5 luglio 2025
Alex Travi, vicepresidente di ZenArt, ci racconta storie, aneddoti e nuovi progetti della cooperativa artistica creata per supportare i professionisti del mondo dello spettacolo nella gestione degli aspetti fiscali, contributivi e burocratici, sempre al fianco degli artisti per semplificare, tutelare e valorizzare il loro lavoro, considerata tra le più importanti che operano nell’ambito della produzione musicale, del management e dell’organizzazione di grandi eventi.
a cura di Arianna Guerin
Ciao Alex e bentrovato su Jazzit! Zenart è tra le più importanti cooperative italiane che operano nell’ambito della produzione musicale, del management e dell’organizzazione di grandi eventi. Com’è organizzata attualmente la vostra squadra di lavoro e quali importanti progetti state seguendo in questo momento?
Ciao ragazzi di Jazzit, grazie per avermi invitato un’altra volta, essere intervistato da voi è sempre un grande piacere e un onore.
Zenart attualmente è così formata: il presidente è l’inossidabile Luca Lisi, il vice sono sempre io e nel consiglio di amministrazione è entrato Giacomo Scorza, che è stato il nostro primo dipendente e oggi è socio alla pari con me e Luca.
In questi anni abbiamo acquisito un’altra cooperativa, si chiama GardaSound, che presto verrà trasformata in Zenart Sound; lì io e Luca ci siamo scambiati i compiti.
Poi un altro nostro storico dipendente, Mattia Bertazzoni, è presidente dell’ultima nata “Zenart Academy”, una cooperativa sociale che si occupa degli insegnanti.
Mi piace citare tutti perché Zenart non ha un capo, è composta di tanti dipendenti che fanno ognuno il proprio… gli altri sono:
Monica Luchetta alla contabilità, il tuttofare Francesco Ugolini, cosa faccia esattamente non si sa, ma è praticamente il nostro super jolly,
Emanuela Mignone, pilastro della comunicazione e del management, Andrea Lisi, il nostro organizzatore di viaggi e della logistica, che si occupa anche di qualche artista italiano, e l’ultimo arrivato Roberto Carretta, un vero cecchino del booking.
Abbiamo anche un tirocinante, Pasquale Marsilio, appena arrivato, un giovanissimo partenopeo che ama la musica e mi veniva a “stalkerare” ai concerti.
Poi ci sono le nostre collaboratrici a distanza, Denisa e Jerma, che ci aiutano pur non essendo fisicamente con noi.
Cito una frase di Checco Zalone: «siamo una squadra fortissimi».

La vostra cooperativa è nata per erogare servizi agli artisti per quanto riguarda la loro tutela fiscale, contributiva e assicurativa. Ci sono stati dei progressi negli ultimi anni in questo ambito in Italia per difendere i diritti dei musicisti?
I diritti dei musicisti non sono tutelati, già a partire dalla nostra Costituzione: basta menzionare l’articolo 21 sul libero pensiero.
Un vate delle cooperative italiane e nostro mentore, il compianto Urano Borrelli, diceva che l’agibilità – documento senza il quale non ci si può esibire – è anticostituzionale.
Dal 2008, anno in cui abbiamo aperto, molte regole sono cambiate: essere iscritti alla cooperativa è una tutela, sia contributiva che assicurativa, oltre che fiscale.
Un nostro associato, artista di fama nazionale del quale tuteliamo la privacy, mi ha confidato: «Alex, lo sai che gli unici contributi che ho versato nella mia carriera sono quelli di Zenart?».
A volte gli artisti ci chiamano e dicono: «siete troppo costosi»… noi cerchiamo di far comprendere loro l’importanza dei versamenti contributivi per ogni singola giornata: non compensi nostri, ma loro, per il proprio futuro.
Come avete selezionato i musicisti che fanno parte del vostro attuale roster?
Storia abbastanza vecchia, si parte dagli anni Novanta: l’altro giorno, svuotando la cantina dei miei genitori, ho trovato il mio vecchio walkman e il lettore CD, entrambi rigorosamente Aiwa. Con quegli strumenti, tutte le mattine mentre andavo a scuola o nei momenti liberi della giornata, ascoltavo le mie cassette, poi i CD.
Ecco, oggi penso ad esempio a “8:30” dei Weather Report, al disco di Chick Corea “Friends”, al mitico “GRP Live”, oppure ai dischi di Michael Brecker.
Poi guardo il roster e leggo: Dave Weckl, John Patitucci, Joey Calderazzo, Eddie Gomez, Joe La Barbera, Peter Erskine, Mike Mainieri, Bob Mintzer, Al Di Meola, Marcus Miller (in collaborazione con Di&Gi), per non parlare di Rossana Casale, Sergio Caputo e Dado Moroni, che andavo ad ascoltare quando ero ragazzo nei club genovesi.
Il primo segreto è stato inseguire i sogni, l’altro elemento l’amore sfrenato per la musica.
Poi ci sono anche le nuove leve. La scorsa estate abbiamo fatto un mini tour con Christian Sands, che ritornerà in Italia per una sola data a luglio: pianista giovanissimo americano, nuova stella del jazz… non me ne vogliano le star che gestiamo, ma vista la veneranda età tra qualche anno potrebbero avere la necessità di andare in pensione, quindi dobbiamo anche guardare avanti 🙂

