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Unfit
Intervista a Marco Papadia

Unfit</br>Intervista a Marco Papadia

21 marzo 2018

Si intitola Unfit il nuovo disco dei Sidewalk Cat, pubblicato da Emme Record Label; abbiamo Marco Papadia, chitarrista e compositore del progetto.

Di Eugenio Mirti

Unfit: qual è il senso del titolo?
Il titolo dell’album, Unfit, è stato scelto da Sofia, autrice dei testi. Risponde all’ispirazione emotiva che ha tratto dalle atmosfere delle composizioni nate orfane di titolo. Era inizialmente il titolo del primo brano da me composto, ma non presente nel disco. In seguito all’ascolto dei cinque brani inclusi, si è trasformato nella categoria umana e psicologica che lega ogni personaggio protagonista dei testi. Ogni composizione e, di conseguenza, ogni racconto è stato pensata come l’estratto della vita di un solo soggetto, appunto l’inadatto. L’idea era di mantenere una certa unità narrativa, in relazione ad una certa coerenza compositiva e sonora.

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Perché riproporre Maiden Voyage?
La scelta di includere due standard nel disco nasce dalla voglia di mettere in luce il mio bagaglio formativo, il punto di partenza dal quale si è poi sviluppato il tentativo di scrittura. Tra essi, Maiden Voyage risponde a motivazioni strettamente emotive. È uno standard che ho sempre amato e a cui siamo molto legati. Riflettendoci su, potrebbe essere stata una scelta coerente e benaugurante per l’uscita del primo album, col suo titolo «  viaggio inaugurale »

Coniugate a volte mondi distanti, come jazz e distorsioni: come avete lavorato al sound?
Credo che il jazz sia uno dei generi che più si lascia contaminare. Questo connubio, nello specifico, non è nuovo al mondo musicale jazzistico, basti pensare a grandi interpreti come John Scofield e Kurt Rosenwinkel. Personalmente, ho cercato un sound che fosse più morbido e meno spigoloso, attraverso la saturazione del suono, così da creare un equilibrio nel rapporto tra chitarra e voce. I due strumenti costruiscono i temi, insieme, talvolta accompagnandosi ; talvolta emergendo con maggiore determinazione l’uno sull’altro. La ricerca del sound si è trasformata nella ricerca di una loro identità, fino a rendere l’uno l’effetto dell’altro e viceversa.

E come lavori a composizioni e arrangiamenti?
L’idea compositiva che ha guidato il mio lavoro è stata di dare vita ad una musica che fosse sostenuta da melodie autonome, capaci di raccontare il brano stesso e di imporsi come punto di riferimento per la stessa armonia. L’obiettivo era riaffermare la forma della “song” della tradizione jazzistica. Recuperare, appunto, il valore di un brano identificabile per la sua melodia. Proprio in funzione di questo proposito, fatta eccezione per Maiden Voyage, i temi sono sostenuti dalla voce e, molto spesso, dai testi. Gli arrangiamenti cercano di alternare, all’interno di un’ispirazione unitaria e coerente, momenti orchestrali in cui la forza e l’impeto del quintetto possa esprimersi e affermarsi in tutta la sua consistenza, a momenti più minimali come quelli del piano trio, lasciato al sostegno della sezione ritmica.

Definisci Unfit con tre aggettivi.
Il primo aggettivo che mi viene in mente è “musicale”. Come dicevo, l’obiettivo era lavorare per e in funzione della musica attraverso la costruzione di temi riconoscibili e distinti. Poi, direi “sincero”, è un disco in cui non si lascia spazio a tecnicismi musicali o egocentrismi artistici. Infine, Riguardo al terzo aggettivo, mi trovo un po’ in difficoltà, non è facile guardare dall’esterno il proprio lavoro. Anche i primi due aggettivi, in fondo, descrivono soprattutto le mie intenzioni di partenza e gli obiettivi ideali che mi sono posto in fase di scrittura e arrangiamento. Se i propositi siano stati raggiunti, credo di non poterlo dire in prima persona

Quali sono i vostri prossimi progetti?
L’obiettivo è cercare sempre nuovi spazi per presentare il disco. In vista c’è una nuova collaborazione con la Emme Record Label, al fine di strutturare un calendario di concerti per la prossima estate e un concerto nel contesto del festival internazionale di Jazz “Una striscia di terra feconda”, a Roma, diretto da Paolo Damiani e Armand Meignan che ci vedrà collaborare con Tom Peyron, giovane e talentuoso batterista della scena parigina.