12 maggio 2025
Dal 15 al 25 maggio si svolgerà la XXIX edizione di New Conversations – Vicenza Jazz, in cui andranno in scena concerti ed eventi speciali fra il Teatro Olimpico – il teatro coperto più antico al mondo, capolavoro e ultima opera progettata da Andrea Palladio, inserito dall’Unesco tra i beni Patrimonio mondiale dell’umanità – il Teatro Comunale, la Basilica Palladiana, Palazzo Chiericati (sede del Museo Civico), la Chiesa di Santa Corona e il Cimitero Maggiore, oltre a una serie di luoghi come cinema, librerie, caffè e negozi che ospiteranno le performance degli artisti più giovani. Un festival diffuso, dunque, per un’intera città in festa. Ce lo racconta il direttore artistico Riccardo Brazzale.
L’edizione 2025 di New Conversations Vicenza Jazz ha come sottotitolo “Elogio dell’errore”: ce lo puoi spiegare?
Credo che tutti noi improvvisiamo quotidianamente, chi più, chi meno, quando ragioniamo o dobbiamo prendere delle decisioni veloci o siamo indotti a cambiare strada senza l’aiuto del map o semplicemente quando apriamo il frigorifero per mangiare qualcosa velocemente. Figuriamoci noi del jazz che per principio abbiamo il piacevole dovere di inventare al momento, di suonare con qualcuno mai incontrato prima, di rileggere e arrangiare anche disinvoltamente una musica che di suo sarebbe stata già così bella. In una tale situazione non solo è normale convivere con l’errore, ma è persino eccitante poterlo usare e gestire, anzi farne un’occasione per trovare soluzioni nuove. E poi, come dicevano Thelonious Monk e Miles Davis, non ci sono note sbagliate: alcune sono solo più giuste di altre.
Il festival punta da sempre su illustri musicisti italiani, internazionali e giovani artisti: con quali criteri hai selezionato e bilanciato i protagonisti del cartellone di quest’anno?
È sempre stato un nostro assunto quello di cercare un equilibrio fra le grandi figure, i musicisti di riferimento che sono nelle aspettative di tanti appassionati, anche di gusti diversi, e dall’altra parte una certa attenzione al rinnovamento dei linguaggi musicali, al cambio generazionale, alle diversità (di genere, di strumenti e di provenienze geografiche) e alle attinenze con le altre musiche, la letteratura, il cinema e la storia. Chi ci segue da circa trent’anni sa che qui può trovare tanto i quartetti d’archi quanto i quartetti di sax, la fusion imparentata con il latin, il piano solo e il piano trio, il duo di chitarre e la medium band, il modern e il contemporary mainstream, l’avanguardia storica e l’avant-rock. E naturalmente giovani e meno giovani, provenienti dall’Italia e dal mondo. Penso che il filo conduttore sia sempre stata l’intenzione di voler mostrare quanto la scena del jazz continui a essere varia e variopinta, semplice e composita, anche ma non necessariamente complessa, colta e popular. Come in fondo il jazz è sempre stato.
I concerti andranno in scena in prestigiose location vicentine, prime fra tutte il Teatro Olimpico, e in una serie di spazi più particolari come cinema, librerie, caffè e negozi: come hai scelto i luoghi degli eventi e gli artisti che vi si andranno a esibire?
A Vicenza abbiamo da sempre una caratteristica fortunata, quella di poter fare musica sia nei luoghi monumentali (anche quelli palladiani, patrimonio dell’Unesco) che in quelli, come si suol dire, canonici, ma soprattutto in tutti i locali pubblici possibili: quest’anno siamo tornati ai numeri pre-Covid e nell’insieme il cartellone può contare su oltre un centinaio di occasioni di musica. Sono tante, davvero: con questi numeri e in un periodo dell’anno non vacanziero, non credo che vi possano essere paragoni con nessun altro festival. E qui parlo solo di numeri che documentano la penetrazione e il coinvolgimento del tessuto cittadino e del territorio. Naturalmente il Teatro Olimpico è un must, come lo è il concerto in notturna al Cimitero Maggiore, come lo sono le chiese che, come il cimitero, ospitano i suoni di una spiritualità laica. Ma negli ultimi anni abbiamo creato un centro focale al Teatro Comunale, in tutti i suoi spazi, interni ed esterni, dove si può arrivare dal pomeriggio e restare sino a notte inoltrata, passando tanto tempo con la musica. È anche un piccolo tentativo di dare risposte non abituali alle diverse domande di nuovi approcci e nuove modalità di avvicinamento del pubblico alla musica.
Al festival andranno in scena anche produzioni originali e prime assolute europee e nazionali: ce ne parli?
