvicinato al jazz? E cosa rappresenta per te la musica?
Sono nato in una famiglia di musicisti: lo erano mio padre, i miei fratelli, i miei cugini, gli zii e i nonni. E non erano solo musicisti, ma artisti a tutto tondo: in famiglia ci sono state anche persone dedite alla danza, alla scenografia, alla coreografia e alla pittura; ci sono stati insegnanti di musica, pianisti, sassofonisti, bassisti e compositori. E a casa mia, all’Avana, c’è un posto, una zona, che chiamano Centro Habana; in quel contesto sono nato e cresciuto, in un quartiere popolare, molto simile a quelli che vediamo spesso nella zona centrale di Napoli, dove ci sono i panni stesi sui balconi, le porte e le finestre sempre aperte, dove vediamo quindi come la gente vive nelle proprie case, come trascorre parte della giornata seduta fuori casa, come comunica da una parte all’altra senza badare al volume con cui parla, come cammina per le strade e non necessariamente sui marciapiedi. Questo è il tipo di quartiere in cui sono nato, dove si può vedere di tutto, il bello e il meno bello, dove sai come vive ognuno perché lo senti da casa tua, a destra, a sinistra e di fronte, con le stesse problematiche esistenziali delle diverse famiglie, con i bambini spesso a piedi nudi che giocano in strada a qualsiasi tipo di gioco. Questo è il contesto sociale in cui sono nato e cresciuto. E in quell’ambiente ho vissuto fino all’età di ventisei anni. Ma lì non c’era solo lo scenario che ho descritto prima, c’era anche una colonna sonora, si ascoltava continuamente la musica popolare del momento e in ogni casa era sempre accesa la radio. E nelle case in cui c’era anche la televisione — non tutte ce l’avevano — potevi sentire non solo ciò che si ascoltava a casa tua, ma anche ciò che si ascoltava contemporaneamente nella casa di fronte o nella casa accanto. E potevi capire cosa piacesse all’uno e all’altro. Era un quartiere in cui viveva gente molto simpatica, di talento, povera e affabile. Ma c’erano anche situazioni drammatiche, e con esse bisognava stare attenti. Insomma il tipico habitat di quel tipo di struttura sociale. E tutto questo mi è servito per capire un po’ la musica cubana, per cogliere tutte le espressioni popolari che si vivevano allora, sia di carattere affettivo che religioso. A casa mia c’era un ambiente musicalmente molto aperto. C’erano dischi di mio padre che raccoglievano le musiche di diversi compositori e linguaggi musicali: dal danzón al bolero, dal son al guaguancó, dalla musica cantata a quella latinoamericana. Quando sono nato due miei fratelli erano già musicisti: uno bassista e l’altro pianista. Ricordo che il maggiore aveva dodici anni più di me e quello di mezzo, il pianista, era più grande di otto anni. Lo vedevo studiare musica classica, anche se poi è diventato un pianista di musica popolare. A casa c’era sempre il pianoforte e altri strumenti. E io, come primo strumento, ho suonato la batteria e i tamburi. È stata una richiesta che ho fatto quando ho compiuto sei anni e da lì tutto è iniziato, quello è stato il mio primo legame con la musica, che è arrivata quindi attraverso le percussioni, in modo empirico, perché a sei anni non andavo ancora alla scuola di musica, che ho iniziato a frequentare tra gli otto e i nove anni. Ed è lì che, quando mi hanno fatto i test attitudinali, mi hanno detto che non avessi l’età per studiare percussioni e mi hanno dato due opzioni: pianoforte o violino. A otto anni non mi interessava nessuna delle due, ma mia madre è stata la persona che mi ha influenzato nella scelta del pianoforte. Si pensava che fosse una soluzione temporanea, fino a quando non avessi avuto dieci o undici anni per poter studiare le percussioni. Lei però mi spiegava sempre che il pianoforte fosse uno strumento completo, che mi sarebbe servito per tutta la vita, per comporre, per armonizzare e per capire la musica in modo più ampio e profondo. E quando arrivò il momento di studiare le percussioni lo feci, ma chiesi di continuare comunque anche con il pianoforte. E così è stato. Poi ho studiato composizione all’Istituto Superiore d’Arte. Ho una formazione accademica classica, tutto il resto l’ho imparato dalla vita, dalla famiglia, dai locali, dalle band e dall’esperienza. Il jazz è arrivato da adolescente, anche un po’ di nascosto. E da lì ho iniziato a cercare, a imitare e a capire. La musica, per me, è stata tutto. È stata un modo per cercare me stesso. Ho vissuto attraverso la musica e la musica vive attraverso di me. Mi accompagna in ogni momento: bello, difficile, confuso, felice o triste. Mi ha insegnato a guardarmi dentro, a capire chi sono. È e sarà sempre la mia grande passione. È ciò che mi spinge ogni giorno a lavorare.