Quali sono gli artisti e gli eventi a cui hai partecipato che ti hanno maggiormente ispirato nella tua professione?
Sono sempre stato un fan accanito dei Toto, li ho rivisti a Umbria Jazz l’anno scorso. Anche in questo caso un amore sfrenato giovanile si è trasformato in grande amicizia con alcuni membri della band.
Negli anni passati abbiamo gestito i tour italiani di Simon Phillips e partecipato a qualche avventura italiana di Bobby Kimball.
Personalmente loro sono stati un po’ il mio ponte con gli Stati Uniti; nel 2008 feci un tour in Giappone con loro e nel 2009 andai a Los Angeles per la prima volta a festeggiare il Capodanno proprio a casa di uno della band. Diciamo che quel viaggio fu l’inizio di tante nuove avventure che ci hanno portato ad essere ciò che siamo.
Un altro artista che mi piace citare è Pat Metheny: nel 2022 io e Luca andammo addirittura in tour con lui a coadiuvare il road manager per le date italiane.

Pensando alla storia di Zenart fino ad oggi, quali sono stati i momenti più belli che vi hanno portato le maggiori soddisfazioni?
Mi va di rispondere prima di tutto citando ciò che mi fa svegliare felice tutte le mattine: «Finché andrò a lavorare con il sorriso perché amo ciò che faccio sarà una bella giornata».
Mi piace ricordare una sorta di record: lo abbiamo vissuto a Genova nella stagione estiva 2024 del Teatro Carlo Felice. Con il Festival dei Balletti di Nervi siamo riusciti, la sera della finale degli Europei (14 luglio), a portare ottocento persone a vedere il concerto di Kind of Bill con Paolo Fresu come super ospite.
Il momento indimenticabile è stato invece quando mi trovavo in America con la mia famiglia per un viaggio di piacere e ricevetti la telefonata del mio amico Matteo che mi diceva che fossi stato nominato ai Grammy con l’album prodotto insieme a Peter Erskine… fermai la macchina e mi misi a piangere dalla gioia.
E invece quali sono stati i momenti più difficili che avete dovuto affrontare?
Ad Arona, nel 2019, abbiamo creato un festival molto importante, con in programma grandi nomi della scena musicale internazionale, come George Benson, Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana ed Edoardo Bennato, una vera scommessa, anche più grande delle nostre competenze.
Eravamo molto uniti, abbiamo rischiato un sacco, perché oggi in Italia, quando decidi di mettere su un prato 2200 sedie e montare un palco 20×12, tutto davvero diventa difficile.
La burocrazia è disarmante e a volte ti trovi davanti a paradossi ermetici. Per esempio ad Arona ci chiesero di mettere le luci nei bagni chimici.
Ora chiedo a voi che mi state leggendo: “A quanti concerti avete partecipato con le luci nei bagni?”

