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“Zàkynthos”, un affascinante viaggio immaginario tra suggestioni, colori ed emozioni. Intervista a Francesco Bruno

“Zàkynthos”, un affascinante viaggio immaginario tra suggestioni, colori ed emozioni. Intervista a Francesco Bruno

10 giugno 2025

L’ispirazione di “Zàkynthos”, l’ultimo album, edito da AlfaMusic, del chitarrista e compositore Francesco Bruno, parte dai racconti immaginari portati dai venti del mondo, che soffiano e si raccolgono simbolicamente sull’isola di Zàkynthos (Zante), in Grecia e al centro del Mediterraneo, dove nelle prime mappe geografiche si trovava la rosa dei venti. Un viaggio appassionante, in cui ci sono i colori caldi misti a sfumature malinconiche della musica latina, del Mediterraneo, il jazz afroamericano e la melodia, che portano l’ascoltatore in una terra senza confini, quella della fantasia. In questo suo nuovo progetto Francesco Bruno è affiancato dal batterista Marco Rovinelli e dal contrabbassista Andrea Colella, coinvolti in un affascinante interplay che esprime tutta la gioia del suonare insieme. Il disco ruota attorno alla scrittura melodica, che da sempre caratterizza le produzioni di Francesco, con la chitarra al centro della narrazione, le cui radici affondano nel lessico tradizionale del jazz, per poi evolversi in nuove forme espressive, senza mai abbandonare la comunicazione e l’empatia con l’ascoltatore.

Ciao Francesco e bentornato su Jazzit! Il tuo ultimo album “Zàkynthos” è un emozionante viaggio immaginario che attraversa il bacino del Mediterraneo e incrocia le più svariate culture del sud del mondo. Quale gestazione ha avuto questo progetto, come hai scelto il titolo dell’album e che storie hai voluto raccontare con esso?
Innanzitutto grazie di cuore per gli apprezzamenti, sono felice di potermi rivolgere nuovamente a tutti i lettori di Jazzit! Ho sempre pensato alla musica come la possibilità di far viaggiare l’ascoltatore attraverso una dimensione immaginaria nella quale ritrovare suggestioni, colori ed emozioni. Componendo cerco di raccontare storie, dipingere paesaggi, commuovere chi ascolta, trascinandolo in un’onda emotiva. Oggi viviamo in un mondo nel quale tutto è sempre più condizionato dalle immagini, dunque riuscire a suscitare emozioni con la sola musica è una grande sfida. Mi sento idealmente parte di una cultura che accomuna non solo i popoli del bacino del Mediterraneo, ma anche tutta l’America Latina, il sud del mondo, in una sorta di comune sentire, di passionalità condivisa, che è fonte per me di inesauribile ispirazione. In questo lavoro ho scelto il vento come metafora, perché il linguaggio del jazz, come ho scritto nelle note di copertina di “Zàkynthos” (il titolo è riferito all’isola del Mediterraneo dove originariamente era posta la rosa dei venti), è il più forte dei venti che conosco, capace con la sua forza di attraversare culture di tutto il mondo, spazzando via ogni dogma o pregiudizio, rimanendo vivo e rinnovandosi da sempre. È proprio questa libertà espressiva che amo e che ha sempre ispirato i miei progetti.

E da cosa sei stato ispirato in particolare per comporre gli otto brani originali dell’album? E come hai bilanciato scrittura melodica, improvvisazione e arrangiamenti?
La musica deve essere una libera espressione della nostra anima, ma passando attraverso un linguaggio credo che questo debba essere sempre comprensibile, i livelli di percezione di chi ascolta sono ovviamente differenti e rapportati al grado di conoscenza specifica, ma un presupposto fondamentale da sempre per me è la comunicazione con il pubblico che ascolta. Il mio universo compositivo è stato sempre molto legato alla melodia nelle sue infinite declinazioni, come avveniva del resto per molti songwriters della tradizione del jazz. La melodia consente di avvicinare al jazz, anche nelle sue forme più complesse, ascoltatori dalle diverse sensibilità e livelli di conoscenza. Anche in “Zàkynthos” il punto di partenza è stato dunque quello di lavorare su cellule melodiche poi sviluppate sia dal punto di vista compositivo che improvvisativo. Il bilanciamento tra questi due aspetti è la parte più complessa e affascinante del lavoro ed è legata anche alla capacità dei musicisti di integrare le parti compositive strutturate con la creatività dell’improvvisazione. L’ispirazione nel comporre è qualcosa di indefinibile, potrei dire che sicuramente è legata al vissuto e allo stato d’animo del momento, ma è anche affiancata e supportata dal bagaglio tecnico e di esperienze che ogni compositore porta con sé. Un buon risultato compositivo è il frutto di un bilanciamento tra questi due elementi, un mix nel quale è però fondamentale che la conoscenza sia sempre al servizio dell’ispirazione.

