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Firry Path:
Una breve chiacchierata con Minyen Terry Hsieh

Firry Path:<br>Una breve chiacchierata con Minyen Terry Hsieh
Photo Credit To Leonardo Schiavone

«La musica dell’anima viene ascoltata dall’universo intero» (Laozi)

Nell’estate del 2015 ho passato un mese a Taiwan insieme alla mia famiglia e a Leonardo Schiavone (un fotografo storico della redazione di Jazzit) e sua moglie. L’idea era di conoscere la scena jazz locale, intervistare i musicisti, suonare nei club principali e cercare di capire meglio cosa sta succedendo nel sud-est asiatico. A mio umile avviso siamo molto esperti e conosciamo bene cosa si sviluppa negli USA e in Europa, ma colpevolmente spesso non abbiamo interesse verso quei paesi che probabilmente costruiranno il jazz del futuro. La nostra guida a Taiwan fu Minyen Terry Hsieh, un brillante sassofonista (tenore e soprano) che conobbi grazie all’Italian Economic Trade and Cultural Promotion Office di Taipei, all’epoca diretto dal dott. Mario Palma. Probabilmente l’occidentale medio non saprebbe neanche trovare Taiwan sul mappamondo, quindi sono incline a pensare che molti di voi non siano consapevoli della colossale influenza che questa piccola isoletta opera nella nostra vita quotidiana (per esempio probabilmente state leggendo queste righe su un aggeggio progettato e prodotto proprio lì, o realizzato con componenti come i semiconduttori la cui produzione è stata sviluppata al 100% in loco) e che non sappiano che a partire dagli anni 20 si è sviluppata a Taiwan una fiorente scena jazzistica. Minyen è uno dei migliori musicisti della nuova generazione  e insieme a suoi coetanei come il pianista Mike Tseng, il batterista Suyeh Liao, il bassista Vincent Hsu, la promoter Evy Kao e molti altri sta cercando di sviluppareil jazz taiwanese per aumentarne prestigio e popolarità.

Terry ha studiato a Taiwan e a Bruxelles, e nel 2014 ha prodotto un interessante disco a suo nome,  “Firry Path”:

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un brillante mix di idee e stili diversi, con un box ben realizzato,  ricco di fotografie e commenti. Ritengo che probabilmente nel lungo periodo Terry diventerà uno dei musicisti asiatici più importanti  così ho approfittato della nostra conoscenza per fargli alcune domande. Buona lettura!

Secondo i musicisti taiwanesi più anziani appartieni alla quarta generazione di jazz player di Taiwan: la prima di cui hanno un vago ricordo Tzai Ba (il leggendario gestore del Blue Note di Taipei, che viaggia sulla settantina!) e le persone della sua età, la seconda la generazione di Tzai Ba, la terza quella dei tuoi maestri. Quali sono le sfide nel suonare jazz a Taiwan e quelle di essere un musicista taiwanese nel mondo?
In effetti il jazz è un genere ancora giovane a Taiwan, anche se ha una lunga storia (credo di appartenere alla quinta generazione peraltro!) e questo perché le persone non hanno gli strumenti per capirne il linguaggio; perfino musicisti affermati delle scene pop, classica, rock o anche critici e didatti non riescono a capire bene questa musica.  Fortunatamente la situazione a partire dal 2000 è cambiata, molti musicisti che hanno studiato all’estero sono tornati e hanno condiviso le nozioni apprese suonando e insegnando e molti club e festival si sono affermati.  Il livello dei musicisti taiwanesi aumenta sempre di più e spesso il jazz vince premi nei principali award locali.  Mi sembra insomma un buon momento per la scena jazz nel suo insieme. Per quanto riguarda i contatti con il resto del mondo, credo che dobbiamo  sviluppare meglio  l’aspetto compositivo e produrre dischi migliori, a prescindere che siano di mainstream, fusione di jazz e musiche tradizionali locali, o avant-garde: quando si riesce a produrre musica di alto livello allo stesso tempo si connota meglio tutta la scena e si svilupperà di conseguenza una corrente identificabile come taiwanese. Proprio come in Giappone: hanno speso molti anni per sviluppare una scena locale che ha oggi raggiunto grandissimi risultati. Taiwan deve lavorarci ancora un po’ ma credo che non manchi molto tempo.

Ritieni la musica “liquida” un’opportunità o una maledizione? Sarà una porta aperta su un mondo di infinite opzioni, o – avendo di fatto reso l’industria discografica inutile giacché si trova ovunque qualsiasi cosa gratis – farà morire ogni speranza di guadagnarsi la vita per i musicisti, specialmente in quegli stili come il jazz che sono meno popolari?
Direi che se il mondo cambia non è che puoi fermare il processo: guadagni qualcosa e perdi qualcos’altro! Penso che i musicisti dovranno trovare il giusto modo di usare i vantaggi del digitale e del web e non solo esserne contrari a priori. E poi non  è un problema che il jazz non abbia gli stessi numeri del pop: il giorno che li eguaglierà dovremo iniziare a preoccuparci!

