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Stefano Bagnoli
Promuovere i giovani talenti
Jazz Life

Stefano Bagnoli</br>Promuovere i giovani talenti</br>Jazz Life
Photo Credit To Paolo Galletta

Stefano Bagnoli si racconta, mettendo in luce la sua professionalità, la sua attività di didatta e il suo impegno nella promozione di giovani talenti.

di Luciano Vanni

Nome e cognome Stefano Bagnoli
Luogo e data di nascita Milano, 17 febbraio 1963
Strumento batteria
E-mail capomele63@gmail.com
Web www.facebook.com/stefanobrushman.bagnoli

Che caratteristiche ha la tua attività professionale? Cosa distingue il tuo lavoro dagli altri?
Non per metterla giù dura, ma credo che il livello di stress psicofisico che dobbiamo sostenere noi musicisti che facciamo questo mestiere a pieno regime, sia altissimo… È uno stato d’animo che ci contraddistingue! L’antidoto è la parte passionale che ci ha fatto scegliere questa vita. Chi non è del mestiere, lontano dalla musica come interazione quotidiana di vita, non immagina l’impegno psicofisico che ci coinvolge e talvolta siamo visti come entità ai margini del mondo, beati tra le loro “notine” vaganti tra un pub e una sagra della salsiccia. C’è ancora gente che mi chiede: «Ma suoni in un complessino?» o altre domane ridicole ferme a un pensiero ottuso e mummificato a qualche decennio addietro.
Una caratteristica sostanziale del fare il musicista, che si differenzia dalla maggior parte degli altri mestieri, è sostenere contemporaneamente professionalità, responsabilità, astuzia, passione, creatività, diplomazia, elasticità mentale, concentrazione, fisicità, intuito, velocità d’azione e lungimiranza. Non credo che molti altri mestieri comportino il dover sfruttare tutto ciò simultaneamente, senza sosta!

Com’è cambiato il tuo mestiere, davanti ai tuoi occhi, nel corso degli anni?
Si è totalmente rivoluzionato. Quando ero adolescente, a fine anni Settanta, all’inizio della mia avventura musicale, nella sola Milano e provincia c’erano almeno trenta jazz club dove periodicamente si andava a suonare senza interruzione per tutto l’anno poiché il singolo club ti offriva una o più serate con cadenza mensile; a ciò aggiungo che ogni evento era l’occasione per ingaggiare un gruppo jazz: l’inaugurazione di un negozio, feste di quartiere, gallerie d’arte, supermercati, feste private, matrimoni, funerali (con le marchin’ band); la mia palestra di vita musicale è stata inimmaginabile per un giovane oggi. Non c’era Internet ed eravamo pochi, oggi siamo in centinaia ma ti fai conoscere sulla rete in un lampo, pro e contro come in tutte le epoche, sebbene oggi le occasioni per far esperienza si sono ridotte, ahimè, drasticamente. La condizione personale attuale è che, rispetto ai tempi che furono, la qualità del mio lavoro è molto più appagante oggi, pur con il massimo e dovuto rispetto verso ogni singola occasione sfruttata per crescere e farmi le ossa in quell’antico ambiente lavorativo che bilanciava molto sulla quantità e poco su scelte artistiche mirate.

Quali obiettivi sociali, culturali e artistici ti sei posto?
Nulla di premeditato, ho iniziato a suonare da bambino e non ho mai smesso, la mia missione è fare bene il mio lavoro per me stesso, gli altri e la musica, consolidando la responsabilità di essere oggi un musicista anagraficamente maturo con un seguito di giovani ai quali dare tutta la mia esperienza nel modo più saggio possibile.