Come descriveresti l’atmosfera musicale dell’album dal punto di vista stilistico ed espressivo?
È sempre stato difficile per me trovare una definizione della mia musica; “Zàkynthos” segue idealmente un percorso iniziato molti anni fa, per la commistione di elementi stilistici in esso contenuto, ma che oggi ha sicuramente prerogative diverse. È un album di jazz acustico, che trae certamente ispirazione dalla tradizione, dal mio amore per i grandi chitarristi jazz del passato, ma che è anche mosso dalla passione per la ricerca di un linguaggio chitarristico personale, con nuove modalità espressive.

Ci parli dei musicisti che ti hanno accompagnato in questa tua nuova avventura musicale? Come li hai scelti, determinando così il linguaggio e lo stile musicale del disco?
Lavoro molto alla scrittura e agli arrangiamenti dei miei brani prima di cominciare le registrazioni e realizzo sempre dei demo, avvalendomi anche di strumenti virtuali, questo per dare ai musicisti una visione chiara della direzione che intendo intraprendere, poi ovviamente saranno loro con veri strumenti a interpretare e arricchire il materiale. Sia in studio che dal vivo cerco sempre di creare un’atmosfera rilassata, con l’obiettivo di far sentire tutti i musicisti parte di un progetto comune, che vive anche grazie al loro contributo. Credo molto nella validità di fare squadra. In questo progetto ho chiamato a collaborare con me Marco Rovinelli alla batteria e Andrea Colella al contrabbasso. Marco ha suonato con me in studio e dal vivo per molti anni ed è riuscito a interpretare perfettamente i nuovi brani, avendo una grande preparazione e un’ottima conoscenza di più stili musicali, un aspetto molto importante per quanto riguarda la mia visione artistica. Andrea lavora con me da qualche anno ed è stato una vera e propria rivelazione, uno straordinario mix tra energia e raffinatezza, con una grande cura del suono dello strumento. C’è stata una grande affinità con entrambi ed è stato dunque facile per me realizzare insieme quello che avevo in mente.

In questo album hai scelto di esprimerti con la delicatezza e la poesia della dimensione minimale del trio acustico, con la chitarra al centro della narrazione. L’universo della chitarra classica ti affascina da sempre, convivendo con la dimensione chitarristica propria del jazz. A tal proposito ci racconti com’è nato il tuo amore per la chitarra e la musica jazz?
Negli ultimi anni, dopo aver prodotto molti album di jazz elettrico e anche lavori multimediali molto complessi, ho sentito l’esigenza di riscoprire una dimensione minimale, dunque per alcuni versi più vicina alla tradizione del jazz. Era da tempo che pensavo a un disco in trio, nel quale la chitarra fosse maggiormente protagonista. Ho pensato così di mettermi alla prova, utilizzando la sola chitarra a differenza di quanto fatto in passato, concentrandomi ancora di più sulla ricerca compositiva e sulle possibilità espressive del mio strumento. Pochi colori di base dunque, per raccontare a chi ascolta un nuovo viaggio, proprio come avviene per certi versi nell’affascinante mondo della chitarra classica che ho sempre amato.

Cosa rappresenta questo disco così intimo e introspettivo nella tua evoluzione artistica e umana?
Una sfida difficile alla quale ho iniziato a lavorare anche con un certo timore, dovendomi confrontare con una materia decisamente ampia, sia per le possibilità espressive che lo strumento offre, che per la vasta e importante discografia già esistente. In fondo, a livello introspettivo, è stato un riscoprire con piacere il punto di partenza di tutta la mia avventura musicale, quella di un ragazzo che, come tanti della mia generazione, imbracciava una chitarra per la prima volta, seguendo i chitarristi rock del tempo, per poi scoprire più avanti il jazz nelle sue infinite declinazioni, sino ad arrivare ad oggi, con tante esperienze maturate sul campo, ma con la voglia di sentirsi sempre un eterno studente. Una sorta di confronto tra due foto così distanti nel tempo, accomunate da una passione mai sopita.

