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The Shadow Line, superare la linea d’ombra per conoscersi e trasformarsi. Intervista a Gianni Denitto

The Shadow Line, superare la linea d’ombra per conoscersi e trasformarsi. Intervista a Gianni Denitto

7 aprile 2026

Considerato tra i cento migliori album del 2024 ai Jazzit Awards, “The Shadow Line” di Gianni Denitto si arricchisce di tre nuove tracce inedite e si trasforma in un album completo. Questi nuovi brani sono rivisitazioni in chiave elettronica di composizioni già presenti nell’EP, offrendo una rilettura contemporanea e sperimentale che unisce acustico ed elettronico, memoria e innovazione, in un dialogo sonoro che conferma la continua esplorazione musicale di Denitto, artista da sempre attento alle trasformazioni del linguaggio jazzistico e che continua a muoversi sul confine tra jazz, elettronica e narrazione, portando avanti una ricerca sonora personale e visionaria. Il disco è ispirato all’omonimo romanzo di Joseph Conrad ed è stato composto pensando alle tappe di un viaggio che diviene simbolo della vita stessa e porta al cuore dell’esperienza umana, attraversandone le grandezze e le miserie. Come nel romanzo di Conrad la linea d’ombra rappresenta un limite da sfidare e superare per passare dalla giovinezza all’età adulta e quindi alla consapevolezza. È anche la spinta a oltrepassare il perimetro di ciò che ci definisce per quello che siamo per entrare in una realtà altra e trasformarci in quello che non siamo ancora. L’album è pubblicato dall’etichetta indipendente Isulafactory, realtà siciliana che porta avanti un preciso progetto culturale di rivalutazione dei supporti fisici nella musica, offrendo un’esperienza d’ascolto più tangibile, consapevole e immersiva, pensata per chi sceglie di sostenere e collezionare la musica in forma fisica. Il CD è distribuito nei principali canali di vendita fisici e digitali da IRD Distribution ed è disponibile anche online attraverso i canali ufficiali dell’etichetta su Bandcamp.com e Jazzos.com. Ce lo racconta il suo autore in questa intervista.

Ciao Gianni, il tuo disco “The Shadow Line”, che ai Jazzit Awards è stato considerato tra i migliori progetti discografici del 2024, si è arricchito di tre nuove tracce inedite trasformandosi in un album completo. Com’è nato questo progetto in origine e perché hai deciso di ripubblicarlo in questa nuova versione?
“The Shadow Line” nasce in un momento di passaggio personale e artistico. Era un disco che sentivo necessario: l’ultimo album a mio nome era del 2018, dopo di che ho lavorato e prodotto musica con diversi progetti in gruppo, come per esempio il TUN Torino Unlimited Noise con Fabio Giachino e Mattia Barbieri. “The Shadow Line” è nato con la necessità di riportare al centro un messaggio e un discorso molto più personale. Ringrazio Jazzit per aver selezionato l’album tra i migliori progetti discografici del 2024. Al momento di realizzare il disco fisico mancavano alcune tracce per il completamento dell’opera, sia in termini di durata che di progetto musicale. L’album in quintetto nasce da una crescente curiosità verso la scrittura e dalla voglia di affrontare il percorso con giovani che stessero vivendo un altro momento della loro carriera e con altre shadow lines da attraversare. Prima avevo realizzato le stesse tracce come demo in solo sax ed elettronica, le quali sono piaciute talmente tanto all’etichetta che abbiamo deciso di pubblicarne comunque alcune perché offrivano una visione intima e personale. La ripubblicazione con tre nuove tracce non è un’operazione esclusivamente editoriale, ma un completamento narrativo: mi sono reso conto che il materiale iniziale avesse ancora delle zone d’ombra da esplorare; le nuove tracce non sono quindi aggiunte, ma capitoli mancanti, così oggi lo sento finalmente come un album compiuto.