Quali sono le doti e le azioni principali da intraprendere per svolgere al meglio il vostro mestiere?
Non vorrei ripetermi, ma l’amore per la musica è fondamentale: senza quello si rischia di diventare davvero degli “impiegati della musica”.
Vedo alcuni nostri colleghi – per fortuna pochi – che quando inizia il concerto si chiudono nel backstage, magari a guardare una partita, disinteressandosi totalmente di ciò che accade sul palcoscenico.
Altri, ancora più grave, non seguono per nulla gli artisti, si vantano solo di rappresentarli e si materializzano giusto all’evento più glamour per poi sparire di nuovo nel nulla.
Il momento del concerto è invece anche un’occasione di relax… ecco per esempio cosa faccio io: ascolto il primo brano, poi magari vado nel foyer a chiamare casa, salutare i bambini – perdo giusto un brano – ma poi torno ad ascoltare…
Amo stare nel backstage a godermi il concerto con il suono del palco, forse perché anche io sono un musicista e ho bisogno di restare lì tra loro, e forse anche perché il più delle volte i musicisti sono proprio quelli che ascoltavo con il walkman…
E la magia fa sì che uno sguardo o un sorriso rubato, una barzelletta ripetuta con gli occhi che ci ha fatto ridere prima del concerto, diventino gesti creatori d’armonia, anche se non si sta suonando.
Magari nel frattempo preparo il tour book del giorno dopo, apro il portatile per organizzare il viaggio, l’hotel, i biglietti aerei… ma sono comunque sempre lì accanto a loro.
La differenza è questa!
Amare il proprio lavoro e rispettare la parte artistica vuol dire anche seguire sempre i musicisti e vivere con loro il momento del concerto.

Si può vivere oggi di musica in Italia? Quali sono gli ingredienti per avere successo sia artistico che dal punto di vista economico?
Guardando ai fenomeni musicali attuali, è tutta una questione di marketing oppure l’arte riesce ancora ad emergere?
Domanda difficile… forse è più facile darvi i sei numeri del Superenalotto.
Ogni giorno mi arrivano materiali da ascoltare, persone che investono tanto sulla propria immagine, altri che pensano che basti un video girato con un telefonino per far capire quanto si è bravi.
A questo proposito faccio un esempio molto realistico fingendo di essere io un pianista sconosciuto che prova a promuovere il proprio materiale.
La prima domanda da porsi è: “A chi devo mandare la pubblicità?”
Se la mando a Carlo Pagnotta (patron di Umbria Jazz), basta sicuramente un video anche sfocato fatto da un cellulare: lui ha una cultura musicale e un’esperienza tali che dopo cinque battute ha già capito se io sappia suonare o se io sia un talento.
Ma sicuramente se gli mandassi un video fatto bene, con un buon audio, proverebbe maggior piacere a visionarlo e magari le battute che ascolterebbe potrebbero diventare venti. Se invece dovessi mandare il materiale a un festival il cui direttore artistico è stato messo lì dalla politica e non ha mai masticato musica (succede purtroppo, e non ho vergogna a dirlo), oppure è una persona con cultura pop che si ritrova a fare jazz (o viceversa), allora il materiale pubblicitario diventa fondamentale. E quindi scatta l’operazione marketing. Basti pensare alle grandi meteore che arrivano ogni anno, ovviamente più nel mondo del pop perché il jazz è una piccola nicchia dove chi ascolta, bene o male, capisce ancora qualcosa di musica.
È accaduto in Italia l’anno scorso, e a tal proposito copio dalla rete: «13 milioni di euro sono gli incassi delle due date milanesi di Taylor Swift dell’Eras Tour, ovviamente finite sold out a una manciata di giorni dall’inizio delle prevendite. Si noti bene: un sold out in una venue da 60.000 posti muove qualcosa come 6,5 milioni». Campare di sola musica non è facile; per arrivare dal nulla, come l’artista sopracitata, e riempire gli stadi nel giro di qualche anno, significa che c’è stata un’operazione di marketing degna di dieci tesi universitarie.
E questo succede per tutto, non solo nel mondo della musica. L’arte, secondo me, viene ancora fuori. Christian Sands terrà solo una data in Italia, è un pianista giovane, venduto davvero a fatica.
A Perugia, al Teatro Morlacchi nel 2024, la gente al concerto era in piedi impazzita. A Manerba del Garda il direttore artistico lo ha voluto anche quest’anno.
Ecco, questo punto è fondamentale: se i promoter credessero un po’ di più nei talenti emergenti sarebbe più facile per noi agenti lavorare.
Purtroppo la frase che ti senti spesso dire è: «Bravo, ma quanta gente potrà mai fare?».
Finché i soldi pubblici serviranno a mantenere gli artisti già famosi, che sbigliettano, non andremo mai avanti.
Credo che cambiare le regole del FUS sia fondamentale per il mondo della cultura.

