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“What I Felt”, l’emozione che prende forma nella musica. Intervista a Francesco Maria Mancarella
Photo Credit To Michele Giannone

“What I Felt”, l’emozione che prende forma nella musica. Intervista a Francesco Maria Mancarella

17 ottobre 2025

Da oggi è disponibile in vinile limited edition e in digitale “What I Felt” (https://sme.lnk.to/whatIfelt – distribuito da Sony Music Italy), il nuovo album del direttore d’orchestra, pianista e compositore Francesco Maria Mancarella, il cui suono caldo, ovattato e avvolgente, ma allo stesso tempo ampio e potente, narra una storia semplice, quella di un uomo che sul palco interpreta la vita degli altri cercando di trovare uno spiraglio da cui possano scorgersi le emozioni. Ce lo racconta in questa intervista.

Francesco iniziamo dalle tue origini artistiche: com’è nata la passione per il pianoforte e come si è evoluta nel tempo la tua storia musicale? Quali consideri le tappe più importanti della tua carriera?
Sono nato in una famiglia di musicisti per cui il passaggio di testimone è stato semplice, anche se io non ho mai dimostrato di voler fare questo nella vita. Mi piace pensare che mi sia trovato con questo mestiere tra le mani. Da piccolo studiavo in conservatorio e suonavo le partiture di mio padre. Quello che non è mai stato uno studio matto e disperato in tenera età, è diventato invece il mio punto cardine poco dopo la scuola superiore. Ci sono momenti nella vita che segnano una svolta: uno di questi è stato per me studiare pianoforte jazz al Conservatorio di Lecce. Il jazz mi ha aperto la mente, ha cambiato il mio approccio alla composizione, mi ha contaminato con quella libertà che la musica classica non mi aveva mai dato, mi ha reso libero di avere un pensiero musicale autonomo. Da quel momento in poi ho cercato di raccogliere tutto quello che potessi eliminando ogni barriera stilistica e facendo solo quello che mi piaceva. Poi ci sono stati tre incontri che hanno cambiato la mia carriera, ovvero quello con l’attore Enrico Lo Verso, con il compositore Francesco Taskayali e con la cantante Alessandra Amoroso.

Tu sei conosciuto a livello internazionale per il “pianoforte che dipinge”: ci racconti questo progetto?
Il pianoforte che dipinge è un progetto sinestetico, cioè musica e pittura si fondono insieme sullo stesso supporto. La musica diventa arte pittorica, si trasforma in materia, è tangibile e anche visibile. È un progetto a cui tengo molto e che mi ha permesso di esibirmi in Europa e negli Stati Uniti, a Miami. Ho spogliato il pianoforte delle corde, ho modificato la martelliera e la meccanica e ho inserito una tela rotante al suo interno, così ogni nota batte con un diverso colore sulla tela e diventa unica. Poi i brani che realizzo possono essere ascoltati semplicemente inquadrando il Qr code che è presente sulla tela. Ci sono voluti più di due anni di lavoro per brevettarlo e costruirlo. Sono orgoglioso di questo progetto, per me il pianoforte non è solo uno strumento, è un confidente, un compagno in questo meraviglioso viaggio musicale. Devo tanto al pianoforte che dipinge.

Ora esce il tuo nuovo album “What I Felt”, con cui hai creato un timbro unico e personale attraverso la tecnica del “pianoforte preparato”: ce la spieghi?
Ricercavo un suono ovattato, caldo e morbido, ma non volevo utilizzare la sordina del pianoforte verticale e per questo ho pensato: «e se lo facessi col pianoforte a coda?». Così ho fatto, ho smontato la meccanica e agganciato il feltro al piano. Ne ho scelto uno molto sottile, in modo da non chiudere completamente il suono e lasciare che le corde vibrassero nella coda del pianoforte.

Come hai scelto il titolo dell’album?
Ho giocato sulla parola “felt”, che in inglese ha una duplice accezione poiché vuol dire sia feltro (che è quello che ho usato per preparare il piano) sia il sentire come sentimento. È la parola perfetta per questo album, un gioco di parole che è importante quanto il disco stesso!

Da cosa ti sei lasciato ispirare per comporre i brani e quale equilibrio hai voluto garantire alla composizione, all’improvvisazione e all’arrangiamento?
È un disco tutto improvvisato. Ho montato i microfoni, ho preparato il pianoforte e l’ho lasciato lì ad aspettarmi. Quando mi sentivo ispirato mi sedevo e registravo. Tutti i brani sono stati realizzati al “buona la prima”. Li volevo così, come sono usciti in quel momento per ricordare la sensazione e l’unicità della composizione. Tutte le produzioni sono state fatte successivamente.

Come descriveresti l’atmosfera musicale dell’album dal punto di vista stilistico ed espressivo e cosa hai voluto raccontare con esso?
C’è un grande climax e tanta espressività, forza, potenza e orgoglio, ma anche dolcezza e semplicità. A tratti potrebbe sembrare musica elettronica, in altri momenti solo musica classica, in altri ancora musica leggera. Mi chiedo, quando raccontiamo qualcosa o esprimiamo un concetto perché dobbiamo cercare di incasellarlo in qualcosa che possa aiutarci a comprenderlo? Dal punto di vista stilistico non ho prestato molta cura al fatto di rientrare all’interno di canoni specifici, perché sarebbe stato un limite piuttosto che un valore aggiunto. Per me la musica non ha barriere, me lo ha insegnato il jazz.

Photo Credit To Michele Giannone

Nel tuo lavoro è centrale la ricerca sonora, attraverso la quale hai sviluppato nel tempo un’estetica musicale unica e riconoscibile. Cosa distingue e caratterizza principalmente la tua musica?
L’imprevedibilità. Mi piace molto studiare, approfondire la conoscenza dell’armonia, del pianoforte e della composizione. Tutto quello che imparo lo uso per contaminare, per arricchire, per migliorare, per essere sempre diverso e per non annoiarmi. Sarebbe bello pubblicare le mie sessioni di studio… ci sarebbe da divertirsi!

Cosa ti rende più orgoglioso e felice di questa tua nuova produzione?
Sono felice che mi rappresenti, mi ci riconosco. Questo è il mio quinto disco da solista. Il mio primo album, tra le altre cose, fu pubblicato da un’importante etichetta jazz e registrato con la Bulgarian Simphony Orchestra di Sofia. Da quel giorno sono successe tante cose… la musica non è altro che la nostra vita e cambia in base a ciò che accade e a quello che il destino ci riserva. Questo disco è solo un’altra delle tante tappe, lo dico con il sorriso e con un profondo rispetto per tutto il tempo che ho dedicato a quest’arte ed anche nei confronti di tutte le persone che hanno creduto e credono nel mio lavoro.

Presenterai l’album in un tour dedicato? Come cambia la tua musica dal vivo?
Certo! Il 14 novembre sarò a Bologna al Teatro San Leonardo, il 16 a Milano al Teatro Parenti e il 21 a Lecce al Teatro Paisiello. Dal vivo i miei brani non vengono mai come nel disco, mi piace variare, cambiarli e giocare con il tempo. In più avrò tre pianoforti sul palco: ci sarà da divertirsi.

Oltre che pianista tu sei anche autore, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e produttore musicale: come bilanci tutti questi aspetti e cosa significa per te fare musica oggi?
Mi impegno al massimo, metto tutto me stesso in questo lavoro, adoro spaziare da un’attività all’altra perché sono tutte facce della stessa medaglia.