Photo Credit To Titti Fabozzi

Tu hai collaborato con alcuni dei musicisti più importanti della storia del jazz. Quali hanno influito maggiormente nella tua arte?
Sì, sono stato… non voglio dire fortunato, ma benedetto, credo di aver ricevuto proprio una benedizione, perché la fortuna, a volte, la intendo come qualcosa che dipende dalle azioni. E non credo che nulla di ciò che ho vissuto, che mi sia toccato di vivere abbia semplicemente a che fare con una logica di azione e reazione. Penso piuttosto a qualcosa che abbia a che fare con le benedizioni, con le prove e con le sfide della vita. Ho avuto la possibilità di viaggiare, registrare, suonare dal vivo, condividere momenti, sedermi a un tavolo a mangiare, bere insieme un bicchiere di vino e godermi la presenza di tutte queste personalità, a casa mia o a casa loro. E questo, a un certo punto, si è trasformato in un privilegio. L’ho sempre visto come un’opportunità unica, qualcosa che non potessi non apprezzare, perché sono state esperienze e opportunità di apprendimento. Oltre al fatto che è stato anche importante per il mio percorso artistico. Nel caso di Dizzy Gillespie, di Charlie Haden, di Chucho Valdés, di Herbie Hancock, di Ron Carter, di Jack DeJohnette, di Paul Motian e di molti altri, ho ricevuto non solo insegnamenti musicali, ma anche riconoscimenti. In molti casi loro hanno espresso, con grande gentilezza, parole importanti su di me, su ciò che faccio. E questo ha aperto nuove strade, nuove possibilità lavorative, ha attirato l’attenzione di altre persone, non solo del pubblico, ma anche dei produttori. Ma tutto ciò, a sua volta, si è trasformato in una responsabilità. E su questo sono sempre stato molto chiaro. Non ho mai vissuto queste opportunità come qualcosa di gratuito, come qualcosa che non richiedesse una restituzione. La fiducia va restituita. E l’unico modo per farlo è lavorare su sé stessi, con disciplina e con consapevolezza. Apprezzare ogni momento, ogni persona che ti accompagna, imparare da loro e soprattutto lavorare costantemente su te stesso, questo vale indipendentemente dal talento. Il talento può essere un dono, ma dipende da come lo coltivi, dipende dalla tua capacità di lavorare, dalla tua disciplina, dalla tua coscienza. Queste sono cose che ho imparato anche a casa mia, da mia madre, dai miei insegnanti e da tutti questi grandi musicisti. Mi riferisco al rispetto per la musica, per il pubblico, per i colleghi e per sé stessi. Questo è ciò che si impara quando si sta accanto a persone di grande valore, non solo artistico ma anche umano. Perché quando condividi momenti quotidiani — mangiare, parlare, stare insieme — non sei mai in silenzio, c’è sempre uno scambio, una visione. Non sempre si è d’accordo, ma si impara ad ascoltare, ad accettare le differenze e a collaborare. Si impara a convivere. E la convivenza è una delle sfide più grandi tra gli esseri umani. Non è qualcosa che si impara una volta sola, ma si costruisce ogni giorno, perché cambia e si rinnova continuamente. E loro avevano questa capacità. Erano persone sensibili, intelligenti. Per me è stata una straordinaria esperienza di vita. Non li considero esseri perfetti, li considero esseri che hanno sempre cercato la perfezione, e quelli che non ci sono più se ne sono andati senza smettere di cercarla.

