Ultime News
Totem: intervista a Ferdinando Romano

Totem: intervista a Ferdinando Romano

15 maggio 2020

Abbiamo intervistato il contrabbassista Ferdinando Romano in occasione dell’uscita dell’album Totem per l’etichetta norvegese Losen Records.

Di Nicola Barin

Ci racconti brevemente com’è avvenuto l’incontro con i musicisti che compongono il progetto?
Dietro all’incontro con ognuno di loro c’è una storia diversa ma indubbiamente il filo conduttore è sempre stata una immediata sintonia, umana e musicale.
Con alcuni di loro, come Nazareno e Giovanni Paolo ci conosciamo da molti anni, fin dai tempi del Conservatorio, e abbiamo suonato insieme in diversi contesti, dal jazz alla musica classica. Nazareno è un improvvisatore eccezionale e Giovanni Paolo un batterista con cui ho un feeling speciale, riusciamo a intenderci sempre al volo. Con Tommaso invece abbiamo condiviso l’esperienza del corso InJam a Siena Jazz, un ensemble selezionato dall’accademia per condividere un periodo molto intenso di scrittura e performance sotto la supervisione di Glenn Ferris e Logan Richardson. Il suono di Tommaso mi è sempre piaciuto molto e in questo disco si mette ben in evidenza con una sonorità molto profonda e pastosa al flicorno.

Simone l’ho conosciuto di persona a Roma, a qualche Jam Session, ma eravamo già entrati in contatto perché avevo ascoltato il suo disco e mi era piaciuto molto. Quando ho deciso di inserire un sax alto nel gruppo ho pensato subito di coinvolgerlo. Manuel è uno dei miei pianisti preferiti della nuova generazione, abbiamo suonato insieme in varie occasioni e ho sempre pensato che la sua sensibilità si calasse perfettamente nella mia musica, interpretandola al meglio e sempre con grande creatività.

Perché Totem?
Nel momento in cui stavo pensando a un nome per il disco cercavo un’immagine che potesse rispecchiare al meglio la mia musica. Le mie esperienze e le mie fonti di ispirazione vengono da direzioni molto diverse tra loro e avevo bisogno di una parola che potesse sintetizzarle tutte. In quel momento è arrivata l’immagine del Totem.
Il Totem è un simbolo, un’entità in cui le persone si riconoscono e che ha per loro un significato particolare. In senso artistico ognuno di noi ha i suoi Totem, le sue influenze, i suoi punti di riferimento. Questi possono dare origine a un Totem più grande che è molto più della somma delle parti ma è una sintesi creativa che dà origine a quello che noi siamo.

Nel disco c’è anche un brano, Wolf Totem, che è ispirato all’omonimo romanzo di Jang Rong (in italiano L’ultimo Lupo). La storia narra del rapporto tra l’uomo e la natura e della relazione del popolo Mongolo con il lupo, con cui lotta per la sopravvivenza ma di cui allo stesso tempo ammira le qualità, venerandolo come un Dio e considerandolo il loro Totem.

Il brano è introdotto da un momento di contrabbasso solo, Evocation, in cui ho voluto proprio evocare quel mondo e quella realtà Totemica che la lettura del romanzo mi ha ispirato.

Come hai incontrato il trombettista americano Ralph Alessi?
Man mano che avanzava la scrittura dei brani sentivo sempre più che il suono e l’approccio di Ralph sarebbero stati perfetti per la mia musica. Ho ascoltato molto i suoi dischi e mi hanno influenzato sia dal punto di vista compositivo che improvvisativo. Ho deciso quindi di contattarlo e di inviargli i miei brani, Ralph mi ha risposto subito con entusiasmo e così è nata la nostra collaborazione. Sì è creata una bella sintonia e quando abbiamo registrato il disco ci sono stati molti bei momenti, sia in studio che fuori.

Ascoltando l’album si evince un equilibrio tra scrittura e improvvisazione che spesso predilige una forte attenzione alla componente armonica? Sei d’accordo?
Sì, decisamente. Nei brani si alternano momenti molto arrangiati e scritti a momenti improvvisativi, anche di grande libertà. Il tessuto armonico dei brani è molto curato, anche laddove a un primo ascolto può sembrare più semplice.

All’inizio di The Gecko per esempio, il basso e la marimba suonano un lungo pedale con un ostinato ritmico che sembra quasi evocare una sonorità modale, ma le armonie che suona il pianoforte entrano e escono da questo mondo, a tratti confermandolo e a tratti mettendolo in discussione. Mi piace usare spesso armonie complesse che possono sovrapporre più tonalità contemporaneamente. In Sea Crossing uso tecniche di composizione seriale e organizzo il materiale in molti modi diversi, che spesso riconducono anche alla tonalità o politonalità. Nella vivace parte iniziale per esempio la melodia e la parte di basso scorrono orizzontalmente in due tonalità diverse, a distanza di un semitono, ma tramite un uso attento del contrappunto si percepisce allo stesso tempo una consonanza verticale.

In Curly uso accordi dal sapore più impressionista, ricchi di tensioni armoniche e collegati in modo piuttosto libero. Wolf Totem è basato principalmente su due accordi ma gioca molto sulla scala diminuita, sfruttando le ambiguità armoniche che può offrire.

Un tuo pensiero su questo particolare periodo che sta mettendo in difficoltà chi opera nel settore musicale?
Indubbiamente è un momento molto difficile, tutti i concerti sono stati annullati ed è molto complicato fare piani per il futuro. Come musicisti dovremmo trovare nuove strategie, come l’insegnamento online o nuovi modi per diffondere la nostra musica, magari con un’equa distribuzione dei compensi da parte dei servizi di streaming.

Niente comunque potrà sostituire la gioia dell’esperienza della musica dal vivo e mi auguro che si possa tornare presto a farlo in sicurezza per tutti, pubblico e musicisti.

Spero che questa situazione abbia messo in evidenza le problematiche legate alla nostra professione, la necessità di sostenere chi organizza musica dal vivo con aiuti e sgravi fiscali, la mancanza di tutele e di incentivi per l’emersione del lavoro nero. Al momento sembriamo essere una categoria “invisibile” ma se riuscissimo a porre l’attenzione su questi temi e a cambiare qualcosa potremmo ripartire con nuovi presupposti e nuove basi per il nostro futuro.