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Why Not?
Intervista a Lanfranco Malaguti

Why Not? </br> Intervista a Lanfranco Malaguti

Abbiamo intervistato Lanfranco Malaguti in occasione dell’uscita di “Why Not”(SPLASC(H), 2016), il nuovo album in cui rilegge alcuni classici della storia del jazz, da The Days Of Wine And Roses a Joy Spring, in compagnia di Romano Tedesco alla fisarmonica, Nicola Fazzini al sax alto e Luca Colussi alla batteria.

Di Eugenio Mirti

Nelle note di copertina scrivi: «con  “Why Not” chiudo un ciclo musicale»: ce lo racconti?
A partire dagli anni ’80, ho creato, sviluppato e realizzato tutta una serie di progetti il cui unico scopo era quello di esprimere totalmente il mio essere. Ho sempre cercato di abbandonarmi al flusso delle idee che scaturiscono dalla ispirazione, ma anche dal bagaglio culturale; nel mio caso, credo che la razionalità e l’istinto musicale si siano sempre compenetrati. Istinto e razionalità mi hanno indotto a intraprendere un percorso all’insegna del puro piacere di far musica al di là di qualunque condizionamento o moda. In questo mi ha aiutato il fatto di potermi mantenere con un’altra professione completamente al di fuori del mondo musicale. Muovendomi su questa base ho realizzato, in questi anni, alcune decine di dischi piuttosto differenti tra loro. Ora avverto la necessità di interrompere l’attività discografica e continuare a dedicarmi alla mia ricerca individuale. Nel frattempo potrò sempre esprimermi attraverso eventuali concerti che mi mettano a contatto diretto con il pubblico.

Come hai scelto i musicisti che ti hanno accompagnato in questo ciclo?
Tutti i musicisti con cui ho finora collaborato possedevano una certa empatia con me, sia per quanto riguarda la natura musicale in senso stretto, sia per quanto concerne la tipologia dei progetti che via via si articolavano nel tempo. Gli elementi fondamentali che hanno caratterizzato tutte le collaborazioni sono stati l’interplay e la capacità di svincolarsi da certi luoghi comuni tipici sia della musica più legata a schemi tradizionali sia di quella più libera.

A differenza dei tuoi ultimi lavori, in “Why Not” ti diverti a rileggere celebri classici. Perché questa scelta? 
Il fatto di rileggere alcuni evergreen rientra nel mio ciclico impulso di misurarmi con gli standard, che costituiscono un indicatore di quanto un musicista jazz riesca ad esprimere qualcosa di nuovo all’interno di un repertorio abusato e  allo stesso tempo sempre fonte di nuova ispirazione.

Come nasce la passione per i suoni di chitarra così cangianti (chitarra viola, chitarra contrabbasso, etc.)?
Ogni strumento ha la sua anima e la sua storia. Ogni suono e timbro, pur all’interno di uno specifico stile musicale, hanno la propria peculiarità che induce il musicista a intraprendere una certa via. Da qualche anno ho deciso di dare libero sfogo al desiderio di esprimere la mia musica attraverso sonorità e timbri che mi affascinano e mi guidano a seguire e sviluppare nuove strade sotto il profilo melodico e armonico. La sola chitarra tradizionale mi limita in tal senso.

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Quali sono i tuoi progetti nel futuro?
Come accennato prima, il mio unico e attuale obiettivo è quello di esprimere la mia musica dal vivo a stretto contatto con il pubblico: quella musica che nasce dalla mia incessante ricerca.