Questo è il secondo album, dopo “Onirotree”, che pubblichi con l’etichetta AlfaMusic: che tipo di rapporto si è creato con i discografici e come si sono svolte le sessioni di registrazione?
Il mio rapporto con tutto lo staff di AlfaMusic va al di là della sola collaborazione professionale, iniziata con il progetto “Onirotree” e proseguita oggi con “Zàkynthos”; conosco Fabrizio Salvatore da moltissimi anni e siamo legati da una grande e sincera amicizia, inoltre è stato per me un grande piacere poter conoscere e collaborare anche con Alessandro Guardia. AlfaMusic è una realtà importante nell’ambito del jazz nazionale, grazie alla sincera passione di Fabrizio e Alessandro, che da anni danno visibilità a tantissimi progetti di jazz italiano. Le registrazioni di “Zàkynthos” sono state effettuate nel mio studio a Lavinio (RM): il tutto è avvenuto in tempi molto brevi, registrando pochi take per ogni brano e scegliendo poi insieme ai musicisti quelli più convincenti per spontaneità. Ho curato personalmente le registrazioni e i missaggi, confrontandomi con Fabrizio e Alessandro, prima nell’ascolto dei mix e poi dei masters ricevuti da Bob Fix, il mio guru di riferimento da sempre per quanto riguarda il mastering.

Che emozioni hai provato nel proporre questo tuo nuovo progetto al pubblico? Come cambia la tua musica dal vivo?
Suonare dal vivo è la cosa più affascinante per un musicista di jazz, proprio perché non è mai prevedibile ciò che avverrà sul palco! Un disco è in effetti la foto di un momento, un punto di partenza, poi tutto si evolve, si modifica dal vivo in ogni concerto, interagendo non solo con i musicisti, ma anche con lo stesso pubblico, che riceverà le emozioni che tu gli trasmetterai. Devo dire con soddisfazione che questo progetto ha riscosso molti apprezzamenti dal vivo ed è andato in scena anche con la partecipazione di special guests quali Javier Girotto, Raynald Colom e Maurizio Giammarco, tre grandi musicisti dalle diverse sensibilità che lo hanno di volta in volta impreziosito con il loro contributo.

Tu sei anche organizzatore e direttore artistico di eventi, promoter e produttore discografico: come riesci a bilanciare tutti questi aspetti della tua professione?
Sono in effetti impegnato su vari fronti, coadiuvato però da tanti preziosi collaboratori, prima fra tutti da sempre mia moglie Donatella Salta, affiancata negli ultimi anni da un grande amico, Rodolfo Siraco, grazie al quale abbiamo iniziato nel 2021 l’avventura dei nostri festival jazz sul territorio, eventi che vivono, oltre che con il contributo delle amministrazioni locali, grazie al sostegno dei tanti volontari della nostra Associazione culturale “Hangar”, di tutto lo staff di AlfaMusic e quest’anno, con grande piacere, anche di Jazzit che sarà nostro media partner. “Anzio’s Summer Jazz Time” e “Nettuno Jazz – Segnali Dal Forte” sono divenuti, grazie al lavoro di tutti, delle realtà culturali importanti nel territorio, non solo per i nomi dei grandi jazzisti che vi hanno transitato, ma anche per la presenza al loro interno di altre forme artistiche e sociali, quali la pittura, il teatro, la poesia, la danza, la conoscenza della natura e il coinvolgimento delle persone diversamente abili. Certamente tutto questo richiede tanta applicazione in ambiti che esulano anche da quelli strettamente artistici, ma al centro dei miei impegni rimane sempre, in maniera categorica, lo studio quotidiano dello strumento, con la sensazione che non sia mai abbastanza il tempo ad esso dedicato. Ma in fondo è così da sempre.

E per finire, quali sono i tuoi prossimi obiettivi e i progetti per il futuro?
Questa estate sarò impegnato con i nostri festival e una serie di concerti sia con il trio del progetto “Zàkynthos” che con il mio quartetto, completato da Pierpaolo Principato al pianoforte, Giorgio Raponi alla batteria e Andrea Colella al contrabbasso, con un concerto che ho chiamato “New Heart Waltz”, che comprenderà anche brani scritti in passato interpretati in una nuova veste acustica. Dopo l’estate vorrei pensare anche a un nuovo progetto, per cercare di raccontare ancora con la mia musica altre storie e immaginare altri paesaggi, anche perché quelli attuali del nostro pianeta non sono proprio incoraggianti. Credo, come ho già detto, che il jazz dovrebbe essere preso ad esempio per la sua capacità di andare oltre le miserie umane e di creare armonia e territori comuni senza confini di alcun genere. Non sarà mai facile che questo venga compreso, ma credo che valga comunque la pena, sia come musicista che come uomo, di continuare ad essere, nel mio piccolo, un testimone di questo pensiero! Ringrazio nuovamente tutto lo staff di Jazzit per la preziosa collaborazione, dando appuntamento a tutti i lettori ai concerti dal vivo di questa estate!

a cura di Arianna Guerin

INFO

www.francescobruno.com

 

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