Come gestisci la tua carriera? Hai un team che ti affianca o sei da solo?
Se per darmi un tono da vip ti dicessi che ho un management, sarei ridicolo poiché, per quanto possa essere “bravo e famoso”, non sono un artista così richiesto dal music business; tuttavia, suonare con alcuni degli artisti che invece lo sono, come ad esempio Fresu e Jannacci, comporta l’essere seguìto automaticamente dai loro manager, con tutte le comodità annesse e connesse. Spero di essere contraddetto ma attualmente la figura del manager che investe su talenti sconosciuti o progetti giovani da promuovere, non esiste più; del resto non sono tempi per poter investire risorse economiche se non in realtà conclamate e vendibili senza rischi. È un gatto che si morde la coda, non se ne esce.

Quali problemi hai riscontrato nel corso della tua carriera? Cosa ti piace di più del tuo mestiere? E cosa, di meno?
I problemi legati a un lavoro che è tutto sulle tue spalle: un passo falso lo paghi, una collaborazione sbagliata la paghi, una scelta sbagliata la paghi, ti rompi un braccio e al tuo posto suona un altro. Sei la ditta di te stesso e se va male ci rimetti. Non esiste alcuna certezza ma paradossalmente la crisi di questi ultimi anni non mi ha mai angosciato poiché il “posto fisso” e lo “stipendio” non ho mai saputo cosa volessero dire. Ho sempre lavorato tanto grazie a un insieme di fattori tra i quali, oltre alla dose di talento, la professionalità, l’affidabilità e soprattutto una genuina modestia che ho nel DNA e che mi fa essere sereno per quello che so fare cosciente di non essere indispensabile (nessuno lo è, stare con i piedi per terra è un’ottima filosofia). La cosa bella è che nessuno mi ha obbligato a scegliere questa vita; è stata una scelta inconscia, una missione, un esperimento che ti porti dietro sino alla tomba, uno scoprire cosa sarà di te ogni giorno che passa, una conquista a ogni successo raggiunto sapendo che sei sempre all’inizio e che non arrivi mai da nessuna parte. Tutto ciò è angosciante? Per niente! È affascinante, un meraviglioso stimolo a cercare se stessi fino alla fine.

Come ti poni davanti al mercato internazionale? Lo consideri un’opportunità rilevante? Come ti stai muovendo? Hai già avuto esperienze positive? Quanto incide, nella tua economia, il mercato internazionale?
Per un giovane penso sia importante guardare oltre confine, viceversa a me, che ho superato i cinquanta, dell’estero non importa nulla (in verità non mi è mai interessato neppure da giovane). Sono molto casalingo e radicato nel mio spazio vitale! Devo anche dire che nella Milano degli anni Ottanta, in cui iniziavo seriamente a suonare, ero impegnato tutti i giorni dell’anno, quindi non avevo bisogno di pensare a delle alternative: era meraviglioso stare dove stavo. Ho iniziato a frequentare il mondo oltre confine molti anni fa con una band tradizionale che si chiamava Ticinum Jazz Band con la quale ho girato il Nordeuropa in lungo e in largo, per non parlare della Germania in cui ero di casa. Poi, abbandonato il mondo del jazz tradizionale, le esperienze si sono sviluppate in altri lidi sino al 2004, anno in cui entrai nel Devil Quartet di Fresu; con il Devil siamo di casa in Francia oltre a centinaia di viaggi fatti in tutto il mondo. Mi piace girare per il pianeta, sebbene oggi mi senta avvolto in una serena assuefazione agli aerei e ai viaggi per cui essere a Milano o Parigi o Tokio è la stessa cosa; non è presunzione, è la mia realtà obiettiva, tant’è che se mi chiedi: «Ieri sera dove hai suonato?» facilmente prima di risponderti devo pensarci qualche minuto se non addirittura leggerlo sull’agenda. È la realtà di un rincoglionito che suona da quarant’anni… non di uno che se la tira!

