
5 maggio 2026
Una forma autonoma in cui scrittura e improvvisazione trovano un equilibrio dinamico. Il dialogo tra Emanuele Sartoris e Federica Bertot raggiunge qui una sintesi matura e riconoscibile.
Ci sono artisti che si incontrano in una fase iniziale del loro cammino e che, negli anni, si ha la fortuna di poter seguire passo dopo passo, osservandone l’evoluzione fino al pieno compimento di una cifra personale e matura. Per me Emanuele Sartoris è uno di questi. Lo conosco, lo seguo e lo apprezzo da molto tempo, sin da quando era ancora impegnato a ritagliarsi uno spazio nel mondo del jazz, in quella zona di confine e di dialogo tra linguaggi che siamo abituati a definire third stream. Oggi Sartoris appartiene con pieno merito a quel territorio e ne rappresenta una delle voci più convincenti e riconoscibili in Italia.
L’album “Sinestesie”, edito dall’etichetta Da Vinci Jazz e realizzato insieme alla pianista Federica Bertot, si inserisce con naturalezza in questo percorso, portandolo verso una maggiore consapevolezza artistica, compositiva e progettuale. Il disco nasce da una visione chiara, sostenuta da un’idea forte che orienta ogni scelta e restituisce all’ascolto un senso di coerenza e profondità.
Il titolo rappresenta la chiave dell’intero lavoro. La relazione tra suono e olfatto, tra composizione musicale e universo delle fragranze, diventa principio generativo dell’opera. I quattro brani – Extrò, Cashmere, Danza e Salina – prendono forma come traduzione sonora di altrettante essenze, dando vita a un percorso coerente e sorprendentemente naturale, in cui la dimensione teorica si integra senza attriti nella materia musicale.
La struttura di ciascuna sinestesia segue una forma riconoscibile: introduzione affidata a Federica Bertot, episodio a quattro mani tra interpretazione e improvvisazione, esposizione tematica di Emanuele Sartoris, intervento tematico della stessa Bertot e una conclusione nuovamente condivisa. Questo impianto genera uno spazio dinamico in cui il suono si muove con libertà, mantenendo un equilibrio costante tra previsione e apertura. Scrittura e improvvisazione convivono in un rapporto organico, capace di produrre continui slittamenti di prospettiva.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Il contributo dei due pianisti si distingue con chiarezza e al tempo stesso tende progressivamente a convergere. Federica Bertot, pianista di formazione classica e parte di una famiglia con radici profonde nel mondo della musica, porta nel progetto una consapevolezza interpretativa solida e una cura del suono particolarmente raffinata. La sua esperienza concertistica si riflette in un controllo preciso della dinamica, del fraseggio e dell’agogica, elementi che contribuiscono a definire con nitidezza gli ambienti sonori del disco. Emanuele Sartoris introduce tensione, mobilità e invenzione, legate alla pratica improvvisativa e a una visione compositiva in costante evoluzione. Da questo incontro emerge un lessico condiviso, in cui le differenze diventano materia viva di trasformazione.
Le sezioni a quattro mani rappresentano uno dei momenti più significativi dell’intero lavoro. Il pianoforte si trasforma in uno spazio comune, attraversato da un dialogo continuo in cui gesto e intenzione si ridefiniscono di volta in volta. È in queste pagine che si coglie con maggiore evidenza la qualità della relazione artistica – e umana – tra Bertot e Sartoris: una complicità profonda che trova nel suono una forma condivisa, mobile e imprevedibile.
La scelta di registrare presso lo studio Artesuono di Stefano Amerio si riflette in una qualità sonora di alto livello, in cui ogni dettaglio appare scolpito con precisione e restituito con grande profondità spaziale. La trasparenza della ripresa lascia emergere con chiarezza la complessità del dialogo a quattro mani, mentre la presenza del Fazioli F278 Grand Piano amplia la gamma timbrica e dinamica, offrendo una risposta estremamente sensibile al tocco dei pianisti.
Ogni brano sviluppa una propria fisionomia e contribuisce a delineare una traiettoria complessiva ben riconoscibile. Extrò apre il percorso definendone sin da subito l’orizzonte, come una dichiarazione d’intenti in cui si intrecciano rigore formale e tensione esplorativa. Cashmere introduce una dimensione più raccolta e introspettiva, in cui il suono si distende in una materia morbida e avvolgente, lavorata con grande attenzione timbrica. Danza rappresenta un momento di maggiore mobilità interna: il discorso si anima, attraversa diverse possibilità ritmiche e ridefinisce gli equilibri precedenti senza smarrirne la coerenza. Salina, infine, amplia lo spazio dell’ascolto, aprendo a una dimensione più ariosa e sospesa, in cui il suono si fa paesaggio e suggerisce un’idea di libertà in continuo divenire. In questa progressione ogni episodio rilancia il discorso, contribuendo a costruire un organismo unitario attraversato da una mobilità interna sempre viva.
Photo Credit To Roberto Cifarelli
Chi conosce il percorso di Emanuele Sartoris ritroverà in questo lavoro molte delle qualità che ne hanno segnato l’evoluzione: la solidità del pensiero musicale, l’attenzione alla costruzione formale, la capacità di mettere in dialogo tradizione colta e improvvisazione. In “Sinestesie” queste caratteristiche raggiungono un grado ulteriore di maturità, sostenute da una visione ampia e consapevole, che trova nel dialogo con Federica Bertot una dimensione espressiva particolarmente fertile.
In un contesto musicale spesso orientato verso modelli consolidati, “Sinestesie” si distingue per la volontà di costruire un linguaggio autonomo. L’idea di fondo si traduce in un’esperienza musicale concreta, accessibile e al tempo stesso ricca di livelli di lettura. Per chi ha seguito negli anni Sartoris questo lavoro rappresenta una tappa significativa; per chi vi si avvicina per la prima volta costituisce un ingresso convincente in un universo sonoro coerente, personale e in continua evoluzione.
a cura di Rosario Moreno
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Photo Credit To Roberto Cifarelli
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