Quest’anno ce ne sono tante, davvero. Sia il Kronos Quartet che il solo piano di Sullivan Fortner saranno presenti nella loro unica data italiana; Al Di Meola, Ralph Alessi e Yellowjackets si esibiscono nella prima data italiana; quella della Lydian New Call è un’anteprima nazionale (la prima sarà a giugno alla Casa del Jazz di Roma); il duo di chitarre di Marc Ribot e Ava Mendoza è una produzione originale, fra l’altro per un’improvvisazione integrale senza rete; altrettanto è una nostra produzione l’omaggio a Rosa Parks che abbiamo costruito con il trio Circular Pyramid di William Parker, con Ava Mendoza e Hamid Drake, al quale si unisce la voce recitante di Celeste Dalla Porta, la giovane Parthenope di Paolo Sorrentino, fresca vincitrice come artista emergente di un David Rising Star (fra l’altro, per questa serata William Parker ha scritto appositamente delle poesie per ricordare Rosa Parks, a vent’anni dalla scomparsa e a settanta dal suo celebre gesto di diniego in un autobus di Montgomery in Alabama); infine la prima data europea del quartetto “First Meeting” di Gonzalo Rubalcaba con Chris Potter, Larry Grenadier ed Eric Harland. E poi ci sono anche cose “normali”, mi auguro comunque interessanti.
Oltre ai concerti ci saranno anche eventi collaterali dedicati ad altre forme d’arte?
Sì, incontri culturali, presentazioni di libri, ma soprattutto alcuni interessanti appuntamenti al Cinema Odeon: “L’infinito” di Umberto Contarello, proiettato con il regista in sala che dialoga con il sax di Pietro Tonolo, interprete delle musiche di Danilo Rea; “Soundtrack to a Coup d’Etat”, spettacolare docufilm di Johan Grimonprez, sulle vicende musicali e politiche consumatesi intorno all’assassinio del leader congolese Patrick Lumumba (con Max Roach e Abbey Lincoln in primissimo piano nella sede delle Nazioni Unite); “Parthenope” di Paolo Sorrentino, con la protagonista Celeste Dalla Porta in sala; “La conversazione” di Francis Ford Coppola, in omaggio allo scomparso Gene Hackman, in una delle sue memorabili interpretazioni, qui in veste anche di sassofonista amatoriale.
Tra le formazioni in programma c’è anche la Lydian New Call da te diretta, evoluzione della storica Lydian Sound Orchestra, con una line up di ultima generazione: ce la presenti?
Ritengo che la Lydian, nei suoi trentacinque anni di storia (è nata nel 1989 e il primo disco è del 1992), abbia lasciato un suo piccolo segno, testimoniato da concerti quasi ovunque, dirette radiofoniche e tanti dischi, spesso premiati, ma soprattutto da un suo proprio suono, il lydian sound. Dopo tanto tempo, a più di vent’anni dall’ultima rifondazione del 2002, si era chiuso un arco di vita ed era giusto, credo, cercare nuove vie. Siamo sempre una dozzina di elementi ma, oltre a cinque fiati, c’è la voce in funzione strumentale, la chitarra, il vibrafono, il violoncello, il basso, la batteria e qualche effetto elettronico. L’età media della formazione è molto diminuita: i nuovi lydians sono giovani, ma sono tutt’altro che alle prime armi, hanno già realizzato loro dischi, partecipano a diverse esperienze e tra di loro ci sono donne, non solo come cantanti; una volta non sarebbe stato materialmente possibile. Parlo di Gaia Mattiuzzi (voce), Manuel Caliumi (sax alto e soprano), Giovanni Fochesato (sax tenore), Giulia Barba (sax baritono e clarinetto basso), Michele Tedesco (tromba e live electronics), Glauco Benedetti (tuba e valve trombone), Marcello Abate (chitarra), Nazareno Caputo (vibrafono), Salvatore Maiore (violoncello), Federica Michisanti (contrabbasso) e Bernardo Guerra (batteria). Il repertorio è sostanzialmente nuovo: fermo restando un filo rosso di continuità, desideravo voltare pagina anche in questo senso. Io per primo, nella scrittura, ho cercato e vado sempre cercando soluzioni diverse, anche guardando ad altre musiche o studiando autori classici che già cent’anni fa erano veramente avanti. Uno fra questi è Béla Bartók: un nuovo brano si chiama “Kótrab”, cioè Bartók all’inverso. Non mancheranno riletture di Thelonious Monk, Paul Motian e Ornette Coleman, ma saranno davvero nuove letture, non solo vino vecchio in nuove bottiglie. Per questo confido molto nei nuovi interpreti: sono davvero curioso di annusare il nuovo sound e un interplay diverso. E sono fiducioso sui rischi e sugli errori giusti: diceva Derek Bailey che per improvvisare sul serio ci deve essere poca familiarità fra i players. Sì, sono molto fiducioso.