A fianco della tua attività artistica ne affianchi anche altre (promoter, direttore artistico, booking agency, didatta, autore di libri-metodi)?
Questa domanda sembra premeditata! Da poco è uscito online un mega corso di batteria jazz sul quale ho lavorato dieci anni. Diciotto tra metodi dvd e play along, un’opera di cui sono veramente fiero. Questo per dirti che la didattica è la mia vita parallela a quella di sideman e leader. Non potrei farne a meno grazie anche a un riscontro notevole da parte dei ragazzi che mi seguono negli anni. Ciò mi inorgoglisce. Nel mio piccolo sono anche un discreto talent scout: ho fatto crescere due ragazzi fantastici con i quali ho costituito il mio trio We Kids (il terzo nostro cd è uscito per Jazzit n. 89 di luglio/agosto 2015); ho visto in loro due talenti che meritavano di essere coltivati e mi ci sono dedicato. Credo che se tutti noi musicisti “navigati” investissimo tempo e denaro per produrre qualche giovane meritevole, contribuiremmo a rendere meno arido il terreno sul quale i giovani oggi, talvolta, camminano.

"Corso di batteria jazz" di Stefano Bagnoli
“Corso di batteria jazz” di Stefano Bagnoli

Dedichi tempo, professionalmente, ai social network? Se sì, quanto tempo e su quali social? Quanto pensi siano rilevanti ai fini della tua notorietà e della tua professione? Hai una pagina personale/privata e una artistica/pubblica? Come gestisci la tua comunicazione all’esterno? Fai attenzione a non parlare di politica, calcio, vita privata, e così via, oppure ti senti libero di scegliere linguaggi e argomenti?
Sono attivissimo su Facebook e chi mi conosce sa che le mie pagine sono un carosello di goliardia sempre pronta al gioco ma anche ricca di notizie che riguardano la mia attività seria. Odio il calcio e lo sport e non parlo di politica ma ogni tanto esterno qualche considerazione poco gentile scatenando il delirio tra pro e contro! Non parlo mai della mia vita privata. Non tutti i miei colleghi amano frequentare i social network che invece ritengo siano una vetrina importante che personalmente utilizzo in modo naturale senza premeditare obiettivi di alcun tipo. Rispondo e chatto con chiunque e non ho nessun blocco-privacy alle mie pagine e ciò ha contribuito con naturalezza a espandere la comunità delle mie conoscenze spesso indirizzate a quei ragazzi che, contattandomi, poi diventano miei allievi o altri tipi di contatti per i quali nascono seminari, concerti o altre iniziative. Ho un sito (stefanobagnoli.net) oltre alle pagine che mi riguardano ad esempio su YouTube nel quale si trovano decine di miei video.

Che strategia adotti per promuovere la tua attività? Cerchi di instaurare rapporti diretti con giornalisti, promoter, discografici, manager?
Sono restìo al telefono e non sono capace di propormi con insistenza, le mie PR sono sempre discrete e mai invasive poiché di carattere sono introverso e abbastanza “orso”. Ciò non significa che non sappia espormi e farmi conoscere (Facebook ne è un esempio appena spiegato) ma un conto è stare sulle mie pagine a presentare la mia vita artistica e le mie proposte, altro è passare ore e giorni al telefono e con le e-mail a chiamare e richiamare Tizio e Caio per concordare una serata o una recensione. È un lavoro a tempo pieno che non sono in grado di aggiungere a tutto quello che già faccio. L’unica amarezza è che questa mia discrezione m’impedisce di poter offrire ai ragazzi del mio trio qualche occasione in più per suonare tant’è che non posso andare contro la mia natura! Ciononostante nel corso dei decenni ho trovato e mantenuto contatti importanti con addetti ai lavori con i quali si è instaurato un reciproco rapporto di amicizia e collaborazione discografica o di produzione didattica o giornalistico ma sempre con discrezione. Non mi faccio sentire troppo spesso!

Cosa ne pensi della promozione artistica applicata ai video? Investi risorse nella realizzazione di teaser, videoclip, riprese live? Hai un tuo canale YouTube?
Sì, ho un mio canale YouTube che sfrutto in una duplice veste, quella goliardica che mette online video-gag o pseudo tali e quella in cui si visualizzano i trailer dei miei lavori didattici o i concerti live oltre ovviamente a una serie infinita di video che non controllo personalmente e che ritrovo anche contro la mia volontà; ma stiamo parlando di musica non di segreti di stato, quindi va bene tutto!