Quali sono gli aspetti più belli del vostro lavoro e quelli più stancanti? Ci descrivi qualche vostra giornata tipo lavorativa? Come riuscite a conciliare un lavoro senza orari, senza ferie, senza feste – insomma una vera e propria missione lavorativa – con la vita personale?
La frase che diciamo spesso è: «Noi siamo sempre in vacanza»…
Comunque, nonostante le mille problematiche, sono ogni giorno più convinto che questo sia il lavoro più bello del mondo.
La giornata tipo inizia come questa mattina, quando mi sono seduto alla scrivania e ho detto a Emanuela, che mi siede accanto: «Che bello, otto ore in ufficio»…
Sto scrivendo oggi, 2 luglio, e abbiamo ancora tutta l’estate davanti. La nostra programmazione arriverà sino a metà novembre, il telefono è rovente, ogni giorno c’è qualche piccolo problema da risolvere.
Magari sono in spiaggia con i bambini, mi squilla il telefono e qualcuno mi informa che nell’hotel x non funziona l’aria condizionata… e quindi dovrò trovare una soluzione, o affrontare altri imprevisti.
Vi dico solo che, in questo periodo dell’anno, il mio computer viaggia sempre con me, accanto a me, notte e giorno. Invece il lavoro in tour è da una parte più rilassante, perché la componente “ufficio” è lontana, ma dall’altra comporta i problemi quotidiani degli artisti e dei promoter.
Se li conosci, sai come prevenirli al 90%. Se invece lavori per la prima volta con un artista, rischi di lasciare i nervi in A1 sull’asfalto.
Tutti i musicisti, come noi, hanno i loro lati positivi e negativi, fa parte della vita.
C’è gente che ama stare in tour, dormire sui pullman, viaggiare di notte, avere il pass sempre al collo… e chi invece detesta tutto questo.
Io sinceramente sono cambiato… sarà forse per l’età che avanza, ma inizio a preferire lo stare a casa e magari gestire tutto dalla stanza dei bottoni.
Raccontaci qualche aneddoto del tuo lavoro che ti ha fatto divertire, emozionare e impaurire… E c’è un momento, un artista, un concerto a cui sei particolarmente legato?
Nell’ultimo tour con John Patitucci, Dave Weckl e Joey Calderazzo, nel 2024, siamo andati a mangiare prima del concerto, come di consueto, in un bellissimo ristorante pagato dal promoter.
Appena seduti, i tre musicisti e noi della crew abbiamo ordinato un’insalata mista.
Il cameriere ci ha risposto che lo chef non amasse preparare le insalate e che nel loro locale non le servissero.
Allora mi alzo, vado a chiedere spiegazioni e mi viene confermato quanto detto al tavolo.
Noto un certo nervosismo tra i musicisti e decido così di fare una follia: esco, mi dirigo di corsa – sotto la pioggia battente – in un supermercato e compro cinque sacchetti di insalata mista.
Ritorno al ristorante, entro in cucina e dico: «Sono il marito di una ristoratrice Michelin e so che sto commettendo un grave gesto, ma potreste impiattarmele e portarle a tavola? Grazie mille ragazzi, buon lavoro».
Ritorno in sala e improvvisamente… arrivano le insalate.
Abbiamo riso per circa tre giorni ripensando all’accaduto e ogni volta che, mentre mangiavamo, arrivava l’insalata gli artisti mi guardavano e ringraziavano come se fossi stato sempre io ad avergliela comprata. 🙂 Un momento indelebile?
Era il 2020, esattamente il 3 luglio. Ci trovavamo nel pieno della pandemia, e stavamo tenendo il primo concerto dopo la ripresa:
il mio fraterno amico Dado Moroni, in piano solo, si esibisce in un surreale concerto al Teatro Ristori di Verona.
Dico surreale perché ero con mia moglie e non sono potuto stare nemmeno vicino a lei: eravamo a due sedili di distanza.
Era l’inizio della ripresa. Indimenticabile.

E per finire, cosa bolle in pentola per il futuro?
Dopo quest’estate piena di tour, a ottobre saremo in tournée con una super band formata da Peter Erskine, Mike Mainieri, John Beasley, Matthew Garrison e Bob Sheppard.
Questo tour vuole davvero consacrare quelli che sono stati i due gruppi principali di Peter Erskine, ovvero i Weather Report e gli Steps Ahead.
All’inizio non sapevamo come chiamarlo. Una notte insonne scrivo a Peter: «Senti questo amico mio, appena sveglio nel pieno dei sogni: “Steps Into The Weather”»,
e lui mi risponde: «Siiiii! Ecco il titolo di cui avevamo bisogno». Per il 2026, invece, avremo Al Di Meola, gli Yellowjackets e Steve Gadd… per adesso. Grazie per l’intervista.
W Jazzit e W la musica!

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