Photo Credit To Titti Fabozzi

Cosa ha rappresentato per te Pino Daniele? E cosa ti affascina maggiormente della sua musica?
Credo che, in qualche modo, Pino si faccia amare molto facilmente. È molto facile avvicinarsi a lui, lasciarsi coinvolgere dalla sua musica, perché aveva un dono: il carisma. In base a ciò che posso vedere dalle sue apparizioni sul palco — che è ciò che ho potuto conoscere attraverso i video, perché purtroppo non sono riuscito a conoscerlo personalmente — cerco di capire la sua personalità proprio attraverso la musica. Aveva un timbro di voce inconfondibile e per me quello è un dono. C’è forza, ma anche nobiltà e intelligenza. È una voce che entusiasma, ma oltre a questo, c’è ciò che emerge dai suoi testi, in cui c’è un livello di consapevolezza molto alto, non solo musicale, ma anche umano. Questo lo si percepisce sia ascoltando la sua musica sia attraverso ciò che mi hanno raccontato le persone che lo hanno conosciuto. E forse uno degli aspetti più affascinanti, non solo per il pubblico ma anche per i musicisti, è la sua capacità di superare quella distinzione tra musica popolare e musica di qualità. Nella sua musica c’è tutto questo: c’è profondità, qualità e accessibilità, c’è una grande cura nell’esecuzione e nell’interpretazione, ci sono testi straordinari, c’è una costruzione musicale molto ricca, c’è anche il modo in cui sceglieva i musicisti e le collaborazioni. E poi c’è il suo sguardo aperto verso altri linguaggi musicali: Pino non si è mai limitato alla propria cultura o alle proprie radici, ha esplorato il jazz, la musica classica, la musica folklorica e l’improvvisazione, era un esploratore instancabile e tutto questo lo rende, ai miei occhi, una figura estremamente affascinante. E so che lo è stato anche per molti altri grandi musicisti, come Chick Corea, Wayne Shorter e tanti altri artisti che hanno collaborato con lui.

L’estate scorsa hai presentato per la prima volta questo progetto al festival Pomigliano Jazz. Com’è stata questa esperienza e quali emozioni ti ha trasmesso? E Napoli ti è entrata nel cuore come rimane dentro a tutti quelli che la conoscono?
Sì l’esperienza di suonare al Pomigliano Jazz con questo progetto è stata molto bella, soprattutto perché si trattava di un progetto che non arrivava dall’esterno, ma che nasceva lì. Era un progetto di Pomigliano, figlio di quel territorio. E questo ha fatto una grande differenza rispetto ad altre occasioni in cui mi ero esibito al festival con progetti miei, portati da fuori. Qui, invece, c’era un legame diretto con il luogo. E ciò per me ha rappresentato anche una grande responsabilità perché, con tutta l’umiltà possibile, stavo raccontando al pubblico una storia che era la sua e ho avuto la possibilità di raccontarla attraverso la mia visione, insieme al gruppo. C’era una forte aspettativa, bisognava vedere come il pubblico avrebbe accolto tutto questo, come si sarebbe relazionato con ciò che stava accadendo sul palco. Per quanto riguarda Napoli, grazie a Onofrio e anche a Claudio Romano, ho avuto la possibilità di conoscerla meglio. Ho visto luoghi che non conoscevo, zone, paesaggi e punti di vista diversi. E grazie al tempo trascorso tra Napoli, Pomigliano e in tutta quella zona — tra prove, registrazioni e concerti — ho potuto viverla di più. Questo mi ha lasciato ricordi molto belli. Ho avuto modo di conoscere meglio la storia, anche recente, di Napoli, e questo mi ha aiutato anche a comprendere meglio Pino e la sua musica. Napoli è una città straordinaria, piena di contrasti, in qualche modo mi ricorda molte parti del mondo: mi fa venire in mente il Centro Habana, dove sono nato, l’Avana Vecchia, alcune parti della Spagna e tanti altri luoghi. Perché Napoli è una sintesi di tutto questo, ma sempre in evoluzione, e spero di avere ancora la possibilità di tornarci, di conoscerla meglio e di viverla, e che possano nascere nuove opportunità per imparare ancora da questi luoghi e, nel mio piccolo, per offrire qualcosa. Un abbraccio forte. Grazie mille.