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Shemà, Mingus e altre storie</br>Intervista a Donatello D’Attoma
Shemà, Mingus e altre storie</br>Intervista a Donatello D’Attoma

Shemà, Mingus e altre storie
Intervista a Donatello D’Attoma

Durante lo scorso festival Lucca Jazz Donna abbiamo incontrato il pianista Donatello D’Attoma, che per l’occasione si è esibito in duo con Daniela Spalletta; abbiamo parlato del suo recente album “Shemà” (AlfaMusic, 2016), della passione per Charles Mingus e di altre storie.

di Roberto Paviglianiti

Nel tuo album “Shemà” (AlfaMusic, 2016), ispirato dalla figura di Charles Mingus del quale rileggi alcuni brani, ci sono delle tue composizioni dove si rintraccia un’influenza di derivazione classica.
Nella mia formazione c’è una componente classica. Sono affascinato da entrambi i mondi: quello del jazz e quello della musica classica europea. Mi piace ascoltare la musica classica, ma il jazz mi dà emozioni diverse e mi affascina in tutto quello che la classica non riesce a trasmettermi. La fusione tra questi due elementi, e l’incontro di queste due correnti, è un terreno che mi piace percorrere. Sento un trasporto che definirei “naturale” verso l’intreccio di queste due idee musicali, mentre il discorso avanguardistico ancora non mi trova pronto all’approccio.

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Perché hai scelto Charles Mingus come punto cardine di questo lavoro?
Mingus è stata la figura predominante nel mio percorso artistico. Tra i grandi maestri è quello che mi ha più intrigato: da una semplice immagine osservata quando ero piccolo alla sua musica in questi ultimi anni. Mi trasmette emozioni sia dal punto di vista narrativo sia musicale. In precedenza gli avevo anche dedicato una pubblicazione analitica e musicologica (Charles Mingus: composition versus improvisation, Lulu.com 2014, NdR). Alcuni suoi dischi mi hanno affascinato in maniera particolare, ed è entrato di diritto nella mia vita soprattutto perché la sua figura mi ha accompagnato in un momento particolare della mia sfera privata legato a mia madre. Mingus era una persona molto spirituale, e riflette una grade profondità d’animo.

Il suo volto appare in copertina, dove troviamo una particolare composizione grafica.
Il grafico Riccardo Gola è stato bravissimo. Gli ho dato un input e lui ha pensato a tutto il resto. C’è l’idea della “semplicità”, che mi rappresenta dal punto di vista caratteriale ed è data dalla t-shirt e dalle scarpette da tennis, c’è il tema della “profondità” con la figura di Mingus che è immersa nell’acqua. Nell’insieme il significato è che io sono in acqua e da me emerge la faccia di Mingus.

Al tuo fianco, nelle vesti di ospite, c’è la cantante Daniela Spalletta. Come è nata la vostra collaborazione?
Daniela Spalletta mi è stata consigliata da Fabrizio Salvatore di AlfaMusic. Sono veramente contento che sia andata così. Ci siamo conosciuti in studio e abbiamo registrato, con grande entusiasmo e naturalezza. Senza di lei non sarei riuscito a fare quello che avevo in mente. È una persona straordinaria. Il lato umano nel nostro rapporto è fondamentale. La musica è un lavoro particolare, spesso si fanno “matrimoni d’interesse”, ma sono situazioni un po’ tristi, un po’ stantie, che non mi riguardano.

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In seguito vi siete proposti anche dal vivo. Come vivete l’esperienza della performance sul palco?
Tra noi c’è una grande sintonia. Musicalmente avevo da offrirle la mia musica e viceversa. Siamo rilassati sul palco, ci troviamo “comodi”, proprio perché tra di noi si è creato il giusto feeling. Suonare in duo non è semplice, e devo dire che anche l’ambientazione in cui si suona a volte influisce sulla riuscita del concerto.

Ti prepari in maniera particolare prima di un concerto o hai un metodo di lavoro che segui?
Semplicemente studio, e nel tempo ho raggiunto il mio metodo. Non mi faccio scappare le giornate che ho a disposizione per studiare. Studiare sullo strumento è nel mio modo di vivere.

Abbiamo parlato di Mingus, ma ci sono dei pianisti ai quali fai riferimento?
Tra i pianisti citerei sicuramente Monk, però la passione è nata con Keith Jarrett, fin da ragazzino. Volevo ascoltare il jazz e ho comprato il primo CD alla Ricordi di Bari con mio padre. Per molto tempo c’è stato solo Jarrett, poi ho capito che c’era un mondo da conoscere, da Oscar Peterson a Teddy Wilson a mille altri. Tra i pianisti italiani direi che Enrico Pieranunzi e Franco D’Andrea sono quelli che più apprezzo e che più di altri mi hanno trasmesso quella consapevolezza che comporre oggi significhi non porre limiti alla ricerca di se stessi.

Tornando a “Scemà”, l’ultima traccia Via Turner, 27, a differenza del resto dell’album è trattata elettronicamente.
Sì, è stata una prova e sono soddisfatto del risultato. Stefano Quarta ha centrato il senso di quello che volevo. Mi è piaciuta e valuterò se ripetere l’esperimento in altre circostanze.

La musica elettronica ti attrae?
Ho un progetto relativo alla musica elettronica, o per definirla meglio si tratta di un duo elettroacustico. Si chiama Kodex e lo sto portando avanti con il contrabbassista Massimo Bonuccelli. Suono prevalentemente il pianoforte. Lavoriamo esclusivamente sull’improvvisazione e sul campionamento in tempo reale. C’è una componente visiva, curata da Bonuccelli, che fa parte della performance, ed è creata attraverso complessi software di programmazione. Forse si farà un disco e abbiamo l’idea di proporlo all’estero.

Cosa altro hai in programma per il futuro?
Questo è un periodo di scelte. A gennaio andrò a Berlino, e lì farò un master in composizione grazie a una borsa di studio che ho vinto. È una scelta che mi dà adrenalina. Studierò la lingua tedesca e voglio cercare di cogliere gli aspetti migliori di questa nuova esperienza. Voglio incontrare culture diverse, vorrei crescere in tal senso, anche perché in Italia non ci sono possibilità simili.

A tuo avviso perché?
Siamo artisticamente un grande Paese. Ci manca un po’ di apertura al nuovo, al meno consueto. C’è poco coraggio nel proporre le novità. I festival ne hanno poco, in cartellone ci sono spesso i nomi che già sono conosciuti dal pubblico. Ci sono delle eccezioni, però non c’è grande spazio per le novità, eppure ci sono molti giovani in gamba che vorrebbero esprimersi.