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So this is love: intervista a Giusy Consoli.
Photo Credit To Mariagrazia Giove

So this is love: intervista a Giusy Consoli.

8 maggio 2020

Giusy Consoli è una brava cantante che lo scorso anno ha pubblicato “So This is Love”, un disco omaggio a Bily Strayhorn. L’abbiamo intervistata.

Di Eugenio Mirti

Una piccola tua presentazione per chi non ti conoscesse!
Sono una cantante e canto da sempre, canto fin da bambina. Le prime esibizioni, quelle vere, avvengono dopo gli anni del liceo con formazioni di giovani musicisti che oggi sono tutti dei professionisti di alto livello.
Ci esibivamo nei locali della provincia di Varese e soprattutto in un club che ha davvero avuto fondamentale importanza per il jazz nazionale e non solo, visto che ha ospitato molti jazzisti d’oltre oceano, uno tra i tanti Chet Baker. Si tratta del mitico Splasc(H) Club di Induno Olona, il cui fondatore Renato Bertossi dava spesso spazio anche a chi, come me, muoveva i primi passi nel mondo della musica live. Io, come tanti coetanei, mi esibivo con varie band anche allo Splasc(H) Club, cantando di tutto, pop, rock, jazz ma insieme al jazz, la mia altra grande passione è stata l’R&B. Facevo parte di una band varesina di 13/15 elementi, il Distretto 51, che negli anni ’80 e ’90 ha spopolato nelle mie zone e non solo. Sono stati anni formativi per me, soprattutto perché mi hanno insegnato a stare sul palco, magari davanti ad un pubblico numeroso, con tanti musicisti con cui interagire, con altre cantanti con cui dividere la scena, il repertorio.

Il mio amore più grande però resta il jazz e nasce proprio grazie allo Splasc(H) Club di Induno Olona, dove ho potuto assistere a concerti di giovani musicisti che hanno fatto la storia del jazz italiano, Stefano Battaglia, Tiziana Ghiglioni, Paolo Fresu e tanti altri. Ero una ragazzina che ascoltava Tiziana Ghiglioni giovanissima cantare Lush Life e piangeva per la commozione! Allora non avrei mai immaginato che un giorno avrei avuto la possibilità di studiare con lei.Mi sono laureata in canto jazz nel 2017, non più giovane ma con il desiderio profondo di andare oltre il saper cantare, avere una bella voce, io non sapevo nulla, il mio canto era solo istinto e passione, pur avendo studiato canto per anni, non mi bastava più.

Perchè l’omaggio a Billy Strayhorn, soprattutto dato che sei una cantante?
Mi sono laureata con una tesi dal titolo “Something to live for”: viaggio attraverso la vita e la musica di Billy Strayhorn. È stata una tesi sofferta, fatta di tanta ricerca, di letture non semplici, che mi hanno permesso di conoscere nel profondo un uomo e la sua musica, che mi hanno portato ad innamorarmene letteralmente.
Attraverso la lettura di “Lush Life” di David Hajdu, una delle più belle biografie mai scritte, ho potuto comprendere come nella vita di Billy Strayhorn, le vicissitudini del cuore e la musica abbiano sempre viaggiato insieme e studiare e cantare le sue composizioni, pensando di separarne le strade, è impossibile, perciò lavorare a questa tesi, scegliere i brani per la prova esecutiva, scegliere i musicisti, entrare nel mondo di questo piccolo uomo che però ci ha lasciato un patrimonio immenso con la sua musica, mi ha rapito letteralmente il cuore. Non avrei potuto scegliere altro su cui lavorare per il mio primo disco.
Ecco perché l’omaggio a Billy Strayhorn. È stato un rivoluzionario silenzioso nel mondo del jazz, della composizione, dell’arrangiamento. È stato un uomo coraggioso, dalle scelte coraggiose, aveva scelto di rimanere nell’ombra e che ombra. Ma l’ombra di Duke Ellington per fortuna non lo ha oscurato, non poteva. La sua musica ha la capacità di distinguersi da quella di chiunque altro.
Sono una cantante, solo una cantante, nel senso che non ho buona padronanza di alcuno strumento se non per studio ma ho deciso comunque di scegliere la musica di Billy Strayhorn proprio perché compositore poco sfruttato, se non per alcuni brani più conosciuti.