Quanto tempo dedichi all’aggiornamento del tuo web? Lo ritieni ancora uno strumento valido?
Tutti i giorni sistemo e controllo che sia in ordine e aggiornato. Odio visitare i siti nei quali ritrovo notizie passate da mesi o anni, tuttavia è difficile controllare tutto poiché ci sono pagine che non seguo direttamente tipo quelle delle ditte di cui sono endorser oppure siti di manifestazioni e festival che talvolta scaricano curriculum obsoleti senza contattarmi prima; insomma la rete è troppo vasta per riuscire a dare notizie di sé in modo attuale e aggiornato, non sempre si riesce.

In che stato economico versa il jazz italiano, dal tuo punto di vista? Cosa funziona, e cosa non funziona?
In uno stato pietoso e disperato senza precedenti ma nonostante ciò l’energia dei musicisti e dei promoter è sempre agguerrita. Riusciamo sempre a salvare la pelle grazie alla volontà di uomini che si rimboccano le maniche e organizzano eventi di tutti i tipi e musicisti disponibili e appassionati che non si tirano indietro. La vergogna di questa nostra nazione sta nell’ottusità di chi avrebbe il potere di mantenere alto il livello culturale e artistico del Paese numero uno al mondo per valori e meriti storico-artistici e invece continua spietatamente ad affondarlo. Quel patetico ministrello (non menestrello!) che anni fa disse: «Con la cultura non si mangia», sebbene sia sparito dalla circolazione, non ha lasciato grandi speranze rispetto a chi governa oggi. C’è spazio per tutti, d’accordo, ma pensare che da ragazzino accendevo la tv e vedevo Franco Cerri o Lelio Luttazzi con le orchestre della Rai dirette da Kramer, Ferrio o Simonetti, Mina con Toots Tielemans, Erroll Garner o Sonny Rollins ospiti degli show del sabato sera mentre oggi c’abbiamo il furbo e riccioluto megalomane che strimpella insulse melodiette idolatrato dalle folle, mi intristisce molto.

Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nella discografia? Ha ancora senso parlare di cd?
Per un musicista fare un cd è (e sarà) sempre un momento di conquista meravigliosa. La discografia è in difficoltà e chissà cosa le riserverà il futuro; ciò nonostante ritengo che andare in studio per un proprio progetto o per partecipare a quello di un collega, sia un momento di vita meraviglioso che rimane nel tempo, come scrivere un libro o fare un film o un quadro. Crisi o non crisi, il piacere di fissare e mettere la propria firma nella musica, è impagabile.

Hai dei modelli specifici che riconosci di qualità non tanto sul fronte artistico ma sul fronte del music business?
Su tutti Paolo Fresu. Suono con lui dal 2004 e ancora mi stupisco per l’energia e le iniziative che continua a elaborare. Frequento tanti artisti, tutti amici e tutti eccezionali tuttavia nella veste duplice di musicista e business man, vedo in Paolo il numero uno in assoluto. Business man che significa non solo alimentare le proprie credenziali artistiche ma anche esporsi in iniziative di beneficenza esemplari come Cagliari per l’alluvione, o l’Aquila per il terremoto o per i bambini handicappati e mille cose ancora. Le malelingue poi ci saranno sempre, pronte a spargere fango, tant’è che nel buttare parole al vento siamo capaci tutti: parlare poco e realizzare molto come Paolo fa da sempre, non è da tutti.