Il lavoro è ispirato all’omonimo romanzo di Joseph Conrad: come mai hai scelto di ispirarti ad esso?
Il romanzo di Joseph Conrad non è stato una semplice suggestione letteraria, ma una chiave di lettura. “The Shadow Line” parla del momento in cui si smette di essere spettatori e si diventa responsabili del proprio viaggio. Mi interessava quel passaggio silenzioso tra la giovinezza e la maturità, tra l’entusiasmo e la consapevolezza. Non è un cambiamento spettacolare, è un movimento interno. La musica del disco prova a raccontare proprio quella soglia, il momento in cui capisci che non puoi più tornare indietro. Ogni brano ha il suo perché nell’attraversamento della shadow line: in Tropical Ghost in un’isola tropicale al ritmo di una danza si brinda con i nostri fantasmi; ci tirano indietro, ci fanno paura, ma in fondo sono i nostri fantasmi, ci facciamo i conti e, alla fine, arriveremo ad amarli. Superare la paura serve a oltrepassare la linea d’ombra. Il brano Memory Lane evoca l’intensità dei momenti di passaggio, le prove superate, le esperienze ordinarie e straordinarie che ci cambiano la vita; è la ballad del disco, complessa ma semplice, con una melodia densa e delicata. Con Inner Storm è arrivata la burrasca, si naviga nel mare in tempesta e noi lo affrontiamo tenendo dritta la barra. Il semplice contrappunto iniziale dei fiati è un richiamo all’attenti, il brano corre e lotta con energia. In 39° fa caldo, sempre più caldo; il pezzo ha l’andatura dei passi lenti e faticosi sulla sabbia, tuttavia si avanza, si cammina comunque; anche la melodia è stanca, ma regge e tiene il passo. For Italo racconta che nel solco dei ricordi c’è sempre un pensiero per le persone che ti hanno aiutato a crescere e a superare le shadow lines: tra le mie c’e’ Italo, violinista e liutaio, che mi ha trasmesso entusiasmo, coraggio e spirito di sacrificio sin dalle prime note sul sassofono; questo brano è dedicato a lui, per ringraziarlo di cuore; senza la sua saggezza la strada sarebbe stata più scura.

Cosa rappresenta questo album nel tuo percorso di vita umano e artistico? E quali aspetti di te racconta maggiormente?
Dopo due dischi dedicati al viaggio e alla scoperta di mondi e culture nuove, ho lavorato sul viaggio interiore. Comprendersi ed essere consapevoli di se stessi ti permette di avere uno sguardo diverso sul mondo, di andare più a fondo nelle situazioni e con più serenità, senza avere la paura di guardare in faccia le cose come stanno. La parte umana che questo album racconta maggiormente è proprio la consapevolezza artistica, non un omaggio o un tributo ma una presa di responsabilità anche nella scelta di avere al mio fianco giovanissimi talenti del jazz italiano nati dopo il 2000. Allo stesso tempo c’è apertura e voglia di scoprire, che va oltre il fattore anagrafico. Ci sono artisti che suonano per tutta la vita la stessa musica, avendo lo stesso stile, io no. Alcuni riferimenti per me sono Miles Davis, Wayne Shorter, John Coltrane e come band per esempio i Beatles, i Radiohead, artisti che nel tempo si sono trasformati pur mantenendo una forte identità. Per evolversi e arricchire il proprio percorso ci vuole coraggio e profonda conoscenza di sé, oltre che una grande empatia verso l’altro, verso il diverso e le cose del mondo che cambiano.

Restando su un piano più personale e tornando alle tue origini musicali, come nasce il tuo amore per la musica e per il jazz e come ti sei avvicinato al sassofono?
Il mio amore per la musica nasce molto presto, ma il jazz è arrivato come una rivelazione intorno ai vent’anni. La mio bio comincia con: “Gianni Denitto è un sassofonista eclettico nato con la musica classica, fiorito con il jazz e maturato nella sintesi tra suono acustico ed elettronico”. Ecco, le tre cose principali che mi caratterizzano sono tutte racchiuse in queste parole. L’amore per il jazz è arrivato in maniera molto canonica, con un ascolto di Charlie Parker… in quel momento mi è balenata l’idea di diventare un orchestrale di musica classica, avevo circa vent’anni. A tredici ho cominciato a studiare al Conservatorio il clarinetto, non c’era ancora la classe di sax. Ma poi a quindici anni ho sentito l’esigenza di imparare a suonare il sax da autodidatta, perché da bambino avevo ascoltato un sassofonista e me ne ero completamente innamorato. Sono stato poi fortunato ad avere un insegnante in Conservatorio che mi abbia lasciato sviluppare il mio percorso artistico dandomi stimoli sulla musica e non semplicemente sullo strumento. A sedici anni ho deciso così serenamente che avrei voluto fare il musicista e a ventitré ho scelto il sax e il jazz come miei mezzi espressivi grazie a un grande artista, Massimo Urbani, ascoltandolo e sentendogli dire «L’avanguardia è nei sentimenti». Non arrivo da una famiglia di musicisti, anzi ho avuto incomprensioni con mio padre fino a non molti anni fa proprio per questa scelta. Lui avrebbe voluto che mi trovassi un posto fisso, era della vecchia scuola. Ma alle medie ero talmente bravo in musica e con il flautino che la mia insegnante avvisò i miei genitori e li convinse a farmi provare il Conservatorio… ecco perché ho scelto lo strumento a fiato. E poi avevo le mani cicciotte, perfette per il clarinetto! La mattina andavo a scuola e studiavo da ragioniere, il pomeriggio da musicista… una botta di iperattività cominciata molto presto e che continua tuttora. Immaginatevi mio padre quando seppe che avevo rifiutato un lavoro fisso alla Zecca di Stato a vent’anni…

