26 aprile 2026
“Siamo molto interessati” è già un titolo che intriga, anche se spesso la frase viene pronunciata con esito decostruttivo per i tanti musicisti di talento (e ce ne sono) che hanno ancora l’entusiasmo di proporre qualcosa a qualcuno nella speranza appunto di un contratto, di un ingaggio o almeno di un riscontro. In questo caso è un album che non fa per nulla fatica a imporsi per essere ascoltato: ne è protagonista Simona Trentacoste, una cantante dallo stile versatile e composito, in quanto riecheggiante diverse fuoriclasse del genere, senza però lasciarsi tentare dalla possibilità di rifare il verso a qualcuna di esse, perché in pieno possesso di un timbro intenso e penetrante, che emerge da una notevole conoscenza dei materiali affrontati. La vocalist palermitana ha raccolto l’incipit partito dall’Associazione Culturale Musikante, in stretta sinergia con il batterista e produttore Antonio Petralia, e insieme a Tony Brundo (un’altra scoperta al pianoforte) e il veterano supremo del basso che risponde al nome di Massimo Moriconi, hanno costituito lo Smat Quartet, ritrovandosi per la prima volta in studio con il prezioso bagaglio scaturito dai loro percorsi artistici, per realizzare un disco godibile quanto la carezza che arriva grazie a The Good Life e al resto degli standards di varia provenienza, affrontati con un idioma ineccepibilmente jazzistico, circostanza che potrebbe anche spaventare, visto ciò che di orribile è musicalmente spesso intorno a noi. «L’obiettivo dichiarato – ribadisce Simona – è stato quello di onorare la tradizione jazzistica senza però restarne imprigionati, lasciando ampio spazio all’espressività individuale».
a cura di Vittorio Pio
Il complimento parte dal titolo: com’è arrivato?
Da una battuta ricorrente e maturata durante le sessioni in studio. Tra una take e l’altra il tempo è stato scandito da risate, emozione e una profonda dedizione. Questa combinazione di serietà professionale e gioia creativa ha dato vita a un lavoro che trasmette quella “leggerezza calviniana”: una musica fatta con amore e allegria, capace di raccontare la complessità con un sorriso. Abbiamo scelto di narrare, suonando, un’idea di bellezza e misura, in equilibrio fra tradizione e libertà.

La musica quando è entrata nella tua vita e come invece hai scoperto il jazz?
Sono nata in una famiglia di musicisti, i miei genitori si conobbero in conservatorio, all’allora “Vincenzo Bellini” di Palermo, oggi “Alessandro Scarlatti”. Frequentavano entrambi il corso di pianoforte classico. Papà insegnò educazione musicale per tutta la vita, mamma, invece, si dedicò alle lezioni private a domicilio di pianoforte ed io ero sempre con lei e così ascoltavo di continuo scale, arpeggi e sonate, fino ad impararle a memoria. All’età di quattro anni cominciò la mia ricerca sulla tastiera del pianoforte. Cercavo di riprodurre quello che ascoltavo e ogni tanto ci riuscivo, altre volte la musica nella mia testa si trasformava in un’idea per qualcosa che potesse diventare mio. In casa la musica ere onnipresente. Era lavoro, gioco tra mamma e papà, ascolto mentre ci si preparava prima di uscire, grande passione, qualcosa di viscerale, qualcosa che si percepiva come un carattere somatico, un segno distintivo della mia famiglia che potevi riconoscere in mamma e papà e in me e mio fratello. Fin da piccolissima sono stata abituata ad ascoltare musica di ogni genere, ma l’unica musica che non si ascoltava era il jazz.
Ma perchè? Forse vigeva un divieto specifico in questa casa così rallegrata dalla musica?
Assolutamente no, ma era un linguaggio sconosciuto in casa mia finché con papà non comprammo tre album che mi stravolsero la vita. Parliamo degli ultimi anni Ottanta, primi anni Novanta e in casa arrivarono “The Real Me” di Patti Austin, “Rapture” di Anita Baker e “Am I Not Your Girl?” di Sinead O’Connor, tre dischi che contenevano degli standards jazz con un vestito che rispecchiava la contemporaneità del periodo e che divennero la mia musica del cuore. Non avevo neanche una decina d’anni ma quelle armonie così vaste le sentivo già nello stomaco e neanche sapevo cosa fossero, men che meno che si trattasse di brani tratti dal repertorio jazzistico. Sapevo solo di amarli e la cosa mi piaceva, anche se nella condivisione con i miei coetanei suonava parecchio strana.
Nomi di culto che immagino rientrino a pieno titolo fra gli artisti che ti hanno maggiormente influenzata…
Ho sempre immaginato che noi siamo ciò che ci attraversa e io spero di riuscire a conservare nel tempo una curiosità tale da non smettere mai di voler essere ispirata dalle persone che hanno tanto da raccontare. Le voci che ho più amato insieme a quelle di Patti e Anita sono state quelle di Rachelle Ferrell, Anita O’Day, Sarah Vaughan, Carmen McRae, Cassandra Wilson, Lizz Wright e Joni Mitchell, da cui ho cercato di cogliere l’accuratezza nei suoni, la ricerca nell’espressività, l’eleganza nell’esposizione dei temi e la grinta nel timing.
Qual è stato l’incontro che ti ha fatto pensare che fossi sulla via giusta?
Nel 2014 ebbi l’onore di collaborare con Noa, una cantante israeliana che da adolescente ascoltavo di continuo. Lei doveva tenere un concerto al Teatro Massimo di Palermo e avrebbe voluto cantare alcuni brani del suo repertorio su un arrangiamento per sole voci. Così fecero delle audizioni ed io fui scelta e inserita nella sezione dei contralti. Le prove furono un’esperienza meravigliosa! Lei era umile, dolce, professionale ed estremamente preparata. Ha una musicalità sconvolgente. Alle prove capitava qualche nota fuori posto e lei fermava tutto e ci riprendeva con gentilezza individuando con precisione chirurgica il numero della battuta e quale parte melodica fosse da sistemare. Prima del concerto la vidi emozionata come se tutti quei palchi calcati non avessero mai trasformato la bellezza delle emozioni. Conobbi un’artista immensa e capii che fosse quella la direzione verso cui avrei voluto orientarmi.
Cosa pensi dello stare in sala d’incisione, nel senso ti piace ri-ascoltarti?
Penso che entrare in studio di registrazione sia come scegliere di scattare una fotografia. Fermi il tempo, lo catturi e accogli ciò che sei. Ho sempre avuto un buon rapporto con le registrazioni e con l’abitudine a riascoltarmi. Lo trovo utile e assolutamente indispensabile per una lucida analisi che serva a individuare criticità, punti da sistemare e suoni da evitare. Quando canto ho una percezione della musica che raccoglie le emozioni di quel preciso istante e non sempre è attendibile. Riascoltarsi predispone all’obiettività.