Ha ancora senso produrre  CD o vincerà il modello di ascolto in streaming? Non avere un supporto fisico darà maggior libertà artistica (per esempio  non ci sono limiti di tempo…)?  Come si ascolterà la musica nel futuro?
Il web si è sviluppato al punto che si riesce a trovare online la stessa qualità audio di un CD,  perciò a mio avviso il plusvalore di un supporto fisico dovrà risiedere nell’oggetto stesso: il design, l’artwork e non solo la musica. Proprio come nelle comparazioni tra libri e ebook, lettere e email…libri e lettere continuano a vivere perché sono concreti, e probabilmente continueranno ad aumentare valore tanto più verranno prodotti oggetti digitali. Questo è uno dei motivi per cui io continuo a collezionare dischi! Poi anche perché i musicisti in questo modo guadagnano di più e allo stesso tempo aiuto i negozi di dischi, che mi piace continuare a frequentare. Credo insomma che il supporto fisico continuerà a esistere a lungo. Va anche detto che la rivoluzione digitale aiuta a diffondere la musica e pur limitando i guadagni dei musicisti rende le performance live sempre più uniche. I live set diverranno sempre più insostituibili e  divertenti, e credo che la gente lo percepisca bene.

Contemporary jazz è una definizione un po’ sciocca, se vogliamo. Ho scritto nella prima puntata di questo blog che secondo me è quello in cui i musicisti sono/sono stati curiosi e hanno aggiunto elementi nuovi in un contesto fortemente tradizionale, conseguentemente cambiandolo. Sei un musicista eclettico, con numerosi progetti differenti per natura e stile: come definiresti il concetto di contemporary jazz e perché hai scelto questo stile per esprimerti?
Immagino sia perché il jazz è stato il mio punto di partenza. Non saprei neanche dire se “jazz” è la definizione adatta alla mia musica: ne amo il linguaggio e il feeling  e spesso rientro perfettamente nei suoi parametri, ma a volte li trascendo e opero in un sistema più legato al concetto di improvvisazione. E credo che nel futuro andrò anche oltre, perché mi piace sperimentare cose diverse, conoscere persone diverse e creare sound differenti. Tutti gli stili musicali hanno una specificità, legata a culture precise: hip-hop, blues, latin, raga, musica celtica, maqam…ma il suono è neutrale e può definire gli elementi musicali in un sistema molto più ampio.C’è una definizione della musica che adoro che dice che la musica è “dare forma al tempo con i suoni”. Mi piace il sax e mi piace tirargli fuori dei suoni, e il jazz è il “posto” dove ho studiato per sviluppare le mie capacità. Forse per me il jazz è un concetto legato alla libertà e all’espressione del proprio io, naturalmente ha la sua tradizione, ma la cosa più importante è esprimere in tempo reale: “Chi sono? Come mi sento? Cosa voglio esprimere?” É quello che hanno fatto i grandi mastri, e guardando il passato impariamo come si sono rapportati al mondo. Non ha importanza quello che suoniamo, gli obiettivi sono creatività e bellezza. Per il resto, la tua definizione di contemporary jazz funziona!

Per approfondire: itunes; youtube.

English Translation

«Music in the soul can be heard by the universe» (Laozi)

In the summer of 2015 I’ve spent a whole month in Taiwan with my family and with Leonardo Schiavone (a long time Jazzit freelance photographer) and his wife. Our goal was to meet the jazz community over there, to interview as many musicians as possible, to play live music here and there and to have an idea of what’s going on in southest Asia. Usually all the critics (and musicians as well) know by heart what’s going on in the US or in Paris, London and Berlin, but in my humble opinion we generally lack interest for other countries, countries that probably will be the future of jazz music.

Our guide in Taiwan was Minyen Terry Hsieh, a tenor (and soprano) saxophone player. I met him by chance courtesy of the ’Italian Economic Trade and Cultural Promotion Office in Taipei’, at the time headed by dott. Mario Palma (thank you!). Probably most westerns cannot find Taiwan on a silent map, so I guess many of you don’t know that this little island is very influent in our day-by-day life (probably you’re reading this blog with a device projected and produced over there)  and that a very interesting jazz scene has been constantly growing up there since the 1920’s. Minyen is one of the top young players, and together with his mates, very skilled musicians like – among the others – pianist Mike Tseng, drummer Suyeh Liao, bassist Vincent Hsu, promoter Evy Kao, (I’ve met and interviewed more than  80 fantastic persons over there, so I apologize I can’t mention you all!) is currently trying to develop Taiwan’s jazz music scene.

Terry has studied both in Taiwan and in Europe (in Bruxelles), is now in his thirties and has produced a stunning record in 2014, “Firry Path”:

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an interesting mix of different ideas and styles, produced with a gorgeous box set with lots of photographs and insights written by himself. In my opinion it is very likely that Minyen will become one of the most influential musicians of Asia in the next few years, so I’ve asked him a few questions about some topics I’m very interested in!