La ragione principale della mia scelta è indubbiamente la bellezza della sua musica, così innovativa per l’epoca, così emozionale, così personale. C’è però una cosa, nella mia lunga ricerca, che mi ha particolarmente commossa e colpita ed è stato leggere del suo amore per la voce, per i cantanti, tutti i cantanti che hanno avuto l’onore di cantare per primi i suoi temi, che con lui hanno imparato ad interpretarli come lui voleva.

Ho pensato che cantare la musica di chi ha avuto tanto rispetto per chi l’ha cantata allora, forse mi avrebbe portato bene oggi. Vero è che nel disco ci sono alcuni brani nati come strumentali, per tre dei quali ho scritto io il testo mentre il quarto viene cantato in scat.

Come hai scelto i brani?
Scegliere i brani è stato davvero difficile, la sua produzione è immensa. Ho scelto seguendo il mio cuore per alcuni brani in particolare come Lush Life, Day Dream, The Star Crossed Lovers, per altri ho scelto pensando ai brani che per lui hanno avuto una grande importanza, come uomo e come compositore, come UMMG, Chelsea Bridge, Something To Live For. Ho scelto Lotus Blossom pensando a Duke Ellington, ancora addolorato per la morte dell’amico di una vita, seduto al pianoforte mentre suona il brano tanto amato in una sala di registrazione ormai vuota alla fine di una session. Ho scelto ogni brano per una ragione particolare. Nel disco ci sono anche due brani non composti da Billy Strayhorn. Solitude per esempio, perché suonandolo durante una sorta di provino al cospetto di Duke Ellington, è uno dei brani che decise le sue sorti, e You Go To My Head perché ho scoperto essere lo standard da lui più amato e siccome lo amo moltissimo anch’io…

Il mio Maestro di musica d’insieme Marco Micheli, relatore della mia tesi, mi ha dato molti consigli per la buona riuscita della mia prova esecutiva ma ce n’è uno che mi ha colpito di più e cioè dimostrare di saper scegliere i musicisti giusti per il progetto che avevo in mente. Ci sono riuscita!

