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Simone Gubbiotti
Resilience

Simone Gubbiotti </br>Resilience
Photo Credit To Niccolò Righini
«Players should force themselves to hear something and then play it,
rather than just do whatever comes under the fingers»
Jim Hall
Il momento più emozionante del mio lavoro per Jazzit è l’arrivo del pacco che la redazione mi spedisce mensilmente con i CD da ascoltare per scrivere interviste e recensioni. Memore della mia adolescenza, quando potevo a stento comprarmi un album al mese (e per procurarmi ulteriore dolore, leggevo in biblioteca titoli come I vostri primi diecimila vinili), ogni pacco mi sembra sempre uno straordinario dono del cielo e mi rende oltremodo felice. Annusare e palpare tutti questi CD è sempre un gioco meraviglioso, ma il culmine dell’esperienza si compie quando li inserisco nel lettore e i primi secondi di ogni disco ne svelano il contenuto.
In generale sono sempre curioso, a volte mi entusiasmo, altre rimango deluso, raramente provo indifferenza; capita ogni tanto di trovare dei dischi che mi emozionano profondamente, e quando qualche mese fa inserii “Resilience” di Simone Gubbiotti  (registrato in trio con Jay Anderson al contrabbasso e Adam Nussbaum alla batteria) fu proprio uno di quei momenti.
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Recensii così il suo disco per l’edizione cartacea di Jazzit, ma mi ripromisi di intervistarlo per questo blog, essendo Simone un ottimo esempio di chitarrista contemporaneo. Buona lettura!
Come hai scelto la lineup?
È stata principalmente una decisione dettata dall'”area metropolitana”, perché volevo che le sonorità avessero un taglio più newyorchese. Conosco Jay da diversi anni, ci siamo incontrati molte volte in Italia e già in un’altra circostanza era nata l’idea di collaborare. Anche con Adam ci siamo incrociati più volte, ma senza mai approfondire il rapporto; in questo caso abbiamo deciso insieme all’agenzia di booking di inserirlo nel progetto pensando ai futuri sviluppi live. Inoltre la loro è una ritmica consolidata e presente in infiniti dischi che garantisce un mix musicale e umano di altissimo livello. Jay è una persona meravigliosa così come Adam, che ha anche una  sua generosa “rudezza” molto simile alla mia quando giocavo a calcio.
Il disco ha un sound contemporary ma il tuo suono di chitarra è molto classico. Quali sono gli elementi che hai usato per dare questo colore di modernità? Armonie? Arrangiamenti? Voicing?
La ricerca armonica sulla strumento è un mio chiodo fisso e per questo motivo non amo avvalermi dell’uso del pianoforte: perché a mio modo di vedere limita l’aspetto creativo e polifonico della chitarra. Ho sviluppato un metodo, grazie anche a Sid Jacobs e Jimmy Wyble, che mi permette di ragionare sulla chitarra come se fosse essa stessa un pianoforte, e amo spezzare gli accordi e suonare in contrappunto ogni volta che posso. Volevo connotare il disco con aspetti un po’ più angolosi della mia solita scrittura, con uso dei poliritmi sia nei temi sia negli arrangiamenti. Sono presenti tempi dispari, in cinque o in sette, come per esempio Anomalous Composer che è un blues mascherato. In generale però il disco è lo specchio delle emozioni che ho vissuto in questi anni ed il risultato credo che sia una musica che non può e non vuole separarsi dall’aspetto umano e dalla mia storia personale.
Blue In Green è qui riproposta come samba velocissima: come è nata questa idea?
Quando studio  uno standard pensando di registrarlo la prima cosa che faccio è ragionare sul modo in cui posso renderlo mio, senza cadere in qualche cliché. Nello specifico ci sono tanti elementi che si sono sposati bene; il primo è che mi ero messo in testa di cambiare il tempo di esecuzione, modificando una ballad di dieci battute in un quasi fast in 6/8. In verità non mi ricordo come sia nata questa introduzione, non è stato un processo scientifico come nel caso di Witch Hunt in cui ho deliberatamente cambiato tutti gli accordi della introduzione originale. Il brano l’ho scelto perché amo quei colori, il blue e il green, e perché Bill Evans è uno di quei musicisti che mi stringono il cuore per la loro vita e la loro storia: ecco ancora l’elemento di umanità che ritorna sempre.
Come definiresti questo disco in tre aggettivi?
Speciale, intimo, condiviso, resiliente…oh, ne ho detti quattro!
Hai vissuto sia  il mondo del jazz europeo sia  quello americano: quali sono le principali differenze a tuo avviso (in termini di musica e business?)
Parlare di business oggi nella musica e nel jazz mi risulta complesso: non credo che manchino le risorse per queste spesso vengono destinate a situazioni e persone di cui sinceramente non si avverte il bisogno. Il modo in cui viene retribuita la performance nel jazz mi sembra allineata in tutto il mondo, ovviamente a certi livelli che spesso non hanno a che fare col talento. Ho suonato nei club americani dove anche alcuni grandi fanno fatica; se posso raccontare un episodio, c’è un club a New York, il 55 Bar dove si suona per le mance che vengono raccolte in una grande boccia di vetro collocata davanti ai musicisti. La differenza che posso notare sta nella professionalità e soprattutto nella programmazione sia dei musicisti che delle venues. Mentre un club italiano programma in genere di mese in  mese, in Europa si ragiona di anno in anno, e la progettualità dell’artista è strutturata su 24 mesi e non sul numero dei dischi che vengono “sfornati” per rifare un altro giretto. Da noi esistono figure che in altri paesi non hanno ragione di essere: il benzinaio che fa la cover band degli 883 e si lamenta perché prende 30 euro, il medico che cura le direzioni artistiche dei club del posto,  il dipendente pubblico che suona in nero e che dovrebbe controllare se stesso. Il tutto a scapito della qualità, che per esempio negli Usa è un requisito fondamentale. Trovo, per concludere, che ci sia una mancanza di merito e scarso interesse per i contenuti in Italia, nella musica e non solo.
Tra le tue caratteristiche più evidenti c’è il  fraseggio spezzato, imprevedibile, poco chitarristico ma estremamente musicale. Come l’hai sviluppato?
Studio molto con i metodi di batteria, che poi è il mio strumento mancato. Sto lavorando molto sull’aspetto ritmico e sulle similitudini intuitive tra chitarra e batteria, sugli aspetti percussivi e sui poliritmi. Inoltre suonare la chitarra in trio ti pone di fronte a determinate problematiche, una delle quali è stimolare gli altri componenti per generare un dialogo. Essere troppo piatti ti espone al rischio di annoiare te stesso o peggio ancora l’ascoltatore.