6 marzo 2026
È una vera delizia questo “The Lively Air”, il nuovo album che la vocalist Aubrey Johnson sta per pubblicare per la Greenleaf del trombettista Dave Douglas. La Johnson non è esattamente una debuttante, è la nipote del pianista Lyle Mays, che per lei aveva un’affettuosa predilezione. Vale giusto il piacere di ricordare velocemente che Mays è stato la mente pensante, nonché braccio esecutivo, del Pat Metheny Group. Aubrey invece ha avuto al momento una carriera abbastanza riconosciuta solo negli Stati Uniti, però canta veramente bene porgendo un vocal intenso e penetrante, confortato da un’intonazione assolutamente perfetta (dovrebbe essere il minimo per chi canta, ma spesso resta una chimera), e da un’estensione non comune, mai carente ai due estremi. Ha stoffa anche per la composizione e il suo idioma rimane un jazz moderno, seppur rispettoso della tradizione, con felici incursioni anche nell’abito della bossa nova o della poesia, infatti il titolo che ha ispirato questo album è proprio racchiuso nei versi di Theodore Roethke, che Kurt Elling ha preso in prestito per la sua While You Are Mine, ispirata appunto da The Waking. «Penso che quelle parole – ribadisce Aubrey – riflettano lo spirito dell’album e lo stato d’animo in cui mi trovavo durante la sua creazione: uno stato di speranza, rinnovamento ed evoluzione personale. All’inizio ho usato il brano come una sorta di allenamento, ma poi mi sono innamorata della sua melodia e del suo svolgimento e ho voluto assolutamente venirne a capo con la mia versione».
a cura di Vittorio Pio
Come hai pensato e successivamente realizzato questo disco?
È stato ispirato da una residenza artistica che ho trascorso nel New Hampshire. Ho passato quattro settimane a scrivere musica in una baita nel bosco con un pianoforte a coda, insieme a una ventina di altri artisti (pittori, registi, scrittori e altro). La residenza mi ha aiutato a ricominciare a creare dopo una lunga pausa. Successivamente ho avuto la fortuna di ricevere una borsa di studio da parte della Chamber Music America, che ha finanziato il lavoro con un mentore, il pianista Billy Childs; in più ha sostenuto le prove con la mia band e una parte dei costi di registrazione dell’album. Durante il periodo in cui ho lavorato con Billy ho composto molta nuova musica per il mio gruppo e l’ho suonata parecchio con ingaggi occasionali, ma anche all’interno di un vero e proprio tour. In seguito abbiamo registrato l’album nell’aprile del 2025 presso lo studio Sear Sound a New York. Lì ho chiesto a Danny Jonakuchi, un mio amico, di aiutarmi in studio, comunicando con i tecnici e permettendoci di rispettare i tempi, decidendo quando avessimo registrato abbastanza take, etc. in modo che io potessi concentrarmi completamente sul canto. Poi mi sono confrontata con Steve Rodby (che molti conoscono come il bassista dell’ultima vera formazione del Pat Metheny Group, n.d.r) per la produzione e con Rich Breen per il missaggio e il mastering. Si tratta dello stesso team che aveva lavorato al mio primo album, “Unraveled”, ma anche ad “Eberhard”, l’EP postumo di mio zio Lyle. Sono semplicemente i migliori del settore ed è stato per me molto speciale lavorare con loro e mantenere il nostro rapporto dopo la scomparsa di Lyle. La scelta del repertorio è avvenuta in modo organico nel corso del tempo; ogni volta che io e la mia band suonavamo in un concerto, aggiungevo una o due nuove canzoni.
È più stimolante oppure difficile, intendo dal punto di vista emotivo, interpretare le composizioni di tuo zio Lyle?
Lyle è stato il mio mentore e amico per tutta la mia vita adulta, quindi è difficile anche solo riuscire a immaginare l’impatto che abbia avuto su di me nella sua insuperabile identità di musicista e compositore. Avevo registrato il brano di mio zio Close To Home, il cui titolo vocale è Quem é Você, nel 2022 con il pianista Randy Ingram, ma ho deciso di reinterpretarlo nuovamente per questo album con la mia band al completo perché amo molto questo pezzo e volevo sentirlo arricchito da un’orchestrazione più completa. Ho scelto poi un altro brano composto da mio zio, Chorinho, perché lo avevamo suonato insieme diverse volte e lui stesso mi aveva bonariamente sfidato a cantarlo, dato che nella sua versione originale si tratta di un brano virtuosistico per pianoforte. Con Lyle ho avuto modo di suonare solo due volte davanti al pubblico durante tutta la mia vita. Ogni esibizione ha richiesto mesi di prove anticipate, dodici ore al giorno di lavoro con la band, ma le esibizioni sono state davvero indimenticabili. Il tutto è successo nel 2009 e nel 2010 allo Zeltsman Marimba Festival (dove abbiamo presentato in anteprima “Eberhard”) e al Gilmore Keyboard Festival.
Photo credit to Claudia Hansen
A proposito di questa composizione fino a quel momento inedita e scritta appunto da Lyle, rimasta nel cassetto per molti anni, tu eri particolarmente entusiasta di farla conoscere… C’è qualcos’altro negli archivi che meriterebbe di essere conosciuto pubblicamente? Com’è stato ritrovarsi con Steve Rodby in studio?