E i musicisti?
Il primo musicista cui ho pensato è stato Michele Franzini, intanto perché aveva già collaborato con me e con Attilio Zanchi e Francesco D’Auria, ad un progetto su Billie Holiday e poi perché un giorno, parlando della mia decisione di preparare la mia tesi su Billy Strayhorn, i suoi occhi si sono illuminati e, parlandone con lui, ho compreso quanto amasse la sua musica, ho capito che doveva esserci nella formazione che avrei scelto, che poi fosse un eccellente pianista dotato di grande sensibilità, già lo sapevo.
Con lui abbiamo ragionato sulla ritmica e abbiamo pensato ad Alex Orciari al contrabbasso e Roberto Paglieri alla batteria. Le ragioni sono le stesse che mi hanno portato a Michele, musicisti dotati di grande sensibilità, oltre che di grande bravura e preparazione. Ho voluto un sassofonista, pensando all’importanza data ai fiati negli arrangiamenti di Strayhorn, pensando alla sua profonda amicizia con il sassofonista Johnny Hodges, e poi pensando a quanto io ami il sassofono. Rudi Manzoli è stata la scelta giusta, un grande musicista, capace di interagire con la voce con grande rispetto e sensibilità. E’ stato prezioso, soprattutto in alcuni brani dove il linguaggio raffinato e il suono particolare che lo caratterizzano sono stati fondamentali. Infine ho deciso, anzi io e Michele ci siamo ritrovati ad avere la stessa idea, di chiamare Massimo Vescovi alla chitarra. Io amo cantare accompagnata dalla chitarra, amo sentire pianoforte e chitarra che dialogano, e Massimo è davvero un musicista eccezionale che ha trovato subito il modo giusto di interagire con il raffinato pianismo di Michele, e con me. Solitude infatti è eseguito in duo, chitarra e voce. Massimo oltre ad essere un grande solista, è un grande accompagnatore e accompagnare bene la voce denota grande sensibilità.
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Cosa significa per te “jazz” oggi?
Non sono una cantante che sperimenta, che cerca nuove strade, nuovi linguaggi nel jazz. Ho studiato, questo sì, nel rispetto di un linguaggio per cui non bastano l’istinto e il talento. Ho lavorato tanto sul suono della mia voce, sull’interpretazione dei temi, cercando di affinare appunto, la capacità di veicolare emozioni attraverso la musica, attraverso le parole. Posso dire che per me, come persona, come cantante, il jazz è il linguaggio attraverso il quale posso esprimere senza paura quello che mi passa dentro, è il linguaggio con cui cerco di comunicare con chi mi ascolta e spero di riuscirci.
Cosa sia oggi il jazz, non sono in grado di spiegarlo bene ma forse è quello che è sempre stato, sperimentazione, rinnovamento, ricerca nel rispetto di quanto ha lasciato chi ci ha preceduto. Facendo ricerca, approfondendo la conoscenza della sua vita, oltre che della sua musica, sono arrivata a comprendere che Billy Strayhorn è uno dei più grandi compositori nella storia del jazz che ha lasciato davvero tantissimo ai suoi successori, tanto materiale su cui studiare, da comprendere per sfruttare tutte le innovazioni che era riuscito a portare al jazz di quegli anni. Ma una cosa importantissima, secondo me, ci ha insegnato. Ci ha insegnato il coraggio di essere veri, il coraggio di dar vita alla propria musica per quello che si è, per quello che si sa, per quello che si vuole dire al mondo attraverso lei.

Qual è l’insegnamento che Strayhorn ci lascia?
In questo disco ho cercato di essere vera, di fare solo quello che so fare, mostrandomi per quella che sono, non una nota in più, non una nota in meno, cercando di trasmettere tutto l’amore che ho per “questo piccolo, meravigliosamente piccolo, uomo di colore, con grandi occhiali” (da “Lush Life”, parole di Lena Horne) e per la sua immensa e meravigliosa musica. Speriamo di esserci riuscita almeno un po’.
https://www.youtube.com/watch?v=3o6l2hIqXeQ
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Il disco in omaggio a Strayhorn è stato un sogno grandissimo che si è realizzato, con fatica e, come si può immaginare, molte spese ma spero di riuscire a realizzare un secondo sogno, meno articolato forse, e quindi meno dispendioso, perché sto lavorando ad un progetto per voce e due chitarre. Un chitarrista l’ho già scelto naturalmente e si tratta di Massimo Vescovi. Grazie al disco è nata un’amicizia alimentata, posso dirlo, da stima reciproca. É un musicista di rara sensibilità, bravissimo. In realtà ho in mente anche il secondo chitarrista ma lui ancora non lo sa, quindi per ora taccio il nome. In questo progetto vorrei cantare i brani che più sono stati significativi nella mia vita di donna e di cantante jazz, i brani che ho scelto di farmi entrare nelle vene, tanto li amo. Vorrei poterli cantare dando possibilità alla mia voce di mostrare al meglio quella che sono come donna e come cantante, appunto.
Speriamo di riuscire a realizzarlo. Ho imparato che volere fortemente qualcosa, con passione e amore è già garanzia di riuscita, forse perché quando ho voluto con tutta me stessa, ho ottenuto ciò che desideravo. Volevo studiare in conservatorio e alla fine, con fatica, ce l’ho fatta, volevo un disco con un progetto direi ambizioso per un primo disco e ce l’ho fatta. Vedremo!