Ultime News
Un musicista autentico e al di là di ogni confine artistico. Intervista a Massimo Barbiero

Un musicista autentico e al di là di ogni confine artistico. Intervista a Massimo Barbiero

25 ottobre 2023

Massimo Barbiero, musicista ma anche insegnante, produttore e organizzatore di eventi, ci racconta la sua storia e la sua musica, vera e onesta, ispirata anche ad altre forme artistiche e caratterizzata da una sincerità espressiva che va oltre ogni confine stilistico e creativo.

a cura di Arianna Guerin

Ciao Massimo e bentornato su Jazzit! Ci siamo confrontati diverse volte su tutte le tue attività e produzioni, perché tu sei un musicista davvero eclettico, che spazia dalla produzione musicale all’organizzazione di eventi e alla didattica, ma questa vorrei che fosse anche l’occasione per raccontare la tua personale storia musicale: quindi come nasce la tua passione per la musica e in particolare per la musica jazz?
Il jazz è arrivato a 15 anni circa, proprio dopo aver assistito al concerto di Art Blakey all’Euro Jazz Festival d’Ivrea (come si chiamava allora); io e miei amici ascoltavamo ancora il rock, Genesis ma anche Weather Report, ma quella fu un’esperienza fondamentale, non ci capivo ancora nulla, ma sapevo che fosse troppo importante e lasciai che il seme germogliasse. Poi verso i 19 anni è arrivata la scoperta degli Art Ensemble of Chicago, Anthony Braxton, Sam Rivers, Steve Lacy… fu devastante… lentamente poi cominciai a muovermi verso la tradizione, la musica classica e quella etnica. Quindi arrivò l’approdo alla C.M.C. Cooperativa Musica Creativa, la fondazione di Music Studio, e il fatto di poter suonare con musicisti come Claudio Lodati e Carlo Actis Dato consolidò l’appartenenza a quel mondo che sembrava quasi mitologico.

E quando è nato l’amore per la batteria e hai deciso di intraprendere il mestiere del musicista? Ci racconti le tappe più importanti della tua carriera?
Le fiabe sonore, con quei suoni che aiutavano a descrivere la narrazione (un vibrafono per la bacchetta magica di Cenerentola, lo xilofono per rappresentare qualcosa che cade…) aprivano scenari fantastici nella mente di un bambino, poi ovviamente ho ascoltato di tutto, dalla musica leggera al rock, dal progressive al jazz alla classica, concentrandomi su ogni singola nota… Non saprei quali possano essere le tappe più importanti da definire, forse il primo gruppo dei 16/18 anni (Terra di mezzo), poi il primo vinile di Enten Eller con ospiti come Tim Berne e Alexander Balanescu, che in modi diversi hanno aumentato l’autostima, l’attenzione della stampa e la partecipazione a festival internazionali. Lì capisci che a qualcuno interessi ciò che stai facendo, e questo fa bene… in quelle occasioni si cresce. Non c’è invece per me un momento in cui si possa decidere di diventare un musicista, semplicemente accade. Poi oggi ci sono tutte queste scuole, i trienni, i bienni e tanto altro ancora, che confondono una preparazione tecnica con l’essere musicista. Sono cose diverse.

Tu hai fondato le formazioni Enten Eller e Odwalla, tra le più longeve in Italia e in Europa: quando e come sono nate? E come si è evoluta poi la loro storia?
Enten Eller è nata nel 1987, mentre Odwalla nel 1989. Sono circa 37 e 35 anni, quindi storie lunghe, tanti cd, libri, dvd, ospiti come Tim Berne, Javier Girotto, Giancarlo Schiaffini, progetti per orchestra che hanno vantato collaborazioni importanti, da Mino Cinelu a Billy Cobham, da Don Moye ad Hamid Drake e Babà Sissoko, passando per cantanti e danzatrici provenienti da tutto il mondo.

Potresti descriverci la tua musica, e quella dei tuoi gruppi, da un punto di vista stilistico-tecnico-compositivo, per evidenziarne le caratteristiche specifiche a livello espressivo? E quali sono le idee e i sentimenti che vuoi trasmettere con essa?
È complicato parlare di se stessi, e serve anche un po’ di pudore. La musica e l’arte sono cose molto intime. Hanno scritto sei libri dedicati a Enten Eller e Odwalla e un paio su di me, direi che le interviste, le recensioni aiutano a capire, ma alla mia età mi rendo conto che tanto rimane ancora nascosto, frainteso. Posso dire che da qualche anno a questa parte cerco semplicemente la sincerità espressiva, meno scrittura e più empatia nel preparare i progetti e nell’essere pronti a presentarli al pubblico.

Tu sei un batterista, ma suoni anche altri innumerevoli strumenti, come la marimba, il vibrafono, il gong, le percussioni, pelli, legni, metalli e oggetti vari: come cambia il tuo modo di suonare tutti questi strumenti, sia come tuo approccio personale che all’interno dei tuoi gruppi?
Non cambia, sono sempre io; certo in Odwalla suono marimba e vibrafono, in Enten Eller principalmente la batteria, nei soli di tutto e nei vari progetti, dipende da cosa essi “raccontino”. Ma non direi che il mio approccio alla musica cambi. Certo, poi c’è la forma, l’estetica, tutti aspetti che definiscono quel progetto e che possono essere fondamentali per esso, ma io rimango sempre lo stesso, e non mi sento diverso nel suonare, sarei preoccupato se così non fosse.