Come ti poni davanti ai finanziamenti pubblici dirottati ai festival? Pensi siano utili? Pensi che siano un doping ai danni dei contribuenti oppure di fondamentale importanza sociale e culturale? Cosa significa secondo te “investimento pubblico in cultura”?
In nazioni vicine alla nostra, i musicisti hanno sovvenzioni statali di molti tipi tra cui quella che tutela i propri professionisti qualora passino un periodo di scarse opportunità se non addirittura sovvenzioni che promuovono i propri talenti organizzando loro dei tour e producendo dischi. In Italia siamo ancora al medioevo e temo non arriveremo mai ad affiancare iniziative statali così rilevanti. Dobbiamo accontentarci delle briciole destinate a festival ed eventi vari, oppure dobbiamo tristemente assistere alle solite ruberie di finanziamenti destinati al posto “x” e che invece vanno nelle tasche di “y”. Nonostante ciò, come dicevo prima, riusciamo sempre a salvarci grazie alla passione e alla serietà della maggior parte degli organizzatori che fanno miracoli pur di proporre musica di qualità. I miracoli li sanno fare anche i musicisti, disposti spesso a tirare la cinghia in onore dell’Arte o per assecondare una buona causa.

Ritieni che un musicista abbia anche un ruolo sociale, oltreché artistico? E se sì, in quale direzione?
Più un artista è in vista, più ha il dovere (e il potere) di divulgare energia positiva. Uno come Fresu ha il potere e la capacità di diffondere, attraverso la musica, un messaggio concreto che sposa iniziative di beneficenza come quelle raccontate prima. Ma tutti noi, nel modo in cui possiamo, abbiamo il dovere morale di lasciare un segno che può essere, ad esempio, quello di incentivare i giovani, supportarli nel loro desiderio di fare musica così come altre decine di piccole, ma sempre grandi, cose.

Se tu avessi un ruolo politico rilevante, quali interventi adotteresti per migliorare la cultura e il music business relativo alla musica jazz?
Per prima cosa mi metterei intorno a un tavolo con una rappresentanza di musicisti e mi appunterei dettagliatamente ogni consiglio, considerazione e parere, dopodiché scarterei quei segnali (più o meno palesati) che porterebbero a dare luce solo al proprio orticello, scarterei quei personaggi che ipnotizzano da grandi imbonitori con tante parole e pochi fatti, e terrei in considerazione le proposte più ampie e globali come incentivare i giovani, migliorare le condizioni dei Conservatori e delle Accademie (che spesso hanno strumentazioni e ambienti da terzo mondo), creare un fondo per aiutare gli artisti in difficoltà, promuovere i propri talenti nel mondo finanziando tour, obbligare le reti televisive di stato a proporre programmi musicali in fasce orarie pomeridiane com’era negli anni Settanta, ripristinare le orchestre Rai e le lezioni di musica nelle scuole a partire dalle elementari (non col flautino, ma proponendo ear training e tutto ciò che può affascinare un bambino facendogli scoprire la musica nel modo giusto; a Oslo anni fa ascoltai una big band di ragazzini di una scuola media che suonava gli arrangiamenti di Bob Mintzer: da non credere). Sogno di vedere l’Italia ricca e serena grazie alle risorse che ha da tempo immemore: arte, cultura, storia e bellezze naturali. Di questo, il nostro Paese, potrebbe vivere ed essere invidiato dal pianeta intero.

Se tu avessi un ruolo manageriale rilevante in questo ambiente come ti comporteresti?
Destinerei una buona percentuale di risorse economiche per promuovere i giovani talenti; da “pezzente” quale sono, già lo faccio da anni con i miei due ragazzi che oggi cominciano a essere indipendenti, fiero di averli guidati sino a qui; figuriamoci se fossi ricco quanti di questi giovani cercherei di far emergere come meritano.

Come ti vedi, professionalmente parlando, tra dieci anni?
Esattamente come oggi o come trent’anni fa: con la stessa voglia di fare. Le energie cambiano seguendo il proprio percorso di vita; ad esempio fino a qualche anno fa suonavo in mille gruppi e non stavo senza bacchette neanche un giorno, oggi suono molto meno indipendentemente dalla crisi ma la situazione non mi pesa poiché didatticamente il mio fermento mentale e pratico è sempre più attivo. Ho iniziato da bambino non immaginando di arrivare sino a qui: spero di avere ancora tante sorprese!