E invece quando sei davanti a un pubblico l’approccio come eventualmente cambia?
Ho sempre immaginato la musica come una bolla di felicità, un “luogo non luogo” dove farsi attraversare dalle note, dalle storie e dall’immaginazione. Un concerto è un viaggio in cui cerco di prendere per mano il pubblico, che amo avere vicino, e lo accompagno lungo una passeggiata fatta di storie e racconti che possano coinvolgere in un ascolto attivo anche chi non conosce il jazz o chi non lo ama e si ritrova lì per caso.
Cantare per te è un’esigenza, uno sfogo, una via di contatto, la bottiglia nel mare o che cos’altro?
Cantare per me è felicità, isolamento, purificazione, è un momento di connessione con i musicisti, è raccontarsi, è rischiare.
Ma la musica è una o invece sono tante?
La musica è una! Poi cambia il linguaggio, cambia la pulsazione, cambiano i tempi e i contesti, ma la musica è assolutamente una. Siamo noi ad essere tanti, e così i nostri limiti e le nostre preferenze.
Il jazz è ciò che ti rappresenta al meglio, ma cantarlo oggi in un contesto non sempre premiante, che significato ha?
Il jazz è la musica che amo, una tradizione che non mi appartiene per ovvi motivi ma che mi ha costantemente incuriosita in tutte le sue forme. Ho sempre immaginato il jazz non come una musica morta, vecchia e noiosa, ma come gesto di libertà in movimento, qualcosa che non puoi imbrigliare. Credo che spesso a suonare jazz ci si prenda troppo sul serio. Dovremmo giocare di più. Questo non significa sminuirla o profanarla, ma renderla più accessibile attraverso un atteggiamento più amichevole nei confronti del pubblico e accogliente verso chi si approccia allo studio, che metta in primo luogo la voglia di promuovere e divulgare questo genere. In Italia è difficile suonare jazz perché stiamo assistendo a un impoverimento culturale di base che non sempre consente la comprensione di un linguaggio musicale così complesso. Il jazz va ascoltato e viviamo in un’era in cui la capacità di ascolto si riduce esponenzialmente. Il jazz pone un germoglio nel cuore a cui va data la possibilità di fiorire ma in che modo se mancano mezzi intellettuali, economici e culturali?

In Italia è già molto difficile riuscire a trovare una propria dimensione, ma forse in Sicilia, nonostante la grande tradizione storica che ne ha accompagnato la diffusione, lo è ancora di più?
Probabilmente è vero. Un po’ perché alcuni siciliani hanno una mentalità da isolani… come se il mondo nascesse e finisse dentro questo triangolo chiamato Sicilia, e quindi sono poco predisposti alle collaborazioni, senza guardare oltre il proprio palmo di naso, e un po’ perché non siamo molto tenuti in considerazione dal resto d’Italia. Fortunatamente in Sicilia esistono anche realtà vive e attive nella promozione del jazz e dei musicisti che hanno scelto di suonare questa musica. Una di queste è l’Associazione Musikante, con la quale ho il piacere di collaborare, che da anni opera nel territorio organizzando festival che coinvolgono artisti italiani e internazionali e contribuendo alla produzione artistica e alla promozione di giovani talenti. Nonostante le criticità è un’immensa soddisfazione ricevere feedback da parte del pubblico che partecipa ai concerti, al termine dei quali ti racconta di poter tornare a casa con qualcosa di nuovo, un’emozione, un brano che non conosceva, una storia o una morale. Così come nella didattica, che da una decina di anni mi appassiona, è meraviglioso coinvolgere gli allievi attraverso ciò che amo, che diventa uno strumento grazie al quale possono trovare nuovi modi per approcciarsi al jazz con meraviglia, curiosità e passione.
Adesso che l’album è uscito, cosa succederà? Lo presenterai dal vivo?
Speriamo di poter portare in giro questo progetto che ci ha reso felici e divertito nella sua costruzione. Abbiamo già presentato il disco in Sicilia grazie all’Associazione Musikante di Catania che ha creduto nel progetto e lo ha prodotto, siamo appena stati nelle Marche per la rassegna “Jazz al Castello” al Teatro Comunale di Porto San Giorgio insieme a Vito Favara al pianoforte, Massimo Moriconi al contrabbasso e Antonio Petralia alla batteria e speriamo arrivino altre opportunità per suonarlo dal vivo in Italia e all’estero. Auspichiamo che prima di ogni ascolto e al termine dei concerti la gente possa dire: “Siamo molto interessati”… 🙂