È stato un onore unico nella vita cantare e pubblicare autonomamente “Eberhard”, che ha vinto un Grammy nel 2021! Forse deluderò qualcuno, ma negli archivi non ci sono registrazioni che intendo pubblicare in un prossimo futuro. Lyle era molto preciso su ciò che voleva far uscire, quindi desidero rispettare la sua volontà, però ci sono alcuni arrangiamenti per big band che ha scritto per una residenza all’Università del Texas che non sono mai stati registrati. Uno dei miei obiettivi a lungo termine è quello di registrare quella musica. Come ho già accennato, Steve ha curato il montaggio e la co-produzione di “Unraveled”, “Eberhard” e “The Lively Air”. Attraverso tali fasi di lavoro Steve è diventato un amico e un collaboratore fidato. Sarebbe stato difficile, se non impossibile, produrre questi album senza di lui, e gli sono profondamente riconoscente.
Com’è andata invece con Dave Douglas?
Conosco Dave Douglas da molti anni. Ci siamo incontrati nel 2015, quando ho fatto parte del quartetto vocale Mycale di John Zorn durante un tour in Sud America. Abbiamo avuto poi l’opportunità di lavorare insieme per la prima volta nel 2024, quando abbiamo registrato un album per la Sunnyside Records, “The Lives Of Saints”, coordinato dal paroliere David Hajdu. Dave e io abbiamo anche scritto la musica per il progetto, insieme a Helen Sung e Renee Rosnes. Quando è arrivato il momento di cercare un’etichetta discografica per il mio nuovo album la Greenleaf è stata davvero la prima opzione che mi è venuta in mente, per cui mi sono sentita profondamente onorata quando lui ha accettato immediatamente di pubblicare il progetto, prima ancora di ascoltarlo! Il sostegno e la fiducia di Dave in me come artista sono inestimabili.
Come hai iniziato a suonare? C’entra la tua famiglia nella scintilla iniziale? Invece quando hai capito che quella sarebbe stata definitivamente la tua strada?
Cantavo con mia madre nella chiesa che frequentavo da piccola, quando lei era la direttrice del coro. Ho deciso che volessi diventare una cantante quando avevo sei anni. Ho un ricordo molto chiaro di quella decisione, che da allora ha guidato tutta la mia vita. Ho iniziato a prendere lezioni di pianoforte classico all’età di sette anni e ho continuato a studiarlo con grande serietà fino all’università. Ho cominciato a cantare e suonare jazz al liceo, quando studiavo con la grande tastierista e cantante Christine Salerno. Christine mi ha consigliato di conseguire una laurea in canto jazz alla Western Michigan University ed è lì che mi sono davvero innamorata del jazz, cantando nel pluripremiato ensemble vocale dell’università, la Gold Company. Le mie prime esperienze professionali sono state al liceo, suonando le tastiere e cantando come corista in uno spettacolo tributo ai Rat Pack nella mia città natale, Green Bay, nel Wisconsin. All’università e alla scuola di specializzazione ho suonato in molti concerti come leader e sideman, tra cui esibizioni e registrazioni con Jimmy Cobb e Bobby McFerrin. Ho affinato in seguito la mia arte alla WMU e poi ho frequentato il New England Conservatory di Boston, su consiglio del grande pianista e compositore Fred Hersch. Da allora Fred è diventato un mentore e un amico, con cui ho suonato in alcune occasioni. Dopo il periodo a Boston mi sono trasferita a New York City, dove continuo a risiedere. Ho pubblicato tre album in studio come leader e ho partecipato ad oltre cinquanta album come ospite speciale. Mi sento molto fortunata a poter fare ciò che amo per vivere!
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Puoi spiegare come hai sviluppato il tuo stile personale, sia dal punto di vista musicale che espressivo? Ci sono state sfide particolari?
Ho semplicemente cercato di ascoltare il maggior numero possibile di cantanti a partire da Dianne Reeves, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Betty Carter, ma anche musiche diverse, filtrando i suoni che mi piacevano di più attraverso la mia voce e le mie composizioni. Tutto ciò che faccio come compositrice e performer si è evoluto naturalmente attraverso quel lavoro di ascolto e confronto. Penso anche a tutte le melodie senza parole che è stato capace di interpretare Bobby McFerrin o ciò che è avvenuto per buona parte della parabola artistica del Pat Metheny Group. Le sfide principali per me sono riuscire a sedermi e comporre. Ho un po’ di avversione per questo, probabilmente a causa di quanto fosse illustre mio zio, anche perché a lui veniva facile. Sai, penso sia un pò difficile scrivere quando Lyle Mays è tuo zio (ahah!).
Quando ti esibisci come entri in contatto con il tuo pubblico? Ti viene naturale?
Sì, direi che entrare in contatto con il pubblico mi viene naturale. Ritengo che ciò accada perché mi sento molto legata al materiale che scrivo e arrangio. Ho qualcosa da condividere e lo faccio con totale onestà, e penso che il pubblico lo percepisca. Adoro sentire la sua energia e questo mi carica durante le mie esibizioni. Prendo anche molto sul serio i feedback del pubblico e questo mi ricorda l’importanza del mio lavoro. Quando qualcuno mi dice che la mia musica lo abbia aiutato a sentirsi speranzoso, ad andare avanti e ad elaborare le proprie emozioni, questo significa molto per me.
Cosa ti dà più gioia, personalmente e artisticamente?
Penso che stare sul palco ed entrare in contatto con il mio pubblico e la mia band mi dia la gioia più grande. Mi piace anche passare il tempo con i miei amici e la mia famiglia e amo davvero gli animali. Traggo molta ispirazione dalla natura e dalle esperienze di vita ed elaboro molte cose attraverso il mio hobby principale, che è la corsa, una pratica che mi distende profondamente.
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