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“Stones”: note di un certo peso. Intervista al trio Zeppetella/Deidda/Mirabassi
Photo Credit To Pietro Previti

“Stones”: note di un certo peso. Intervista al trio Zeppetella/Deidda/Mirabassi

30 marzo 2022

Intervistiamo il power trio composto da Fabio Zeppetella alla chitarra, Gabriele Mirabassi al clarinetto e Dario Deidda al basso. Li abbiamo incontrati il 17 marzo all’Auditorium Paolo VI (Succivo, CE), dove si sono esibiti nella rassegna “Think Jazz Winter”. Per l’occasione ci hanno parlato del loro nuovo lavoro discografico “Stones”, pubblicato dalla Emme Record Label.

a cura di Andrea Parente

Partiamo dal passato. Com’è nato il vostro trio?
Fabio: «Premessa: io e Dario suoniamo in duo da tanti anni, e come repertorio abbiamo sempre girato intorno ad atmosfere dedicate a Django Reinhardt; infatti il nostro duo si chiamava “I Remember Django”. Poi, abbiamo deciso di realizzare un disco includendo il miglior clarinetto adatto al progetto, ovvero quello di Gabriele. Il trio è nato così, in maniera molto spontanea. Si può dire che questo trio è nato nel disco. Con Gabriele abbiamo suonato spesso e ci conosciamo da una vita, ma non avevamo mai suonato in un progetto stabile come questo».

Cosa vi ha spinto a realizzare il vostro nuovo album “Stones” (Emme Record Label, 2021)?
Fabio: «Io e Dario avevamo sempre pensato di registrare un disco insieme, ma abbiamo approfittato della pandemia – anche se questo ha fatto slittare l’uscita dell’album – aggiungendo una terza voce. Ed è in sala che è nato il trio.»
Gabriele: «Tant’è che il disco lo abbiamo registrato in quel periodo assurdo del lockdown in cui potevamo uscire di casa solo con i permessi e dovevamo rispettare il coprifuoco. Non è stato affatto facile».

Il disco presenta una rivisitazione di classici del jazz, riarrangiati da Fabio. Come avete sviluppato il percorso narrativo del disco?
Dario: «Fabio aveva già dei pezzi pronti, dei “contrafact”, delle armonie costruite su brani già esistenti».
Fabio: «Per esempio, nel disco ne troviamo due: Lee è stata scritta sulla griglia armonica di Donna Lee, Toots, invece, di Bluesette. Nell’album ci sono anche composizioni originali, ad esempio Little Girl e My Sweet Gio, quest’ultimo brano dedicato a mia moglie. Dario ha tirato fuori un omaggio ad Antônio Carlos Jobim con un suo arrangiamento di Modinha; Gabriele ha realizzato due introduzioni a Nuages di Django Reinhardt, una prima e una dopo il brano, con la versione suonata dal trio in mezzo a due assoli di clarinetto. Insomma, sono uscite fuori delle belle idee».
Gabriele: «Io sono quello meno titolato a parlare, dato che sono stato chiamato dopo anni di duo [Zeppetella/Deidda], però, per come l’ho vissuta io, “Stones” è il contrario di un disco progettuale: è un lavoro basato su una stima personale reciproca e su un suono che stavamo cercando. Avremmo potuto suonare qualsiasi cosa, ma il risultato è molto più semplice di quanto si possa pensare: è stata proprio una questione affettiva».
Fabio: «Il disco è nato in maniera assolutamente naturale, e quasi tutti i brani sono stati da “buona la prima”, senza ritocchi, come se fosse stato un live concert».

Che significato ha il titolo del disco?
Dario: «Principalmente l’idea ci è venuta per delle foto che abbiamo realizzato, ispirandoci allo sfondo con un muro di pietra molto bello e ben illuminato. Quelle pietre (in inglese “stones”) però hanno assunto un significato ben più profondo: il peso che cerchiamo di dare alla nostra musica, sia personalmente che nell’insieme. Il suonare delle “pietre”, ovvero note che abbiano un peso emozionale importante».

Il disco è composto da grandi classici del jazz riarrangiati e reinterpretati. Che valore assume questa scelta?
Fabio: «Il significato di suonare uno standard, per me, è lo stesso che si prova suonando un brano originale, perché quello che cerco non sta solo nella composizione, ma anche nell’emozione che si prova nell’ascoltare ciò che accade in ogni momento suonato. Questo è un valore eterno: è il valore della poesia che sta nella musica. Per cui, indipendentemente dal fatto che si suoni uno standard oppure una composizione moderna, se non c’è l’emozione, non c’è nulla. La vera essenza è quello che si vuole trasmettere, è quello che si comunica. Capisco l’importanza del comporre brani originali e del suonare la propria musica, capisco pure che sono aspetti importanti nel jazz, però a livello espressivo e/o comunicativo ci deve essere l’essenza, che sia suonando Nuages o qualsiasi altro brano».
Gabriele: «Stiamo sempre là. Il problema è che il jazz è musica di relazione. Noi viviamo in un momento storico in cui ci sono persone che studiano tantissimo a casa, ma non si relazionano con gli altri. Il jazz è ascolto, è sorpresa, è voglia di sentire cosa passa nella testa di un Dario o di un Fabio. Siccome lo standard rappresenta un materiale estremamente familiare, ti facilita ancora di più ad aprirti e ad esprimerti al meglio».

La formazione del disco è un trio. Cosa ha significato questo a livello timbrico, espressivo e di arrangiamento?
Dario: «Per come la vivo io, questo trio è equiparabile a un gruppo in cui ci sono tanti elementi. Non c’è differenza. Quasi tutti quanti noi abbiamo una cultura da “big band”, e quando swinghiamo pensiamo sempre di essere in un ensemble numeroso. Con il trio cerchiamo di avere un suono coeso, un impatto che non abbia nulla da invidiare a formazioni con più elementi».
Gabriele: «In più c’è un aspetto fondamentale: un progetto costruito su strumenti acustici senza la presenza della batteria consente un’enorme “palette dinamica”, che la batteria fatalmente appiattisce».

Come ha reagito il pubblico a questo nuovo progetto?
Fabio: «Bene, bene. È un progetto che piace: c’è swing, c’è lirismo, c’è poesia. Stasera l’Auditorium era pieno e il pubblico ha apprezzato moltissimo la proposta musicale. Siamo molto soddisfatti».
Dario: «È un progetto che arriva in maniera diretta alle persone…»
Gabriele: «È volutamente una delle cose meno “intellettuali” in cui sono stato coinvolto, nel senso bello del termine ovviamente… [ride]».

Chiudiamo con il futuro. Che progetti avete per i prossimi mesi?
Fabio: «Speriamo di suonare un po’ quest’estate con questo trio, in quanto siamo stati fermi per tanto tempo. Personalmente io ho cancellato i concerti che avrei dovuto tenere a dicembre, gennaio e febbraio, e il concerto di stasera è stato il primo in cui mi sono esibito. L’obiettivo, adesso, è quello di dare continuità a questo nuovo progetto».
Gabriele: «Questo disco è nato proprio dentro la pandemia, in un altro tipo di contesto. Ora non dobbiamo fare altro che farlo suonare il più possibile…».

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