Un altro speciale appuntamento è quello con la finale dell’Olimpico Jazz Contest: ci parli di questo concorso?
Quest’anno la quinta edizione del premio era dedicata a batteristi e batteriste e si sono iscritti, mandando copioso materiale, quasi quaranta concorrenti. Alla fine, dopo una lunga selezione, abbiamo scelto cinque finalisti: Francesco Benizio (Brindisi), Riccardo Cascino (Napoli), Gabriele Da Ros (Pordenone), Vito Tenzone (Bari) e Gianluca Vescovini (Modena); si giocheranno il primo e secondo posto nella finale del pomeriggio di martedì 20 maggio, quando in giuria ci sarà anche Hamid Drake. Il concorso prevedeva anche il Premio Birro per la miglior composizione, legata ai nuovi linguaggi, che è stato assegnato a Francesca Remigi per il brano Gomorra.
Tu sei direttore artistico di Vicenza Jazz sin dalla prima edizione del 1996: quali sono i cambiamenti più importanti che hai visto verificarsi in questi anni e che hanno permesso al festival di crescere e progredire?
Più che cambiamenti ritengo che vi siano stati dei segni di continuità che si sono sviluppati in modo positivo. Come accennavo sopra, in particolare la condivisione e la sempre maggiore penetrazione nel tessuto cittadino: oggi, in generale, la città aspetta il festival jazz come un appuntamento importante che entra in tutte le porte della città, l’aspettativa c’è anche da parte dei non appassionati, di chi semplicemente va al bar e al ristorante e sente musica dal vivo, va in libreria e vede libri di musica, al cinema e vede film con certe storie, certi plot e soprattutto colonne sonore speciali; e anche di chi va in un negozio d’abbigliamento e si trova davanti un sassofono. Poi il fatto che il jazz in questi dieci giorni sia presente nei teatri e nei palazzi storici, nelle chiese e in luoghi diciamo desueti. Infine la presenza costante e attiva di uno sponsor coproduttore come Luca Trivellato, che ha in qualche modo aiutato a legittimare il festival, qualsiasi fosse la guida politica delle amministrazioni comunali. Il fatto decisivo è che, almeno a tutt’oggi, nessuno discute l’importanza di questo evento.
La risposta del pubblico alla manifestazione è sempre molto positiva e consolidata: da cosa dipende secondo te e che tipo di target avete?
La risposta convinta del pubblico è quasi una conseguenza di quanto detto sopra: la gente viene ai concerti in parte perché si informa e sa cosa preferisce vedere e sentire, in parte perché ha imparato a fidarsi e sa che di norma la qualità non manca. Il target del pubblico è sostanzialmente vario, ma direi anche che cambia da appuntamento ad appuntamento. Anche chi non è esperto cerca di informarsi e di capire in quale serata possa trovare qualcosa di affine alle sue aspettative. Sono ben convinto che chi partecipa a certe serate quasi sicuramente non vada a certe altre, tanta e tale è la diversità del linguaggio musicale. Ma è così anche nelle stagioni di musica classica, di teatro o di danza: pochi fra quelli che amano Mozart seguono anche Bartók o Stravinskij (o “Il nome della rosa” di Francesco Filidei) e chi ama la danza classica o il teatro classico non segue la contemporanea o la scena off. Poi credo che, a Vicenza come altrove, quello del jazz sia tendenzialmente un pubblico adulto e intellettualmente curioso. Ed è una constatazione che non può che farmi piacere.
E per il trentennale del festival che si terrà il prossimo anno quali sorprese hai in serbo e quali artisti sogneresti di portare sul palco per festeggiare questo importante traguardo?
Nel 2026 cadrà il centenario della nascita di Miles Davis e non potremo sottrarci: l’impronta lasciata da Miles è stata tale nella storia della musica del secondo Novecento che questo centenario ha messo in ombra persino quello di un coetaneo che a suo tempo sembrava persino più importante, John Coltrane. Ma come ha detto Winton Marsalis, «Il primo musicista jazz fu un trombettista, Buddy Bolden, l’ultimo sarà un trombettista, l’arcangelo Gabriele». E fra le trombe di Gerico e il divino Miles, ci sono stati Nick LaRocca, Bix Beiderbecke, Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Clifford Brown: la tromba è essa stessa la storia del jazz. Naturalmente, oltre al suono delle trombe, nel maggio 2026 si sentirà anche molto altro ma, quantomeno per scaramanzia, è meglio non fare nomi.
(a cura di Arianna Guerin)
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