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The City</br>Intervista a Emanuele Cisi
Photo Credit To Leonardo Schiavone

The City
Intervista a Emanuele Cisi

9 giugno 2017

Il progetto “The City” realizzato da Emanuele Cisi in collaborazione con Max Casacci e Daniele Mana è stato appena  pubblicato dalla Warner; si tratta della rilettura dei suoni di una città filtrata dall’elettronica del duo Casacci-Mana insieme al suono e alle composizioni di Emanuele Cisi, che abbiamo intervistato per l’occasione.

Di Eugenio Mirti

Mi sembra che in questa tua collaborazione venga onorata una tradizione di incontri tra jazz e pop non riconosciuta, ma che esiste e si è sempre sviluppata: Wayne Shorter e Sonny Rollins che registrano con i Rolling Stones, Stan Getz con Huey Lewis, etc.  A volte il jazz in questi progetti sembra il fratello minore, ma in questo caso specifico sembra essere la figura forte. Cosa ne pensi?
Mi fanno piacere queste citazioni, perché quelle partecipazioni per me sono state nella fase formativa molto importanti: se da un lato capitava di leggere o sentire dai colleghi più grandi commenti negativi, dall’altro ero sempre attratto dal fatto che questi suoni pazzeschi che io ero abituato a sentire nel loro habitat naturale aggiungevano un plusvalore eccezionale al contesto. Queste commistioni hanno sempre alimentato in me il desiderio di sentire il mio suono sovrapposto ad altre sonorità, e questo spiega tante delle mie collaborazioni di questi anni. Mi piace molto, trovo sia stimolante per me e per chi suona con me.

Un progetto nato dopo un concerto a Umbria Jazz, i Subsonica insieme ad un ensemble jazzistico.
Quell’incontro a Umbria Jazz  sulla carta poteva sembrare inconsistente; invece la parte di concerto fatta insieme fu una sintesi molto interessante di sonorità. Del resto la curiosità è un valore e regala sempre nuove energie. Il suono per me è poetica, è tutto, un concept, vita vissuta.
Questo nuovo progetto nasce dalla chiacchierata nel viaggio di ritorno da Perugia. Chiesi un passaggio a Max e iniziammo a parlare. Max era stato elettrizzato da uno dei momenti del concerto che io avevo suggerito nelle prove, cioè il mio duetto insieme a Ninja, nello stile Elvin Jones e John Coltrane. E fu un momento inaspettato, energico. Quindi iniziammo a dirci quanto sarebbe stato interessante raccontare una città attraverso i suoni, ovviamente dicendoci subito che non c’è chi può raccontare meglio i suoni di una città dei musicisti di jazz, una musica che narra per eccellenza la vita di una comunità urbana.

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Come è nato il disco, simpatica commistione di due mondi: avete avuto dei riferimenti da seguire?
Nessun riferimento specifico a parte che nella chiacchierata ci eravamo confrontati sua alcuni nomi contemporanei come Robert Glasper, Flying Lotus, Kendrick Lamar, e così via: ambienti sonori in cui il jazz, il rap, l’hip hop si mescolano e creano sonorità nuove.

Torino è un laboratorio atipico; non è casuale forse che questo progetto sia nato in questa città. Pensi che continuerete questa collaborazione?
Eravamo consapevoli fin dall’inizio che questa cosa era ripetibile e rifattibile per qualsiasi altra città del mondo; anzi è stato e continua ad essere un pensiero davvero stimolante. Quindi senz’altro è un’idea che che ci fa vedere avanti e immaginare; poi naturalmente parallelamente ci stiamo organizzando per riproporre l’album dal vivo.

Che cos’è oggi il jazz dal tuo punto di vista?
Rappresenta lo scenario sul quale io posso raccontare la mia vita e il mio suono, che è poi il sinonimo della mia vita vissuta. Proprio per questo non mi pongo limiti stilistici, mi piace l’idea romantica e forse démodé di andare in giro a suonare con musicisti che non conosco, in Messico come a Catanzaro o in Russia. Questa è l’unica musica che consente di farlo, un vero passepartout che apre le porte del mondo.