According to the old jazz taiwanese players you are part of the fourth taiwanese jazz generation: the first vaguely remembered by Tzai Ba (legendary owner of Taipei’s Blue Note, now in his seventies) and people his age, the second being Tzai Ba’s generation, the third the one of your teachers. Wich are the tasks and challenges of being jazz player in today’s Taiwan, and of being a taiwanese jazz player in the world?
Jazz is still a quite young genre here in Taiwan, although it has been developing through many generations as you mentioned (as a matter of fact, I think possibly the history may be longer and mine could be the fifth generation!) because people are missing the understanding of the music language and of the right information, so its diffusion has been very limited in the past years; this is also why even many important musicians in the professional music scene (including pop, classical, rock or even teachers and critics) do not understand what jazz is about. Luckily the situation has changed in the new century: many musicians who studied abroad brought back home the information they learned playing and teaching here, so finally we are going to have the first jazz-major at university (in the next school year), and there are many festivals and jazz clubs doing quite well. The quality of local jazz musicians is getting better and better as well, and you will notice jazz being nominated or winning prizes very often in Taiwan major music awards. It seems to me that it is a good time for taiwanese jazz musicians now! If we are talking about how to connect to the world, I would say we need more good compositions and records, no matter if it is straight ahead jazz, fusion with traditional music elements (chinese, folk or aboriginal..) or even avant-garde: as long as it is good, people will hear it and talk about it and we will be able to have our own identification in jazz. Just like in Japan: they spent many years growing their own jazz scene to what we see now. I think Taiwan still has some way to go, but it will not be too long.

Do you consider “liquid” music a bonus or a penalty? Is it a door that will open an amazing number of different paths or – having de facto made the music recording business worthless, music being free everywhere – will definitely kill the chances to make a living out of music, especially for those styles like jazz that attract less people than – let’s say – pop?
I would say if the world is changing  you cannot stop it. You gain something and you lose something else. So I think musicians have to find the right ways to use the advantages of the medias, not just being against them. And I do not worry about the numbers of live jazz audiences at all, because it is normal for jazz to be followed by a minority. The day that jazz will become really popular we should start to worry!

Do you think still makes sense to produce CDs or the streaming model will win? Do you think that having no physical support for music will grant a greater amount of artistic freedom (no time limits, for example)? How do you think in the future people will listen to and enjoy music?
As the internet technology is improving, now you can find online the same  quality of sound  or even better than the one of normal Cds, so I guess the merits of a physical product will be found in the object itself, its design, the artwork, and not only in the music. Just like books vs. e-books, or hand-writing compared to e-mailing: these things are still existing everywhere because they are real and  will become even more valuable as long as the digital products will grow in quantity. That is one of the reasons why I still keep collecting Cds. The other reasons are that musicians will earn more if you buy their CDs, and  it will also help the record stores: I like to have them in my city ! So I think the physical object — CDs or Vinyls, will still exist for quite some time. With the benefits of the digital revolution  it will  become more  easier to spread music to the audiences and  make it available all over the world. On the other hand, of course, it will affect the profits of musicians as well, so live performances will become more and more popular. To me the live music- experiences are irreplaceable, there is so much fun you can have from it, and I do believe people will understand it.

Contemporary jazz is somehow a silly definition. In this blog I wrote that for me contemporary jazz is the one in which people are/were curious and added some new elements in a well-known pattern, thus changing it. You are a very eclectic and curious player indeed: a lot of different music and projects, etc., so how would you define contemporary jazz and why did you choose it as the artistic way to express yourself?
I guess that’s because this is where I come from musically. I do not know if “jazz” is the best word to define me and my music: I do love the language and the feel of jazz, and some of my music indeed is following the way, but some is more related to improvisation. Maybe in the future I will go farther into that because I like experimenting with different settings, meeting different people and creating different sounds. All the styles of music have their own individuality, which connects to some specific cultures. Like Hip-Hop, Blues, Latin, Raga, Celtic or Maqam: they all come from specific roots. But the “sound” is relatively neutral, it opens up the definition of music elements to a wider range, and this way you can have more possibilities. There is a nice definition to describe music that I really like, which is “Shape the time with sounds”. I like saxophone and making sounds out of it, and jazz is the place from where I started achieving my proficiency of musical abilities. To me, Jazz has its own traditions and developments, but its  spirit   is about freedom and self-expression, devoted to express in the real moment “Who am I? What’s on my mind? How do I feel? What do I want to say?”. That is what all the great masters did, and by learning from the past we realize how did they express themselves and this way how they got  connected to the world. It does not matter if the music we play is original, innovative or not, the goals are beauty and creativity. As for defining “Contemporary Jazz”, I agree with you!

To know more: itunes; youtube.