Nel tuo lavoro è centrale la ricerca sonora, attraverso la quale hai sviluppato nel tempo un’estetica musicale unica e riconoscibile. Cosa distingue e caratterizza principalmente la tua musica?
Ho amato sin da subito tante musiche diverse, fare uno shake per creare la mia sonorità e la mia identità artistica è stato essenziale per distinguermi. Ho voluto evitare presto la musica come competizione, sia in termini classici che jazzistici. Viaggiare, incontrare tanti musicisti e persone con culture diverse, insegnare e passare molto tempo a Kathmandu, a Pechino, a Dakar, in Sud Africa, in India mi hanno aperto la testa e il cuore musicale. L’elettronica poi, con la sua ricerca timbrica, e il jazz, con la sua ricerca architettonica di linee melodiche e armoniche, mi hanno conquistato e fondere tutto insieme è stato bellissimo. Questo, crescendo, mi ha fatto capire che sono un musicista che vuole aprire ponti culturali e di linguaggio. Credo che il centro del mio lavoro sia la ricerca sonora come identità. Non parto mai da un genere, ma da un suono. Mi interessa creare un’estetica riconoscibile che metta insieme profondità timbrica, architettura formale e tensione narrativa. Ora è arrivata una nuova passione, quella per la scrittura, che sto coltivando: la scrittura di note, su pentagramma, di forme allargate e di suite per formazioni diverse, come per esempio il quartetto d’archi (spoiler: sto lavorando a un disco di nuove composizioni originali arrangiate da me con il quartetto d’archi).

Quale equilibrio hai voluto garantire in questa tua nuova produzione alla composizione, all’improvvisazione e all’arrangiamento?
Per me non sono elementi separati. La composizione è già un atto improvvisativo e l’improvvisazione è una forma di composizione istantanea. In questo disco ho cercato un equilibrio organico: strutture chiare ma aperte, spazi definiti ma attraversabili. L’arrangiamento non è decorazione, ma architettura. Ho scelto poi musicisti con il giusto feeling che hanno subito capito lo spirito di queste composizioni e hanno dato il massimo per renderle ancora più belle. All’inizio ho chiesto aiuto, perché il mio personale percorso di scrittura era appena cominciato. Ringrazio il sassofonista Gianni Virone e il pianista Fabio Giachino per avermi aiutato a comprendere in quel frangente le varie sfaccettature e l’equilibrio della disposizione delle voci, ed Ezra di Nomad Studio per avermi consigliato di aggiungere il synth come strumento collante in background.