Da cosa ti lasci ispirare quando componi, sia per te che per le tue formazioni?
Dalle altre arti, la danza in primis (il movimento, un gesto può essere infinito), ma anche la letteratura, la filosofia e la pittura… come dico da anni “la musica non serve alla musica”, essere ispirati da altri musicisti, per quanto importante, produrrà semplicemente una replica, magari sincera, ma pur sempre una copia, che nella maggior parte dei casi potrebbe risultare anche grottesca.

E come riesci a equilibrare la composizione e le improvvisazioni, effettuate oltretutto con tanti diversi strumenti?
Mica è detto che ci si riesca, uno ci prova. Il jazz, come diceva Anthony Braxton, è una forma di composizione estemporanea, va padroneggiata. L’esperienza dei miei CD in solo, ma preferisco chiamarli “in solitudine”, si basa su una sorta di rapporto di “abbandono”, non mistico, ma una specie di preghiera laica che tiene conto di tutto, dalla musica classica alla contemporanea, dal jazz alla musica etnica, ma non intesa come tante cartoline provenienti da diversi paesi o peggio ancora come un campionario di vari strumenti. Quello va azzerato, serve la sintesi, si deve arrivare a uno stato di “abbandono”, a prescindere dal fatto che si usino tamburi, marimba, vibrafono o campane tibetane. Le recensioni degli ultimi anni sembrano riconoscermi tutto questo fortunatamente. L’ultimo disco che lo testimonia è “Eros e thanatos”, uscito a giugno.

Nella tua musica sono molto importanti anche le contaminazioni con altre forme culturali e artistiche, come la danza, la filosofia, il cinema e la fotografia: come scegli le influenze extra-musicali che andranno a implementare gli aspetti narrativi e visivi dei tuoi racconti musicali?
Dipende, ma direi che prima delle forme artistiche, come la danza, la pittura o la fotografia, scelgo le persone, che sono quelle con cui avrai a che fare, con cui potrai sviluppare un rapporto, dei sentimenti e dei pensieri. Solo così si può arrivare all’esperienza creativa, che è l’unica e sola cosa che giustifica il suonare, il danzare e il recitare… il resto è mero narcisismo, bisogno di urlare al mondo che ci sei, e se è così, significa che poco si è capito dell’arte. Poi ognuno fa ciò che ritiene utile a se stesso, e spesso si confonde il lavoro con la vita. E credimi, io ho lavorato in Olivetti, nel sindacato, insegno e mi faccio pagare se suono… ma il lavoro, sempre più umiliato in questo paese, è cosa assai lontana dall’arte.

Per quanto riguarda l’organizzazione di eventi, quest’anno si è svolta la 43a edizione dell’Open Papyrus Jazz Festival a Ivrea, una manifestazione culturale nella quale da anni musica, danza, letteratura, pittura e fotografia si sono lentamente fuse in un unico corpo, diventando così un’originale e straordinaria esperienza di reali contaminazioni. Da direttore artistico, cosa vuoi raccontare con il festival, quali valori vuoi trasmettere e come selezioni solitamente gli artisti e i progetti in programma?
Diciamo che uno prova a “suggerire” temi e riflessioni, poi ognuno porta a casa quello che vuole o può…. che siano mostre, convegni, reading, concerti, performance di danza, quello che conta è creare relazioni, contrasti, incontri, è in quel modo che qualcosa può accadere. Provocare il pubblico non significa fare fuochi d’artificio, servono cose più semplici ma vere, oneste… non calcolate.

Tu dirigi anche l’Ivrea Jazz Club e il Music Studio: ci racconti la loro storia e ci illustri le loro attività attuali?
Abbiamo appena chiuso la 43° edizione del festival, dedicato a Rosa Parks, è andato tutto molto bene, c’è stato tanto pubblico e sia quest’ultimo che la politica sono rimasti contenti. Ma è sempre più difficile… alle sue origini gli spettatori della manifestazione erano tantissimi, le risorse idem. Noi lo abbiamo ereditato, lo inventò Sergio Ramella, abbiamo poi organizzato con il club e i due festival centinaia di concerti, costruito gruppi, progetti per le scuole, talmente tante cose che non ci sarebbe lo spazio per descriverli.

In quanto artista e operatore culturale, come pensi che la cultura e l’arte possano influire sulla nostra società, per creare nuovo sviluppo sociale nel nostro Paese? E che ruolo dovrebbe avere secondo te l’artista nella società attuale?
Un ruolo “politico”, non in senso di partiti, ma nel suo significato etico, morale, di punto di riferimento, penso a Pier Paolo Pasolini per citarne uno. I Punti Verdi di Torino, le Estati Romane degli anni Settanta oggi sono assenti, si fanno eventi, purtroppo anche nel mondo del jazz, per intrattenere, per passare una serata. Quella non è cultura, tanto varrebbe proiettare una retrospettiva di film porno. Serve assumersi delle responsabilità, e c’è sempre meno gente che ha la forza di farlo.

E infine, progetti e obiettivi futuri?
Un nuovo CD del progetto Woland con Eloisa Manera, e poi gli album per celebrare i 35 anni di Enten Eller e Odwalla, che la pandemia aveva interrotto in maniera durissima.

INFO

www.massimobarbiero.com

 

Abbonati a Jazzit a soli 29 euro cliccando qui!