In questo album sei affiancato da alcuni tra i migliori giovani talenti del jazz italiano: considerando che l’organico di un disco ne determina il timbro, il linguaggio e lo stile, come li hai selezionati?
Ho selezionato musicisti giovani per dare più forza al concetto di “Shadow Line”, linea d’ombra, che nel mio caso è il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. Le linee d’ombra sono tutti quei momenti nei quali ci troviamo in una zona grigia di passaggio, in cui c’è una scelta importante da fare, un amore che nasce, o uno che muore. Ho scelto anche un elemento, il bassista Simone Bellavia, che suona con me da tanti anni, perché avevo bisogno di un’ancora in questo mare nuovo. Tutti stanno facendo una carriera strepitosa: il trombonista Didier Yon l’ho conosciuto durante le prove per un concerto dedicato a Beppe Fenoglio, e mi ha colpito subito il suo carattere e il suo suono; stessa cosa è successa con Camilla Rolando, che ora sta lavorando con Gianni Morandi e Jovanotti. Gabriele Peretti, batterista, l’ho incontrato durante una jam session torinese, e con lui si è stabilito subito un rapporto di fiducia, stima e affetto. Ho scelto musicisti che non fossero semplicemente eccellenti esecutori, ma avessero anche delle belle personalità. L’organico determina la direzione del linguaggio ed era fondamentale avere con me persone capaci di abitare lo spazio, non solo di riempirlo. Mi interessava costruire un suono collettivo e non una somma di individualità.

Il disco è stato pubblicato dall’etichetta Isulafactory, come l’hai scelta? E quali motivazioni ti hanno portato a registrare in studio, fissando per sempre questa tua musica?
Isulafactory è una realtà che lascia spazio alla visione artistica. Per me era importante pubblicare con un’etichetta che credesse nel progetto come percorso, non come prodotto. Stavo cercando un’etichetta lontana, a Londra, quando Ezra di Nomad Studio mi ha presentato questa piccola realtà artigianale a cui ho voluto dare fiducia e che mi ha trattato benissimo, è un vero piacere collaborare con loro e sono sicuro che questo lavoro insieme sia solo l’inizio di una bella collaborazione. Registrare in studio è stato un atto di responsabilità. Fissare la musica significa decidere che quel momento diventi memoria. Nonostante il momento critico per il mercato della discografia e i costi da sostenere, è importante avere la forza e la volontà di fissare un percorso per mettere un punto e non lasciare dei vuoti artistici dietro di sé nella propria carriera.

Stai presentando il progetto al pubblico? Che tipo di feedback hai ricevuto?
All’inizio non ero sicuro di voler presentare il disco dal vivo, preferivo che rimanesse lì, come un quadro, anche perché non ero certo della sua forza live. Poi invece sono arrivate delle proposte e concerto dopo concerto siamo migliorati, abbiamo affinato lo spettacolo e il messaggio da trasmettere agli ascoltatori. Il progetto quindi oggi sta venendo molto bene dal vivo. Ogni concerto aggiunge una nuova prospettiva ai brani. I feedback più belli che ricevo sono quelli in cui il pubblico mi parla di atmosfera, di viaggio, di emozione: questo significa che la dimensione narrativa sta arrivando. Spero di fare dunque sempre più concerti, durante gli spettacoli ci divertiamo e sento una bellissima energia.

Tu sei anche il Vicepresidente di MIDJ, l’Associazione Musicisti Italiani di Jazz, punto di riferimento dei musicisti di jazz in Italia. Quali obiettivi ti senti orgoglioso di aver raggiunto finora con essa e quali sono invece le aspirazioni per il futuro?
Essere Vicepresidente di MIDJ è una responsabilità importante e mi rende orgoglioso per aver contribuito a dare maggiore coesione e rappresentanza alla comunità dei musicisti jazz italiani. A giugno ci saranno le nuove elezioni e nei quasi due anni di carica siamo passati da trecento a più di novecento soci, un impegno enorme da portare avanti. Sono felice che MIDJ sia sempre più vicino ai musicisti di jazz con opere di informazione, consulenza e formazione, creando opportunità artistiche grazie alla gestione di call come “OltreConfine, Il Jazz Italiano nel Mondo”, che ha sostituito il Jazz It Abroad, in collaborazione diretta con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Andiamo quindi avanti cercando di creare anche nuove vie per facilitare il nostro lavoro attraverso per esempio gli approfondimenti e le proposte sul codice dello spettacolo, lavorando sul tema del trasporto degli strumenti musicali con il Parlamento Europeo e con proposte di semplificazione della fiscalità e politiche di sostegno al jazz. Per il futuro vedo due direzioni fondamentali da percorrere: rafforzare il dialogo internazionale e migliorare le condizioni strutturali per chi fa musica oggi. Non possiamo parlare solo di arte: dobbiamo parlare anche di sostenibilità.

a cura di Arianna Guerin

INFO

www.giannidenitto.com

www.isulafactory.it